HOME PAGE  IL NOSTRO GIORNALE   DOCUMENTI   I SITI DEI COMPAGNI   IL MERCATINO  ARTE   A TAVOLA CON IL MANTECA   ARTE

UN ANNO SENZA CARLO

Recensione del libro di Haidi e Giuliano Giuliani
(con Antonella Marrone)

presentazione del COMITATO PIAZZA CARLO GIULIANI

intervista con HAIDI GIULIANI

Di Francesco Barilli

 

 

Ricordo mia nonna Angela quando morì mio zio Bruno. Avevo solo 10 anni, ma mi colpì quello che disse scoppiando a piangere, quando arrivai con i miei genitori: "Ne ho perso uno… Ne ho perso uno…".

E’ strano spiegare come certe frasi restino sepolte nella coscienza, aspettando un’occasione per emergere; ed è strano notare come quest’occasione si possa presentare nelle forme più strane ed inaspettate. Ci sono voluti anni perché io capissi cosa mi aveva colpito davvero in quella frase: il fatto che mi comunicava quanto sia diversa la perdita di un figlio rispetto ad altri lutti: è un dolore che va contro l’apparente ordine delle cose, e per questo colpisce in modo ancora più crudele.

 

Ma Haidi e Giuliano Giuliani non si sono fermati alle lacrime. Quelle appartengono solo a loro e ai loro cari. Haidi e Giuliano non si sono rinchiusi in una trincea di dolore e silenzio, ma hanno scelto una strada forse più difficile. Da più di un anno ricostruiscono i fatti di Piazza Alimonda e la breve vita del loro figlio, chiedendo verità e giustizia perché "chi non ha memoria non ha futuro", come sta scritto nella home page del sito http://www.piazzacarlogiuliani.org/, sito che è pure la presentazione del "Comitato Piazza Carlo Giuliani", Associazione nata, come è scritto nel volantino di presentazione del Comitato, anche per "affermare il rispetto della vita di tutti e di chi, come Carlo, era solo un ragazzo che voleva un mondo più giusto".

 

Non ho ancora avuto modo di conoscere bene quanto vorrei Haidi e Giuliano: qualche telefonata e qualche lettera mi sono bastate giusto per tratteggiare, più che il loro carattere, un’impressione istintiva che la lettura del libro scritto con Antonella Marrone, la visione del film di Francesca Comencini ("Carlo Giuliani, ragazzo") e l’intervista che ho realizzato con Haidi (che leggete in coda a questo articolo) è andata consolidando. Giuliano è più razionale; usando un orribile termine politico mi verrebbe da dire "più riformista". Haidi sembra avere una visione più idealista delle cose, appare meno disponibile alle mediazioni (alle quali Giuliano, forse per il suo passato di sindacalista, appare più abituato). Entrambi, lo senti quando gli parli, sono persone di solida cultura. Entrambi, dopo la tragedia, non si sono preparati ad una guerra, ma hanno cercato e cercano verità e giustizia.

Giuliano però ha parlato da subito. Ed ha conquistato molti con la sua calma, con il suo autocontrollo; la sua calma è sembrata la razionalità di chi vuole procedere con ordine: innanzitutto sapere, conoscere prima di giudicare… Haidi ha parlato più tardi. E la sua calma è apparsa da subito diversa, in certi dettagli. La calma di chi ha già sofferto troppo, ma sa che è venuto il momento di separare la propria dimensione privata (il suo dolore è SOLO suo…) dalla dimensione "pubblica" che la morte di Carlo – piaccia o meno – ha assunto; il momento per difendere la memoria di Carlo, per costruire un futuro in cui "nessuno si permetta di ammazzare un altro ragazzo in questo modo"

 

Insomma, Haidi e Giuliano sono diversi anche in una loro caratteristica comune quale è la pacatezza… Ma "Un anno senza Carlo" (Baldini & Castoldi, 2002, Euro 11,40) è il libro in cui Haidi e Giuliano Giuliani, sotto la guida attenta della giornalista Antonella Marrone, non solo "metabolizzano" il proprio lutto, ma ci fanno pure conoscere la loro diversa pacatezza. Forse quella di Giuliano è consigliata dalla dimensione razionale, mentre quella di Haidi è il sentimento mediato di un’anima, ferita ma che non vuole cedere alla semplicistica voglia di vendetta. Ma in ogni caso l’equilibrio di entrambi non è quello privo di forze degli sconfitti, ma quello di chi crede che la Giustizia (massì, scriviamola con la maiuscola…) debba trionfare… O che perlomeno crede si debba fare di tutto affinchè trionfi.

 

L’operazione di Antonella Marrone appare quasi un compendio al già citato film di Francesca Comencini (in origine allegato in VHS al settimanale L’Espresso del 18 luglio scorso, ma comunque reperibile in libreria e/o in videoteca).

Non è del tutto esatto dire che il film si ferma dopo i pochi istanti successivi le 17,27 del 20 luglio 2001, ma è un’approssimazione che spero mi venga perdonata (e chiaramente invito tutti a vedere il film per farsi un’impressione più dettagliata e precisa). Se il film era la denuncia dell’omicidio di Carlo, ed aiutava a rimettere nella giusta luce NON SOLO i fatti di Piazza Alimonda, ma l’intera atmosfera che interessò la tre-giorni di Genova, "Un anno senza Carlo" ci parla del seguente cammino di impegno civile dei genitori del ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Se il film parlava della ricerca della verità, il libro ci parla di come quella verità va difesa, di come debba essere conservata la memoria di quei fatti.

È un libro triste, ma anche di speranza. Haidi e Giuliano (anche grazie all’abilità di Antonella Marrone, che li segue "in cabina di regia", senza intromissioni o divagazioni) vi ripercorrono un anno di dolore e di ricerche della verità (troppo spesso ostacolata da chi quella verità la dovrebbe cercare…), ma vi ripercorrono pure le tante belle sorprese che quest’anno ha voluto riservare loro: la solidarietà della gente, le persone conosciute, i ragazzi con cui hanno parlato, quelli più tenaci, giovani e "incazzati", e quelli che ora bussano alla loro porta, mandano una e-mail, lasciano un biglietto in Piazza Alimonda. Li hanno conosciuti in assemblee pubbliche, nei centri sociali, nelle Comunità, e sono forse la parte di questo nostro Pese per cui vale ancora la pena di battersi.

 

Non troverete "documenti sensazionali" in questo libro, come non ne troverete nel film della Comencini. A Genova non è stato scritto un giallo; qui non parliamo del "mistero di Cogne", questa non è materia per rotocalchi. Qui siamo nel solco dei Misteri e dei Lutti di questa Nostra Italia, che a volte smette i panni della Repubblica e veste quelli del Regime. Un solco segnato dal sangue che va da Piazza Fontana a Piazza Alimonda.

Però è un libro che ti può conquistare. Così come ti conquistano, anche se in modo diverso, Haidi e Giuliano. Ed è una simpatia che (grazie al cielo!) va ben al di là della compassione: si basa sulla loro discrezione, sulla loro dignità, la loro fermezza che a me appare tanto più forte proprio per come è accompagnata dalla compostezza. Ti conquistano perché, in un mondo in cui tutti urlano le proprie ragioni, loro combattono silenzi e menzogne in modo ben diverso. Citando liberamente Roberto Silvestri da "Il Manifesto", per la metà delle offese e delle falsità che televisioni e giornali riversarono sul loro figlio nell’immediatezza dei fatti, in uno Stato che sia "di diritto" non solo a parole Haidi e Giuliano avrebbero potuto pretendere miliardi; ma a loro interessano giustizia e verità. E così, accantonando ogni volta la fatica e il dolore che gli costano, ancora oggi ragionano, argomentano, puntualizzano... Speriamo non si stanchino mai…

 

 

Questo è il cartello di quella che "era" Piazza Alimonda.
Guardatelo bene e ricordate: non è una lapide....

 

 

INTERVISTA CON HAIDI GIULIANI

 

28 ottobre 2002

 

FRANCESCO BARILLI:

Nel libro tu ti dici stupita "di quanto gli stranieri conoscano le vicende italiane rispetto all’ignoranza che, invece, manifestano gli italiani verso quello che accade negli altri Paesi". Io a dire il vero trovo che gli italiani manifestino un’uguale ignoranza nei confronti dei fatti nostrani, ignoranza che non ha neppure la debole scusa della distanza…

A questo punto mi nasce spontanea una riflessione, che ho fatto anche in occasione dell’intervista con Paolo Bolognesi, Presidente della "Unione familiari vittime per stragi". In quel frangente gli parlai dei difetti del "vivere in provincia", dove la disinformazione sconfina nell’ignoranza (nel senso letterale del termine), nei confronti di certi argomenti. Per esempio, mi è capitato in più di un’occasione di scoprire che anche persone vicine a me hanno una visione a dir poco distorta sui fatti di Genova; in pratica è la visione derivata ancora dalle primissime notizie dei media nazionali. Come ho detto a Bolognesi, se nel suo piccolo Ecomancina può fare qualcosa per voi è proprio cercare di fare arrivare a più persone possibili informazioni sulla vostra vicenda.

Ma si è parlato molto dei fatti di Genova, ed in special modo della morte di tuo figlio. Si è giunti a sezionare attimo per attimo la scena di Piazza Alimonda. Alcuni l’hanno sezionata per cercare la verità, altri per seppellirla. E, come dicevo nell’introduzione, oggi vorrei parlare di qualcosa di diverso: la vicenda giudiziaria è ancora aperta (e ormai chiunque abbia la voglia di andare al di là dei luoghi comuni può essersi costruito una propria libera opinione in merito). Insomma, oggi vorrei soffermarmi sul "Comitato Piazza Carlo Giuliani" (che credo sconosciuto ai più, specie "in provincia"), e mi piacerebbe fossi tu a parlare della sua attività e dei suoi obbiettivi.

 

HAIDI GIULIANI:

Mio figlio aveva molti amici, diversi per età, per interessi, per famiglia di provenienza, per livello culturale. C’erano tutti il 25 luglio, quando lo abbiamo salutato per l’ultima volta. Poi, come è naturale, ognuno ha ripreso la propria strada. Alcuni però non si sono rassegnati, sono rimasti con me in piazza Alimonda: non volevano perdere la sua presenza, la sua memoria. E mentre io cominciavo a interrogare, a leggere, a raccogliere fotografie e filmati, a cercare le risposte a tutti ii dubbi suscitati dalla versione ufficiale dei fatti, loro parlavano di un segno, un ricordo tangibile e duraturo da lasciare in quella piazza. Tra i fiori e i biglietti che crescevano di giorno in giorno sulla cancellata della chiesa, qualcuno aveva lasciato una targa con incisa una frase di Gandhi; partendo da quella targa, i ragazzi hanno progettato un cippo di marmo, un libro aperto: su una pagina la frase di Gandhi, sull’altra il nome e due date. Per chiedere il permesso di sistemare il cippo nell’aiuola della piazza, si è scritto al Sindaco, per firmare la richiesta è nato il Comitato. In seguito il Comitato è cresciuto, nel senso che si è dato una veste legale: con la pubblicazione del cd, e per gestire il "fondo in memoria", è diventato una o.n.l.u.s.; ha eletto un presidente, Peppino Coscione, professore di storia e filosofia di Carlo negli anni del liceo; si è aperto a una rete di sostenitori, chiedendo una adesione esclusivamente morale a chi condivide le nostre convinzioni, le nostre finalità, le iniziative di solidarietà internazionale che abbiamo intrapreso. Si trova tutto nel sito.

 

F.B.:

Tu e Giuliano avete avuto tanto dolore da questa vicenda, ma avete pure ricevuto tanta solidarietà. E’ questa solidarietà che vi ha spinto a creare il Comitato? E chi vi ha aiutato, tecnicamente e praticamente, a mettere in piedi l’Associazione e il sito?

 

H. G.:

Il mondo è pieno di persone meravigliose, e spesso penso che non ce li meritiamo i governanti che ci tocca avere. Noi abbiamo incontrato tantissime persone che si sono offerte di aiutarci, altre che ci chiedono ancora "che cosa possiamo fare?!". Il primo fondo aperto "in memoria", il cd, il sito, le manifestazioni culturali del luglio 2002, i turni di presenza alle mostre fotografiche, tutto è frutto di generosità. Ci aiutano e poi ci dicono grazie.

 

F.B.:

C’è stato un momento (o un evento) preciso in cui tu e Giuliano avete deciso di "accantonare" il dolore, che era giunto il momento non solo per cercare la verità sulla morte di Carlo, ma per costruire qualcosa all'interno "del Movimento"? C’è stata una persona, un’occasione o un incontro in particolare che vi hanno portato a questo?

 

H. G.:

Il dolore non si "accantona" mai. A volte mi sorprendo a respirare, a camminare, a parlare. A volte penso che l’eutanasia dovrebbe essere un diritto, e non solo per le grandi sofferenze fisiche. Non posso parlare per Giuliano: ognuno reagisce in modo diverso. Lui ha cominciato ad apparire subito alla televisione, sui giornali; fa parte della sua passione politica, della sua vita di sindacalista. Io non volevo, non ho mai dato a nessuno la soddisfazione di vedermi piangere in pubblico. E poi Carlo non amava essere fotografato, "apparire"; non volevo tradirlo, già lo stavano facendo in troppi! A dicembre però mi hanno chiesto di andare a parlare nelle scuole: c’era la settimana di autogestione, gli studenti organizzavano assemblee e dibattiti; gli studenti, tante Carle e tanti Carli… sono andata. Prima di allora non avevo mai preso un microfono in mano; perfino in collegio docenti, quando intervenivo a scuola, avevo il batticuore. Insomma, una pessima oratrice. Da allora non mi sono più fermata, non mi importa se parlo male: c’è chi ha sei televisioni, io ho solo la mia voce. La userò, finchè avrò un filo di fiato.

 

F.B.:

Si sapeva che i 3 giorni del G8 di Genova sarebbero stati cruciali per tutto l’arcipelago giovanile "no global" internazionale, ma anche per l’arcipelago (più contenuto ma non meno frammentato) della sinistra giovanile italiana (lo so che tentare una tale sintesi politica è semplicistico, ma "passami il termine"). Molti hanno detto che con la morte di Carlo "il Movimento" (altra approssimazione…) ha perso la propria verginale innocenza. In parte è vero, ma io credo che, restando a questo paragone, si possa anche dire che "il Movimento" è entrato nella sua fase adulta e disincantata: è giunto il momento di tracciare le linee che determineranno il suo futuro.

Il "Comitato Piazza Carlo Giuliani" come si pone in questa ottica? Credi che verranno realizzate convergenze sporadiche (o vere e proprie saldature) con formazioni politiche o con altre realtà? E, più in generale, credi che "il Movimento" riuscirà ad arrivare ad una sua struttura organizzativa autonoma e ad inserirsi negli attuali, consolidati rapporti di forza?

 

H. G.:

Che grandi domande! Io sono solo una madre, una vecchia maestra in pensione: lo Stato, come dicevi tu, mi ha ucciso un figlio, non per questo sono diventata un’esperta politologa…Il comitato è formato da persone oneste, che chiedono onestamente verità e giustizia sui fatti di Genova, si rivolgono a tutte le persone oneste che chiedono verità e giustizia, sono pronte e disposte a stabilire rapporti con altre persone, associazioni, partiti, organizzazioni, circoli culturali che chiedono verità e giustizia. Chi ha paura di un processo, chi non vuole una commissione di inchiesta, chi nasconde, confonde, mistifica, racconta bugie, si pone problemi di visibilità, compromessi, ecc, non ha niente a che fare con noi. Per noi, che stiamo alla base, è tutto chiaro e semplice. Per questo dobbiamo riprenderla in mano noi, povera Politica, che qui, alla base, starà meglio e tutti riusciremo ad essere più uniti e a lavorare sui problemi concreti. Per questo il Movimento è cresciuto dopo Genova, nonostante il deprofundis cantato da certi giornali; per questo le piazze sono strapiene, i giovani riempiono le sale dove ci incontriamo, la cultura, benchè strapazzata, umiliata e offesa nei luoghi di potere, gode ottima salute.

Ho conosciuto altri Movimenti, nella mia vita: questo è migliore perché, come dice giustamente Giuliano, è portatore di valori, non di ideologie. Non potrà mai strutturarsi organizzativamente, trasformarsi in una specie di partito: sarebbe la sua fine.

 

F.B.:

Tu ti sei fatta, o per meglio dire sei stata costretta a farti, una certa esperienza nel campo della comunicazione. Hai girato l’Italia e hai parlato in Centri Sociali, in Assemblee pubbliche, con ragazzi giovani e con ex sessantottini, con studenti e con vecchi partigiani... C’è una certa "categoria di persone" (scusami per l’orribile etichettatura!) con cui ti sei trovata meglio? Hai per caso percepito una maggiore o minore apertura della gente correlata con l’appartenenza ad una certa estrazione sociale, oppure in base all’età?

 

H. G.:

No, si tratta sempre di onestà morale. Si trova dappertutto, anche se è molto più diffusa a sinistra.

 

F.B.:

Parlare, raccontare per cento, mille volte quello che è successo a tuo figlio e, in generale, a Genova: ormai per te cos’è? Un dovere civile? Una fatica? Un modo per sentire ancora Carlo vicino?

 

H. G.:

Non lo so, lo devo fare e basta. Per mio figlio non posso fare più niente ma il mondo è pieno di figli.

Certamente non ho bisogno di parlare di Carlo per sentirlo vicino: in un certo senso lui è tornato dentro di me.

 

F.B.:

A questo punto "disattendo" parzialmente i miei propositi iniziali (ossia quello di non parlare della vicenda giudiziaria sulla morte di Carlo), facendoti una sola domanda. Da più parti si dice che l’inchiesta su Placanica stia andando verso l’archiviazione. In altre parole le indagini dovrebbero essere chiuse senza il rinvio a giudizio di Mario Placanica, il cui operato, nella ricostruzione ufficiale, dovrebbe essere ricondotto alla "legittima difesa"…

Senza precorrere i tempi (e senza voler anticipare giudizi sull’operato della Magistratura, specie mentre è ancora in corso), se si dovesse verificare questa ipotesi, cosa fareste dopo? Esistono i mezzi "tecnici" per riaprire l’inchiesta?

 

H. G.:

Non ho mai voluto prendere in considerazione questa eventualità, è già abbastanza difficile vivere così. So che nel nostro Paese non si è mai chiesto alle forze dell’ordine di rendere conto del proprio operato, e questo ha deteriorato il rapporto, sempre difficile, tra società civile e forze dell’ordine. So che i morti di piazza Fontana aspettano da trentatre anni; con loro aspettano Pinelli e Valpreda, ai quali è stata forse riconosciuta una tardiva verità, certamente non giustizia. So che a Peppino Impastato, fatto uccidere da un mafioso e imbrogliato dalle istituzioni che per anni hanno inquinato le prove, quelle istituzioni oggi rubano anche la lapide posta a ricordare il suo assassinio. So che c’è una lunga lista d’attesa, di giovani e meno giovani uccisi in piazza, come Carlo, e non solo. So che c’è una lunga consuetudine a oscurare, depistare, confondere: rassegnarsi significherebbe tradire chi ha lottato per la nostra democrazia; chi ha lavorato, ha sofferto, è morto per scrivere la nostra Costituzione, una Costituzione mai interamente attuata, continuamente disattesa, aggredita, offesa. Non conosco i "mezzi tecnici", posso ripetere solo che non mi fermerò finchè avrò un filo di fiato…

 

F.B.:

Si sta preparando il Forum Sociale Europeo, che si svolgerà a Firenze dal 6 al 10 novembre. E in questi giorni si sta alimentando una campagna allarmistica su quelle che potrebbero essere le conseguenze… Sedicenti poliziotti in borghese cercherebbero di persuadere i commercianti fiorentini sull’opportunità di restare chiusi in quei giorni. La Questura ha però detto di non saperne nulla, ed avrebbe aperto un’inchiesta. Fantomatici eserciti di black block sarebbero in arrivo. Il consigliere regionale di Alleanza Nazionale, Achille Totaro, ha accusato pubblicamente alcuni attivisti di "Stampa Clandestina" di avere esploso colpi di arma da fuoco verso militanti del FUAN (sezione giovanile di AN) – per tutte queste notizie: fonte Indymedia.

Un discorso a parte lo "merita" Franco Zeffirelli, che per il Forum Sociale parla addirittura di "idi di novembre", e come rimedio verso "quelli che non la rispettano e la minacciano" (nota: Firenze) propone addirittura "cinghiate, come si vide fare da un padre esasperato ne I Vitelloni di Fellini". Poi disegna un quadro degno di un romanzo di fantapolitica di serie C. Cito testuale: "Ci risulta infatti che questi vili "kamikaze" si stiano già organizzando in Toscana da un bel po’ di tempo, sparsi in ville e agriturismi del Chianti (affittati, pare, fino al primo di novembre), e che una fitta rete di appoggio in città è già pronta: tombini, rifugi di extracomunitari sicuramente di fede islamica pronti ad aiutare, e quant’altro, perché questi violenti abbiano a portata di mano i loro arnesi e i loro travestimenti. Sono fatti e informazioni precise, non pettegolezzi."

Stiamo assistendo, a mio avviso, ad un film già visto. Si alimenta la tensione in un clima da caccia alle streghe che non promette nulla di buono. Io credo che queste preoccupazioni siano strumentali e finalizzate alla criminalizzazione preventiva di un Movimento che spaventa la destra italiana. E mi secca constatare che pochi sottolineano che il Forum Sociale Europeo è "figlio" del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, a cui tu hai partecipato. Mi piacerebbe che tu parlassi di quella tua esperienza, e che mi dicessi se – in base a quello che hai visto a Porto Alegre – ti senti di condividere queste preoccupazioni.

 

H. G.:

Vorrei premettere che, secondo me, Franco Zeffirelli non merita alcun discorso (essere un regista non implica obbligatoriamente capacità critica e apertura mentale) e che noi sbagliamo a continuare a stupirci dell’arroganza e della malafede di certi individui. Troppi giornalisti si sono purtroppo omologati ai desideri governativi, insultando la professione e la propria intelligenza. Nessuno di loro risponde mai alle seguenti domande:

come mai a Genova 2001 non è stato fermato neanche un black bloc?

Perché le "forze dell’ordine" hanno aggredito manifestanti pacifici e inermi? (non dimentichiamo che, prima dei ferocissimi disubbidienti di Casarini, che transitavano lungo un percorso autorizzato, sono stati violentemente picchiati a piazza Manin i cattolici di Pax Christi, rete Lilliput, Mani Tese, donne e ragazzini compresi: tutti pericolosi terroristi?)

Perché a Genova 2002, nonostante le manifestazioni, le piazze tematiche, i cortei, non succede niente? Perché non è successo niente (di negativo, intendo) a Porto Alegre, alla marcia per la Pace, al Circo Massimo, a San Giovanni? I no global c’erano, dove sono finite le tute nere?

E a proposito di black bloc o di tute nere, è più grave spaccare una vetrina o spaccare una testa?

Io non sono d’accordo con chi spacca le vetrine o incendia i "simboli del potere" (un anno fa è stata incendiata anche l’utilitaria di un disabile…), come dice Giuliano in questo modo si ingrassano solo le multinazionali delle assicurazioni; ma so distinguere tra un danno economico e un danno fisico e morale causato ad un essere umano!

Purtroppo le strumentalizzazioni a proposito di Firenze passano in un pubblico un po’ distratto e indifferente; molti non si rendono conto che ogni limitazione di libertà è una limitazione alla loro libertà, che ogni ingiustizia, ogni violenza, ogni falsità finiranno inevitabilmente per coinvolgere anche loro.

Quanto al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre ci vorrebbero molto più spazio e tempo a disposizione per riuscire a rendere un’idea delle emozioni, della ricchezza di esperienze, dei problemi messi sul tappeto e affrontati insieme, dei dibattiti, della musica, dell’allegria, della SPERANZA.

Anche a Firenze sarà così, ne sono sicura. E se qualcuno, tra i ministri, i generali, i picchiatori in divisa, vorrà ripetere quanto ha già messo in opera a Genova, deve sapere che il Movimento non è più così giovane e ingenuo; e non è più solo.

 

F.B.:

Ho un’altra curiosità "mutuata" dall’intervista che ho fatto a Paolo Bolognesi, con cui mi piacerebbe concludere la nostra chiacchierata. In quell’occasione gli feci una domanda sulla sua concezione dello Stato che, parzialmente, aveva origine anche dalla tua vicenda. In buona sostanza gli dissi che, avendo avuto modo di interessarmi a casi come la strage di Bologna o l’omicidio di tuo figlio, avevo visto un filo comune nelle vostre vicende; un filo comune che consiste nell’inefficienza (naturale o voluta…) degli apparati dello Stato (silenzi, reticenze, depistaggi…). Nella mia riflessione, per certi versi paradossale, gli dissi che "lo Stato vi ha deluso tutti, sì, ma vi ha deluso nella misura in cui voi vi aspettavate qualcosa di importante dalle Istituzioni". Mi sembra insomma che voi, familiari delle "vittime di Stato" (e chiedo scusa pure a te, come ho fatto con Paolo, per la definizione) abbiate sviluppato un senso delle Istituzioni più alto di quello che hanno quanti dovrebbero incarnare quelle stesse Istituzioni….

Ripeto dunque a te la domanda che ho fatto a Bolognesi: io non ho un gran senso dello Stato; non lo dico con vanto, ma più mi interesso ai casi di questa Repubblica e più quel poco senso se ne va… Quindi perdonami la domanda, per certi versi addirittura ridicola: cos’è per te lo Stato? Com’è cambiata (se è cambiata) la tua concezione di Stato, prima e dopo la tragedia che ti ha colpito personalmente?

 

H. G.:

Sono sempre vissuta nella convinzione che "nostra Patria è il mondo intero", come dice una bella canzone anarchica dell’ottocento. Poi, però, bisogna farlo funzionare, il mondo in cui viviamo. Da vecchia maestra posso portare solo un esempio: ho lavorato e mi sono battuta per una scuola pubblica che rispondesse ai bisogni dei bambini, che fosse un centro di vita nel quartiere, di educazione e di formazione per gli stessi educatori, genitori compresi. Ho conosciuto, in tanti anni di lavoro, anche insegnanti incompetenti, direttori incapaci o pressapochisti, formatori scarsamente informati…non ho smesso, per questo, di credere nell’importanza della Scuola. E’ vero, l’immagine che riceviamo da certi ministri, presidenti, giudici, generali, amministratori, politici, è davvero deprimente. Ma se ci diamo per vinti, che cosa sarà di tutti i Carlo del mondo?!

 

 

Francesco Barilli, di Ecomancina

 

Altri documenti sui fatti di Genova pubblicati da ECOMANCINA:

http://www.ecomancina.com/ricordandogenova.htm

http://www.ecomancina.com/menzognainfinita.htm