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Quando anche l’Italia degli Anni Settanta torturava
di Filippo Ceccarelli

Per battere l'eversione si superò ogni limite? La denuncia-ricordo in un libro di Curcio

L’argomento è ancora molto doloroso, delicato. E non solo per il fatto, comprensibile, che chi subisce questo tipo di violenza prova poi una terribile difficoltà ad elaborare in pubblico il suo dramma. Ma anche perché, più in generale, "trattamenti" del genere vengono di solito rimossi molto rapidamente dal vissuto collettivo. Condivisa o meno che sia, la memoria tende infatti a sfuggire, disperdendosi nel buio indistinto della storia e delle sue verità più inconfessabili. E insomma: meno si parla di tortura e meglio è. Ma ecco che, in questi giorni, per forza, qualcosa di spaventoso riemerge. E non è poco, né è avvenuto troppo tempo fa, o troppo lontano. Per ben tre volte, nel febbraio, nel marzo e nel luglio del 1982 l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni fu chiamato in Parlamento a rispondere su un dilemma assai lacerante, alla base della democrazia e dello stato di diritto: per battere il terrorismo lo Stato fece uso di tortura?

La questione - e la risposta affermativa - si trovano documentate in una ricerca di quasi 400 pagine che la casa editrice fondata da Renato Curcio, "Sensibili alle foglie" ha pubblicato nel 1998 nell’ambito del "Progetto Memoria" con il titolo: "Le torture affiorate". Vi si trova dentro quel che nessuno sapeva o ricorda più: testimonianze, perizie mediche, denunce, verbali d’interrogatorio, deposizione nei tribunali, sentenze, lettere ai parenti e agli avvocati, articoli sui giornali (Lietta Tornabuoni, sulla Stampa), interpellanze e dibattiti parlamentari. Il governo negò sempre, ma sempre un po’ alla democristiana, quindi lasciando credere che qualche tortura c’era stata.

Il libro dà conto di 32 casi, tra cui sette donne, riportati fra il 1975 e il 1982. C’è anche un corredo fotografico, a colori. E poiché i corpi nudi e maltrattati sono tutti uguali, a Padova come a Baghdad, le immagini del volto tumefatto del brigatista Cesare Di Lenardo, delle gambe tagliuzzate, delle mani bruciate, del pene e dei testicoli su cui i poliziotti hanno applicato degli elettrodi per scaricarvi con intensità graduale la corrente elettrica, ecco, anche queste immagini dicono il male eterno che c’è nell’uomo. E non occorre andarselo a cercare laggiù, nel carcere di Abu Ghraib.

Di Lenardo era dentro al sequestro del generale Dozier. Forse l’avrebbe potuto uccidere. Ma anche il sequestro, dopo tutto, è una forma di tortura. In guerra tutto è possibile. Fatto sta che per salvare Dozier cinque ufficiali di Ps praticarono una violenza, crudele e scientifica, che nessun giudice fu in condizione di poter assolvere. E infatti furono condannati, anche in appello. Poi parzialmente amnistiati. Uno di loro fu eletto alla Camera, con il psdi.

Ne "Le torture affiorate" il campionario di pratiche su corpi di semplici inquisiti - anche qui quasi sempre nudi, spesso incappucciati, non di rado legati al "tavolaccio" - fa davvero impressione: finte esecuzioni, manette strette all’inverosimile, spilli sotto le unghie, acqua intubata e pompata nello stomaco, dita delle mani storte, bruciature di sigarette qui e là, nervi del collo tirati, iniezioni di Pentotal, capezzoli strizzati, sale e aceto sulle ferite, fiamme sotto le piante dei piedi, secchiate di acqua gelida, peli pubici strappati, cordicelle a tirare i testicoli, giochi d’elettricità...

Anche lì si cercò in un primo momento di negare, poi si tirò in ballo la catena di comando. Dopo l’arresto di un giornalista, Piervittorio Buffa dell’Espresso, che con scrupolo e coraggio aveva segnalato il caso, venne fuori che le notizie gli erano arrivate dall’interno della Polizia. Anche il Siulp denunciò metodi che erano stati "incoraggiati dall’alto". Un capitano si assunse in seguito la responsabilità delle rivelazioni. Nacque un Comitato contro l’uso della tortura; intervenne Amnesty International; si pronunciò Magistratura democratica; ci fu anche un convegno, a Torino, su "Informazione e tortura". In Parlamento si mobilitarono i radicali, praticamente da soli. In aula prese la parola Sciascia: "Non si converge assolutamente con il terrorismo - disse - quando si agita il problema della tortura".

Quando l’Italia torturava, era in fondo un paese un po’ uguale e un po’ diverso da come è oggi. Solo il dolore è sempre lo stesso, e il corpo che lo patisce, povero involucro di carne senza difese contro l’uomo che non è più uomo.

Filippo Ceccarelli
La Stampa