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Caro SOFRI, sul pacifismo non ci siamo…
di Francesco Barilli per Ecomancina.com

1 dicembre 2004

 

Caro Sofri,

ho letto il tuo articolo apparso su Repubblica il 28 settembre 2004 ("La grande illusione del pacifismo"). Il caso ha voluto che il 29 settembre mi cadesse l’occhio sul titolo di prima pagina de "Il Giornale"; era il giorno della liberazione delle due attiviste di "Un Ponte per Baghdad". Il "Giornale" non l’ho letto (a dire il vero non me ne è venuta neppure la tentazione…), per cui quel titolo lo cito a memoria: più o meno "Salve le due Simone. Ora chi ci salverà dai pacifisti?". Per uno di quegli strani scherzi della mente umana che chiamiamo associazioni di idee, mi è venuta voglia di leggere nuovamente il tuo articolo: molti spunti interessanti, ma, ti confesso, non mi è piaciuto.

Sia chiara una cosa: negli ultimi anni mi è capitato di leggere diversi interventi che, in forme e misure diverse, mettono in discussone l’attuale movimento pacifista. Per i pacifisti sembra essere un destino l’essere definiti, nella migliore delle ipotesi, sognatori in buona fede, ingenui che non vogliono arrendersi al pragmatismo che vorrebbe la Pace bella ma irrealizzabile. Degli illusi, insomma, che non comprendono che i loro ideali non potranno mai nulla di fronte alla "realpolitik". Nella migliore delle ipotesi, dicevo; e non voglio neppure pensare a quanti sono giunti più o meno velatamente a definirli dei cialtroni, quando non fiancheggiatori dei terroristi…

Non mi è mai venuta la tentazione di rispondere a questi articoli che mettevano in discussione il pacifismo ed i pacifisti; mi sembrava tempo perso. Rispondo al tuo, anche se in ritardo (del resto l’argomento trattato non ha perso nulla, quanto ad attualità), perché è un articolo diverso: non lo condivido, ma è bello, misurato, e le tue critiche risultano motivate e inducono a riflettere; e per un articolo della carta stampata italiana di questi tempi non è poco, anzi!

Ma veniamo ai contenuti del tuo scritto. Cosa dici, in buona sostanza? Scusami, ma l’esigenza di sintetizzare mi obbliga a semplificare: in poche parole rinnovi i dubbi sull’efficacia del pacifismo, partendo da una ricostruzione della corsa agli armamenti missilistici dei primi anni ’80 da parte di USA e URSS. Nell’occasione un movimento pacifista, che tu stesso non esiti a definire per la maggior parte in buona fede, si oppose all’installazione in occidente dei Cruise americani, senza rendersi conto, sostieni, che proprio quel braccio di ferro tra le due superpotenze portò ad un graduale disarmo e, in sostanza, al mantenimento della pace. Infine, attualizzi la vicenda e chiedi quale dovrebbe essere la posizione più concreta (al fine del mantenimento di una "vera" pace) relativamente alla situazione in Iraq, o al programma di armamento nucleare Iraniano. Lo chiedi e, correttamente, neppure tu dai una risposta; forse perché il senso più profondo del tuo intervento NON STA in una risposta, ma nell’affermare quanto cruciali siano quelle domande. E su questo concordo; resta il fatto che sui pacifisti lasci emergere un giudizio: non sprezzante come purtroppo mi è capitato di leggere in altri articoli (beninteso, non tuoi), ma comunque negativo. La sensazione è che tu guardi ai pacifisti con rispetto e simpatia, ma ritenendo che le loro posizioni siano ininfluenti o addirittura controproducenti per la ricerca di una pace effettiva e duratura.

 

Veniamo quindi ai "pacifisti", arcipelago eterogeneo di persone e di sensibilità che qui indegnamente tento di rappresentare, nel tentativo di difenderne le posizioni assunte, non tanto (o non solo) per quanto concerne il valore morale delle stesse, ma per quanto riguarda la loro validità pratica.

In primo luogo ti partecipo un altro di quegli "scherzi" o "associazioni di idee" cui accennavo in premessa: raccogliendo materiale per un articolo su Pasolini, recentemente ho trovato questa frase con cui il regista-poeta si definiva: "In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza, né fisica, né morale. Non perché io sia fanaticamente per la nonviolenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anche essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza, né fisica né morale, semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura...". Dunque anche Pasolini non sembrava essere un pacifista "senza se e senza ma", e questo dovrebbe farci riflettere.

In secondo luogo: sono figlio di un partigiano; e la scelta che fece mio padre a soli 17 anni mi porta a pensare che esistono momenti in cui il pacifismo assoluto resta un sentimento nobile, ma non per questo diventa la risposta più efficace per fronteggiare certe situazioni, complesse e drammatiche.

La testimonianza di Pasolini e l’esperienza di mio padre sembrano essere due punti a favore della tua tesi. "Il mondo è uno schifo", si potrebbe sintetizzare, "e girare la testa sdegnati di fronte a questo schifo non solo è insufficiente, ma potrebbe sortire effetti negativi: a volte bisogna trovare il coraggio di intervenire, sporcandosi magari le mani e la coscienza"… Tutto così semplice? Non credo…

Ti confesso: non so neppure io quali siano le risposte ai quesiti che poni. Che fare con l’armamentario nucleare in Iran? Che fare della situazione in Iraq? E aggiungerei: che fare della questione palestinese? Le uniche opzioni possibili sono rappresentate dai kamikaze palestinesi e dalle rappresaglie israeliane e "tertium non datur"? Davvero non esiste una risposta univoca e certa... E soprattutto, per soppesare una possibile risposta, si deve PRIMA tentare di prevedere quali possano essere le sue conseguenze NON SOLO immediate, ma pure sul medio/lungo termine. Esercizio, quest’ultimo, di rara difficoltà e dunque scoraggiante, ma non per questo evitabile.

Ma temo ti sfugga che, in assenza di un forte movimento pacifista che si muove su base etica, avremo UNA SOLA risposta: una risposta atroce, che tenterà di cancellare le speranze in quel mondo migliore che i pacifisti vorrebbero (come lo vorresti, ne sono certo, tu). Del resto (e qui veniamo a notizie più recenti) il 20 novembre il Presidente degli USA ha lanciato da Santiago del Cile un duro avvertimento al governo iraniano, circa le presunte intenzioni di quest’ultimo di dotarsi di armi nucleari. Dunque io e te possiamo continuare ad arrovellarci sulla domanda "che fare con l’armamentario nucleare in Iran?", ma altri sembrano avere già chiare le idee a tale proposito; questo non ci deve sfuggire, e probabilmente deve farci preoccupare…

Insulterei la tua intelligenza se ti ricordassi cosa diceva Goering dei pacifisti; lo ricordo però a beneficio di chi ci sta leggendo: "Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: nè in Russia, nè in Inghilterra, nè in Germania. Questo è comprensibile. Ma, dopotutto, sono i governanti del paese che determinano la politica, ed è sempre facile trascinare con sè il popolo, sia che si tratti di una democrazia, o di una dittatura fascista, o di un parlamento, o di una dittatura comunista. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre portato al volere dei capi. E’ facile. Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e in quanto espongono il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in tutti i paesi.".

In buona sostanza: sono stanco di vedere che chi si batte per la pace o contro la guerra venga definito un illuso, come se la violenza fosse invece una contromisura naturale ed inevitabile, da accettare sempre – magari a malincuore – come unica soluzione ai problemi planetari, medicina amara ma non per questo meno indispensabile. Troppo spesso chi accetta la guerra viene visto come una persona di sano realismo, che si rende conto di "come va il mondo". E parlo intenzionalmente di persone in buona fede, che arrivano ad accettare la guerra seguendo un percorso morale doloroso: chi la approva a cuor leggero o entusiasticamente merita tutto un altro tipo di riflessioni, che ora non voglio approfondire.

 

Se anche la pace fosse solo un bellissimo ed irrealizzabile sogno (cosa comunque in cui non credo), non potrebbe bastare una faciloneria travestita da pragmatismo per farci dimenticare quanto valga il solo cercarla. La frase di Goering ha il merito di aver spiegato brutalmente questa verità: il potere ha paura del pacifismo, perché i pacifisti sono gli anticorpi naturali della violenza del potere. Dunque una risposta pacifista radicale, quand’anche fosse semplice utopia, resta l’unica arma da contrapporre alla logica della violenza, che troppo spesso come tu ben sai nasconde loschi interessi che andranno ad alimentare nuove violenze…

 

Cordialmente

 

Francesco Barilli, di Ecomancina.com