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IL PUNTO SULLA "BOSSI/FINI"

Rinnovare la cultura della solidarietà
Contro la logica della guerra
Francesco Barilli di Ecomancina 

In questi giorni l’attenzione di tutti i media è concentrata sulla guerra in Iraq. E parlare di qualsiasi altro argomento, per quanto importante, sembra quasi inopportuno dal punto di vista logico e offensivo dal punto di vista morale, perché ogni problema "scompare" di fronte a quella che – per dirla con le parole di Gino Stradaè "la più grande oscenità che l’umanità ha inventato, cioè la guerra".

Nonostante questo mi è sembrato corretto tornare a parlare, proprio oggi, della Legge Bossi/Fini e dell’immigrazione in Italia. E questo non solo per prepararci all’incontro che si terrà con Don Andrea Gallo e Haidi Giuliani a Piacenza sabato 12 aprile 2003 (ore 17,30 – Coop Infrangibile di Via Tortona – incontro organizzato congiuntamente da Ecomancina, Giovani Comunisti Piacenza e Federazione PRC Piacenza). Credo che il "titolo" che abbiamo voluto dare all’appuntamento ("Il Movimento oltre frontiera: la società multietnica contro la logica della guerra") non sia da intendere come uno slogan ad effetto. Al di là dei molti motivi (tutti ugualmente abietti) che hanno portato all’aggressione degli USA verso l’Iraq, è pacifico che questa guerra è anche l’ultimo atto di un processo che abbiamo visto svilupparsi negli ultimi 20/25 anni: un processo di progressivo sfaldamento di quei valori di uguaglianza e solidarietà tra i popoli che l’intero Movimento è chiamato a fermare ed invertire (ne ha parlato anche Saverio Ferrari ne "L’arcipelago Nero", articolo che abbiamo pubblicato a questo link: http://www.ecomancina.com/documenti/arcipelagonero.htm). Questo processo tende a sostituire la cultura della solidarietà con una sub-cultura nazionalista e xenofoba che fonda le proprie radici anche nella paura dell’immigrato e/o del "diverso". E se nel disegno complessivo di questa sub-cultura la guerra in Iraq è un tassello fondamentale, la Bossi/Fini ne è un tassello secondario ma certamente da non sottovalutare.

Per questo oggi è indispensabile ricordare questa Legge: non solo per l’imminente "problema profughi" che dovremo affrontare in seguito al conflitto in Iraq, ma anche per denunciare la strategia complessiva del governo Berlusconi circa l’immigrazione, nonché la sua vera connotazione in materia di politiche sociali.

 

La legge Bossi/Fini ha di fatto ridotto i diritti dei cittadini stranieri, ha abolito l’istituto del cosiddetto "sponsor" e così facendo ha cancellato la possibilità di entrare in Italia per cercare lavoro, subordinando la permanenza nel nostro Paese al possesso di un contratto di lavoro. Sempre con tale Legge abbiamo visto inoltre l’inasprimento delle misure repressive quali espulsioni e controli alla frontiera.

Di fatto mi sembra che la Bossi/Fini costituisca un elemento di continuità con la politica dell’attuale governo; con questa Legge lo straniero viene trattato non come un essere umano, ma come un potenziale problema di ordine pubblico. La linea mi sembra sempre la stessa che ha dettato la repressione del Movimento a Genova, sottesa com’è proprio da quella "tolleranza zero" di cui il centro-destra tanto si è vantato in campagna elettorale, una tolleranza zero che fa leva sulla paura per risvegliare i peggiori istinti umani. Anche la "militarizzazione" del territorio e la lotta contro la microcriminalità rispondono alla stessa strategia. Non è un caso che dopo l’entrata in vigore della Legge siano aumentati i rastrellamenti nei quartieri popolati da immigrati (l’ultimo a me noto è quello dello scorso febbraio a Brescia).

Ma la Bossi/Fini riesce nel difficile intento di connotarsi al di là di una semplice norma dal sapore razzista, che vuole vedere l’immigrato come un potenziale nemico da cui guardarsi. La Legge, dal punto di vista dell’approccio mentale al problema immigrazione non è "solo" una legge razzista; è anche una legge capitalista, nel senso più becero del termine. Il legare il diritto di un uomo ad entrare nel nostro Paese al permanere di un rapporto contrattualmente stabilito cos’è se non il trionfo del capitale sull’individuo?

La Bossi/Fini, introducendo questo principio (con la copertura della necessità di regolamentare il flusso di entrata degli immigrati) reintroduce infatti un legame subordinato (se non servile…) fra datore di lavoro e lavoratore. Qualsiasi lamentela da parte del lavoratore-immigrato o qualsiasi tentativo di organizzazione sindacale vengono frustrati, in quanto l’eventuale ritorsione di un licenziamento porterebbe di conseguenza all’espulsione. L’immigrato che dovesse perdere il posto di lavoro (e che non dovesse trovarne un altro entro 6 mesi) andrebbe infatti "rispedito al mittente" a spese dell’ex padrone. Insomma, l’immigrato in Italia entra solo se produce reddito, vi rimane solo fino a quando è funzionale al meccanismo della produzione, e viene "smaltito" (quasi fosse un rifiuto) non appena questa utilità viene a cessare. In buona sostanza possiamo parlare di un "geniale" compromesso fra pulsioni xenofobe ed esigenza di una manodopera sempre più precarizzata e flessibile, due caratteristiche ugualmente presenti nell’attuale maggioranza.

Anche le limitazioni poste dalla nuova normativa in materia di ricongiungimenti familiari si iscrivono nello stesso disegno. L’immigrato/lavoratore serve (e quindi può essere tollerato) al meccanismo industriale, i suoi familiari no; pertanto che bisogno ha la Legge di dare una risposta alla domanda dell’immigrato di avere accanto a sé la propria famiglia? A questo proposito cito un bel commento di Don Vinicio Albanesi (presidente del Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza): "Siamo peggio che allo zoo, dove si pensa a dare un compagno o una compagna agli animali in cattività; invece per gli uomini non si bada a queste cose…".

 

La Legge Bossi/Fini ha inoltre denunciato l’atteggiamento miope del governo italiano in materia di diritto d’asilo. A questo proposito è bene sottolineare che immigrazione e diritto d’asilo sono argomenti solo in parte accostabili, rispondendo a motivazioni e a dinamiche molto diverse, ma comunque con la nuova Legge sull’immigrazione l’Italia ha perso un’altra occasione per dotarsi di una normativa in materia di accoglienza dei "perseguitati". Molte associazioni che si interessano di diritti umani (cito Amnesty International, Consorzio Italiano di Solidarietà e Medici Senza Frontiere) hanno stigmatizzato duramente questa miopia, che ha già dato diversi frutti amari.

Uno dei casi più noti di queste dolorose conseguenze l’abbiamo vista nel dicembre scorso (ed anche Ecomancina l’ha denunciato), quando Muhammad Said Al-Sahri (esponente dell’opposizione Siriana e perseguitato in Patria), dopo un fermo di 5 giorni all’aeroporto di Malpensa, è stato rispedito a Damasco, dove a suo carico è pendente la condanna a morte.

"La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici." Così recita l’art. 10 della Costituzione Italiana (ogni tanto leggetene i primi 11 articoli: per ora è ancora un esercizio possibile e utile, visto che Berlusconi – presissimo da altre incombenze – non è ancora riuscito ad abrogarli…)

 

Giunto alla conclusione di questo articolo mi resta solo una considerazione amara: contro questa Legge si sono levati gli strali di molti esponenti dell’Ulivo, che giustamente l’hanno definita "razzista", "ignobile", eccetera. Tutto condivisibile, ma è bene sottolineare che in molti aspetti la Bossi/Fini si è limitata a dare un nuovo "giro di vite" alla normativa dell’Ulivo, la Turco/Napolitano. E’ vero che la nuova Legge ha abolito l’istituto dello sponsor, ma su molti aspetti importanti si è limitata a peggiorare misure già esistenti, inasprendo conseguenze, restringendo tempi, aumentando pene…

L’atteggiamento scandalizzato dell’Ulivo mi sembra molto simile a quello che gli stessi esponenti hanno dimostrato recentemente in occasione della guerra. Anche in questa tragica circostanza è dispiaciuto notare i distinguo con cui molti elementi del centro-sinistra si sono affannati a dire che ai tempi del Kossovo non fu violata la Costituzione… Su Information Guerrilla Edgardo Bonalumi ha ironicamente osservato: "è noto che una memoria lunga è spesso d’ostacolo all’azione politica, nella quale è utile a volte saper dimenticare"…

Sarebbe auspicabile che i dirigenti dell’Ulivo imparassero ad abbinare all’indignazione una sana autocritica. E questo non per andare incontro ad una condanna morale, quanto per dare l’impressione di un vero e radicale cambiamento in vista del futuro…

 

Francesco Barilli, di Ecomancina