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Perché Bush deve assolutamente fare la guerra all'Iraq?
Goram Luckijc di Ecomancina 


Da diverso tempo venti di guerra spirano minacciosi verso l'Iraq. A questa ennesima aggressione imperialista, si tenta di dare un volto ideologico. Il consenso pubblico viene ricercato ipotizzando l'esistenza di enormi arsenali, di armi immonde concepite per la distruzione di massa, nelle mani sconsiderate di un terribile dittatore. Non che Saddam sia una vittima. Anzi, queste armi le ha avute e il popolo kurdo ne sa qualcosa. Ma dopo la guerra del 1991 questo arsenale è stato di gran lunga ridimensionato. Anche perché, se realmente esistessero armi nascoste, l'America tratterebbe, come sta facendo con la Korea, anziché cercare ogni pretesto per una destituzione di Saddam. Il consenso si cerca manipolando le informazioni, in modo da creare connivenze tra l'Iraq e il terrorismo internazionale di matrice Islamica. Questo, allo scopo di creare tra gli elettori, una sorta di crociata ideologica contro l'Islam. La paura di attentati è ancora viva, soprattutto negli USA. Questa paura è l'arma con cui il congresso crede di sconfiggere l'opposizione pacifista. Fortunatamente, le manifestazioni del 15 Febbraio hanno dimostrato il contrario. Un politologo americano, un certo Samuel Huntington, sostiene una teoria secondo cui, dopo la caduta del Comunismo, i principali motivi dei conflitti nel mondo non saranno più di carattere ideologico. Ma, in presenza di profonde divisioni dell'umanità, di natura culturale, tra appartenenti a diverse civiltà. Secondo Huntington, il prossimo grande conflitto sarà tra civiltà cristiana e musulmana. Le sue teorie, benché facilmente confutabili, furono già abilmente pubblicizzate da Tudjiman quando dovette spiegare la sua aggressione ai musulmani di Bosnia. Oggi, a distanza di 10 anni, sono miracolosamente state rispolverate da Bush. Le ragioni della guerra, come in ogni guerra sono molto più subdole e ben più lontane dagli ideali di libertà vaneggiati dai signori della guerra. 
Senza dimenticare che la lobbies dei fabbricanti d'armi è da sempre sostenitrice di Bush. La ragione trainante questo conflitto è principalmente: il petrolio. 
Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di petrolio raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni addirittura prima del 2010). In altre parole, in quell'arco di tempo metà delle riserve stimate disponibili del pianeta sarà consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi del petrolio cominceranno a crescere inarrestabilmente, mentre nazioni, aziende e consumatori faranno a gara per procurarsi la rimanente metà delle riserve. Gli Stati Uniti,
per molto tempo leader della produzione di petrolio, hanno sperimentato in questo settore un costante declino a partire dal 1970, anno in cui l'estrazione petrolifera americana ha raggiunto il picco. Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale consumatore di greggio: la popolazione americana, che costituisce soltanto il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo.
In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli Stati Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda cresce di giorno in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più dai maggiori produttori stranieri come l'Iraq e l'Arabia Saudita. Tuttavia non è l'attuale flusso di petrolio iracheno che preoccupa Washington, bensì le prospettive a lungo termine. Secondo recenti calcoli del dipartimento dell'energia, nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di importare 17 milioni di barili di petrolio al giorno, sei milioni in più rispetto ad oggi. La maggior parte dovrà venire dal Golfo Persico, perché solo quest'area possiede sufficienti riserve per aumentare sostanzialmente la produzione. L'Iraq è l'unico stato oltre all' Arabia Saudita che nei prossimi dieci o venti anno possa aumentare la produzione di milioni di barili al giorno."
Un rapporto dell'inizio del 2001, predisposto congiuntamente dal potente Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute for Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per finire il petrolio, prospettando anche l'eventuale "necessità dell'intervento militare" per garantire approvvigionamenti petroliferi. Intitolato "Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century", il rapporto congiunto paventa la fine del greggio abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign Relations è uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano la politica americana. Affermando che "non c'è alternativa. E non c'è tempo da perdere", il loro documento prospetta in futuro l'esplosione dei prezzi dell 'energia, la recessione economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino risposte. L'accesso
al petrolio viene citato ripetutamente come un "imperativo per la sicurezza". Uno dei "passi immediati" che il Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare la politica USA in modo da velocizzare la disponibilità di "petrolio nella regione del bacino del Caspio". Questo confermerebbe vecchie accuse secondo le quali le questioni energetiche farebbero ombra all'agenda americana sull' Afghanistan.
Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l'accesso alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee. La priorità dell'amministrazione, cioè l'acquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitata per la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Developmant Group, pubblicato il 17 maggio 2001. Questo documento, redatto dal vicepresidente Richard Cheney, mette a punto una strategia destinata a far fronte al previsto
aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio. Secondo il rapporto Cheney, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%. Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gli Stati Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più. Il loro primo obiettivo: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo persico, dove si trovano circa i due terzi delle
riserve energetiche mondiali. Il progetto USA di garantirsi l'accesso alle riserve petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere realistico soltanto a condizione di possedere la capacità di "proiettare" in queste aree la propria potenza miliare.
Con l'amministrazione Bush i giganti del petrolio americani hanno conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni militari e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio. E' un successo della potente lobby petrolifera texana, che è riuscita a far nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere in posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri.
La famiglia del presidente George W.Bush ha gestito compagnie petrolifere fin dal 1950. Il vicepresidente Dick Cheney ha trascorso la seconda metà degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton, la maggiore fornitrice di servizi per le industrie petrolifere.
Condoleezza Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Chevron, che ha battezzato con il suo nome una petroliera. Il segretario del commercio Donald Evans è stato per più di dieci anni chief executive offier della Tom Brown Inc., una compagnia che possiede giacimenti di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming. Ma i legami non si esauriscono a livelo personale. La famiglia bin Laden e altri membri della ricchissima élite saudita (che deve il proprio patrimonio al petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d'affari della famiglia Bush, proprio mentre l'industria energetica americana contribuiva all'elezione dello stesso. Dei 10 principali finanziatori di sempre di George W., sei provengono dal settore petrolifero o hanno legami con esso."
Magari sono anni che esiste la tanto sospirata energia alternativa, quell'energia pulita ed economica sognata ad occhi aperti dagli ecologisti come dai piccoli risparmiatori. Ma ammessa la sua reale esistenza, riuscirebbe a scavalcare interessi economici così forti?