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ricordiamo PIER PAOLO PASOLINI

 

di Francesco Barilli per Ecomancina.com

 

 

L’OMICIDIO E LE PRIME INDAGINI

 

Pier Paolo Pasolini fu ucciso nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia. Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Fu chiaro da subito che il regista-poeta era stato vittima di un’aggressione particolarmente brutale: il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l’autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell’autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un’emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell’area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch’essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l’aggressione.

All’una e trenta di quella notte, quindi prima del rinvenimento del cadavere, i carabinieri avevano fermato il diciassettenne Giuseppe "Pino" Pelosi, contestandogli il furto dell’auto a cui era alla guida, un’Alfa 2000 risultata poi dello scrittore. Giunto in caserma, Pelosi ammise il furto, e chiese notizie di un anello di sua proprietà, che risulterà poi rinvenuto vicino al corpo di Pasolini. Si tratta della prima svolta nelle indagini: è la "firma" del delitto. Un primo segno di chiarezza in un’inchiesta che per molti altri aspetti, purtroppo, resterà comunque intorbidita dalla povertà delle indagini, probabilmente segnate dalla convinzione, maturata con eccessiva fretta, che si trattasse di un caso "già risolto". L’avere a disposizione un cadavere ed un reo confesso viene purtroppo spesso considerato sufficiente a chiudere un’indagine; ma in questo caso, come vedremo in seguito, a questa considerazione se ne aggiunge un’altra ben più grave: gli inquirenti presero le deposizioni del giovane omicida senza fare nulla per scalfirne la reticenza o le contraddittorietà.

Le dichiarazioni di Pelosi andarono affinandosi col tempo, nel tentativo di rafforzare sempre maggiormente la tesi secondo cui il ragazzo avrebbe agito per legittima difesa. Per dovere di cronaca riportiamo a grandi linee la versione dell’imputato nella sua veste definitiva; nel capitolo successivo vedremo di fare emergere le contraddizioni e le gravi lacune nelle indagini.

Il ragazzo viene avvicinato da Pasolini nella tarda serata ed accetta di salire in auto con lo scrittore. Entrano assieme in un ristorante; poco dopo mezzanotte escono e si dirigono verso il luogo della tragedia. Appartati sul lungomare, secondo la versione dell’omicida sarebbe nata una discussione fra i due: Pelosi avrebbe sulle prime accettato e poi rifiutato di avere un rapporto sessuale con lo scrittore, e sarebbe sceso dall’auto, seguito da Pasolini che lo avrebbe minacciato e successivamente colpito con un bastone. A questo punto scatta la reazione del ragazzo che, affermò, non avrebbe investito volontariamente il corpo dello scrittore, ormai agonizzante.

 

Appena giunto in carcere Pelosi, in quel momento ufficialmente accusato SOLO di furto d’auto (il cadavere non era ancora stato ritrovato), si vantò però con un compagno di cella di aver ucciso Pasolini, dimostrando piena consapevolezza non solo del reato compiuto, ma anche dell’identità della vittima. Ad onor del vero questa circostanza, comunque dubbia, potrebbe essere spiegata con un altro episodio: quando ancora nel commissariato a Pelosi viene contestato il furto, un funzionario, dopo aver verificato la targa dell’auto, gli si sarebbe avvicinato dicendogli "l’hai fatta grossa; hai rubato l’auto ad una persona famosa: Pasolini". Questo episodio sembrerebbe avvalorare la tesi che Pelosi abbia saputo l’identità della vittima solo successivamente… Ma, viceversa, risulta inspiegabile che proprio nel primo interrogatorio del 2 novembre Pelosi si riferisse a Pasolini chiamandolo più volte per nome ("Paolo", "il Paolo"), dimostrando una conoscenza che, forse, non era neppure nata quella notte ma prima; negli interrogatori successivi, invece, Pelosi parlò di Pasolini con molto più distacco ("l’uomo", "l’individuo"), ribadendo più volte di non averlo mai visto prima e di non essere stato a conoscenza della sua identità fino a quando non gli fu comunicata. La lunga lista di contraddizioni, che gli inquirenti non cercheranno di smontare, comincia qui ma si arricchirà di altri e più inquietanti episodi, che vediamo ora di analizzare.

 

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LA VICENDA PROCESSUALE E L’ATTEGGIAMENTO DEI MEDIA

 

Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d’appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l’omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d’Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.

Come in troppe vicende che hanno segnato la storia dell’Italia in quegli anni, di cui in parte ci siamo già occupati, le sentenze lasciano molte e fondamentali zone d’ombra, non chiarendo il movente del delitto, l’eventuale partecipazione di altre persone, l’ipotizzata esistenza di uno o più mandanti (nell’ipotesi in cui l’omicidio sia stato eseguito su commissione).

 

Cominciamo ad analizzare sommariamente gli aspetti oscuri della vicenda. Una delle motivazioni che, secondo la parte civile, avrebbe rafforzato la teoria della pluralità di aggressori era questa: Pasolini era un uomo robusto ed in perfetta forma fisica, e difficilmente sarebbe stato sopraffatto da un solo aggressore, specie se di costituzione esile come era Pelosi; quest’ultimo, inoltre, quando venne fermato dai carabinieri, presentava solo un piccolo taglio sulla fronte (peraltro forse attribuibile proprio al momento dell’arresto) e macchie di sangue della vittima solo sull’orlo dei pantaloni: esisteva dunque una sproporzione troppo evidente fra le ferite dei due contendenti, nell’ipotesi di una semplice rissa fra due persone degenerata in tragedia.

In realtà Pasolini era robusto, sì, ma non era un colosso (59 Kg. di peso per 167 cm. di altezza), ma soprattutto era persona estremamente mite, che rifuggiva dalla violenza fisica. Lui stesso diceva di sé (citazione dall’arringa dell’avvocato Guido Calvi in occasione del processo di primo grado): "In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza, né fisica, né morale. Non perché io sia fanaticamente per la nonviolenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anche essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza, né fisica né morale, semplicemente perché mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura...". Dacia Maraini, nella sua postfazione a "Io, angelo nero", scritto proprio da Pino Pelosi, scrisse: "Pasolini non avrebbe mai fatto del male a nessuno, mai avrebbe minacciato e violentato. Lui semmai cercava qualcuno che, in un gioco erotico, lo malmenasse un poco. Era questo il suo segreto.". Al contrario, Pelosi aveva una personalità aggressiva ed incline a scatti di violenza, una personalità che avrebbe dimostrato anche successivamente (un’aggressione in carcere ad un altro recluso ed una alla sua compagna, come testimonia sempre Dacia Maraini in quella postfazione).

Fermo restando che la sproporzione tra le gravissime ferite di Pasolini e quelle, pressochè insignificanti, di Pelosi può essere sicuramente spiegata con la partecipazione di altre persone al pestaggio, non è da escludere che un soggetto violento come Pelosi potesse aggredire e sopraffare velocemente un uomo mite come Pasolini, che avrebbe tentato una fuga senza opporre una resistenza attiva, solo per vedersi raggiunto e picchiato ancora più selvaggiamente, fino a cadere pressochè esanime.

Ma altri dubbi circa la versione di Pelosi quale unico aggressore vengono alimentati da un particolare solo in apparenza secondario. La zona in cui Pasolini fu massacrato era sterrata e fangosa, ma Pelosi, che pure dichiarò più volte di essere caduto a terra durante la colluttazione, al momento dell’arresto non presentava particolari tracce di fango sugli indumenti; la scusa addotta a tale proposito dal ragazzo (si sarebbe fermato ad una fontanella per lavarsi, prima di essere fermato dai carabinieri) appare debole e non sorretta da quanto riscontrato nell’auto di Pasolini o sui vestiti dell’omicida al momento dell’arresto.

 

Se già questi elementi fanno dubitare che Pelosi fosse da solo su luogo dell’omicidio, è però un’altra questione, ancora più importante, a restare irrisolta: una spiegazione razionale a quel massacro. Questo è il vero punto debole della sentenza d’appello, che non riesce a spiegare perché Pelosi avrebbe dovuto colpire fino alla morte Pasolini. Solo un raptus di violenza brutale?

A tale proposito, torniamo all’atteggiamento di Pelosi di fronte agli inquirenti, alla sua reticenza ed alla sua abilità di confondere le acque a proprio vantaggio. Una reticenza ed un’abilità per certi versi comprensibili. Pelosi, ragazzo incolto ma astuto, capì fin dall’inizio che, essendo minorenne ed immaturo, aveva tutta la convenienza di addossarsi il delitto come unico responsabile. Questo spiega il suo silenzio di allora, ma anche quello degli anni successivi: se avesse voluto parlare successivamente in quanti gli avrebbero creduto, dopo le menzogne passate? E quanto avrebbe rischiato se avesse rivelato di aver compiuto il delitto con la partecipazione di altri (oppure da solo, ma rispondendo ad ordini altrui e con la copertura di ignoti)? Ma tutte queste considerazioni spiegano la reticenza di Pelosi, NON CERTO l’arrendevolezza con cui la Magistratura la accetta!… E questo ci porta ad altre domande.

Perché non vennero svolte indagini più approfondite tra i "ragazzi di vita" romani?

Perché non si tentò di approfondire il rapporto tra l’estrema destra romana e la malavita comune, che sicuramente aveva un ruolo determinante nella gestione della prostituzione giovanile?

Perché, dopo le rivelazioni de "L’Europeo" (su cui ci soffermeremo fra poco) non si cercò di approfondire le testimonianze dei residenti nelle baracche che sorgevano attorno allo spiazzo dove fu ucciso Pasolini? Alcuni di questi, reticenti di fronte ai Magistrati, sotto anonimato parlarono ESPRESSAMENTE coi giornalisti di un pestaggio eseguito DA PIU’ PERSONE…

 

Purtroppo non esiste risposta a queste domande: gli inquirenti, come già detto convinti di trovarsi di fronte ad un caso già chiaro e con un solo reo confesso, non provarono ad esplorare possibili alternative. Alternative che forse avrebbero portato a considerare Pelosi NON l’attore protagonista dell’omicidio, ma un mero strumento; lo strumento che doveva portare NON SOLO alla morte di Pasolini, ma ad una morte consumatasi "nel disonore". L’ipotesi che qualcuno volesse dare una lezione a Pasolini resta infatti più che plausibile. Una lezione che forse non doveva culminare nell’omicidio, ma in cui ai picchiatori scappò di mano la situazione. E seguendo questa supposizione è facile capire i tre motivi per cui è stato "scelto" Pelosi (da solo o col concorso di altri): perché era facile per lui avvicinare il regista; perché era facilmente manipolabile e gestibile nella fase successiva; perché, vista la sua minore età, gli si poteva promettere, se non l’impunità, una pena lieve. In tale modo si rafforza la convinzione che Pasolini dovesse essere NON SOLO ucciso, ma ucciso in modo che la sua memoria (e conseguentemente la sua opera) venisse compromessa. O, in alternativa, che si sia sfruttata l’occasione della sua morte per innescare quel processo denigratorio.

Su CHI abbia potuto ordinare l’azione non è possibile esprimere certezze, ma sicuramente può venirci in aiuto questo estratto dalla prefazione di Giorgio Galli al volume AA. VV. "Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo" (Kaos Edizioni, Milano 1992): "Se si parte dall'ipotesi che Pasolini, nonostante la sua cautela, abbia potuto essere attirato in un agguato, si riduce l'importanza della presenza attiva di più persone. Qualcuno poteva essere sul luogo per aiutare Pelosi (tesi del Tribunale), oppure questi ha agito fulmineamente da solo (tesi della Corte d'Appello), magari controllato sul posto da qualcuno non attivo ma pronto a intervenire in caso di necessità. Questa ipotesi richiede una spiegazione su chi e perché abbia contattato Pelosi a quello scopo. Sul "chi" non occorre affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni sono gremite di poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato che fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione e di autentica stabilizzazione politica. Non vi è che l'imbarazzo della scelta. Pelosi è stato uno strumento. Ora può continuare la sua vita di emarginato senza gloria, perché, se volesse raccontare qualcosa, sa quel che gli costerebbe e che nessuno gli crederebbe. Quale era l'obiettivo dell'agguato? Personalmente ritengo probabile una delle "causali" suggerite dal Tribunale: si voleva "dare una lezione" a Pasolini, ma non per uno "sgarbo", bensì per quello che egli rappresentava nel momento politico, così come, un paio d'anni prima per la stessa ragione, si era voluta dare una "lezione" all'attrice Franca Rame."

 

Ma nel "caso Pasolini" il giudizio sull’operato della magistratura purtroppo non è l’unico giudizio negativo: anche i media trattarono la vicenda in modo a dir poco deplorevole. L’attenzione dei media si indirizzò morbosamente sul contesto degradato in cui era maturato l’omicidio, più che sul fatto in sé. I riflettori furono da subito puntati sui risvolti sessuali della vicenda, che solleticarono gli istinti, a metà fra il perbenismo ed il pruriginoso, dell’opinione pubblica. A questa banalizzazione e distorsione dell’omicidio contribuì il clima dell’epoca, in cui i pregiudizi verso gli omosessuali erano ancora più radicati e violenti di quanto non siano oggi.

Le cronache si interessarono più all’inclinazione sessuale di Pasolini che ad altro, e sulle pagine di molti quotidiani la prima versione di Pino Pelosi fu presto spacciata come una verità acclarata: la storia di un "povero ragazzo" vittima delle attenzioni di un "vecchio sporcaccione"; un ragazzo che per denaro inizialmente cede alle avances dello scrittore, ma poi cerca di negarsi e, di fronte all’aggressione di Pasolini, si difende innescando una colluttazione finita in tragedia. E l’atteggiamento della stampa ricalcò, come detto in precedenza, l’approccio degli investigatori, che indagarono più nel passato della vittima che in quello dell’assassino, cercando qualche elemento che consolidasse in loro le convinzioni intimamente già maturate.

E’ comunque vero che non tutta la carta stampata si distinse per questo atteggiamento superficiale. Anche sul caso Pasolini vennero condotte delle "controinchieste"; come accennato in precedenza, queste trovarono la loro punta di diamante in alcuni articoli di Oriana Fallaci e di altri giornalisti su "L’Europeo". La controinchiesta, che tende a dimostrare la teoria del complotto ai danni del regista, è oggettivamente suggestiva e solleva molte delle questioni qui trattate finora ed altre ancora, basandosi su testimonianze di persone reticenti di fronte alle Autorità, per paura di conseguenze personali, ma disposte a parlare sotto anonimato con i giornalisti.

La controinchiesta purtroppo si basa, non certo per colpa degli autori, su testimonianze contraddittorie ed inaffidabili, segnate come sono a tratti dalla reticenza e dalla paura, ed in altri momenti contraddistinte da un’ansia esibizionistica che giunse anche ad autoaccuse. Ma ancora una volta è da sottolineare che la Magistratura si disinteressò di queste piste alternative, o le valutò con superficialità. E’ vero che i giornalisti de "L’Europeo" non rivelarono le proprie fonti ai Magistrati, tutelandone l’anonimato, ma già il fatto che la stampa abbia tentato di andare più in profondità della Magistratura appare a dir poco sconcertante.

Per chiudere le considerazioni circa le indagini ed i dubbi emersi nelle controinchieste, consiglio la visione del bel film di Marco Tullio Giordana, "Pasolini, un delitto italiano" del 1995.

 

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LA FIGURA DI PASOLINI

Costruire un quadro completo della vita e delle opere di Pasolini in questa sede risulterebbe difficile e presuntuoso. Proviamo a tracciane le linee essenziali, segnalando fin d’ora che una biografia più completa la potete trovare qui: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=80&biografia=Pier+Paolo+Pasolini. Inoltre, vista l’importanza che tuttora Pasolini riveste per la cultura italiana, sono moltissimi i siti internet da segnalare sulla vita e sulle opere dello scrittore-regista: penso di non fare un torto a nessuno menzionando solo http://www.pasolini.net/, un sito molto completo dove potrete approfondire sia la vicenda processuale conseguente l’omicidio, sia le molteplici attività artistiche di Pasolini.

 

Pier Paolo Pasolini nasce nel 1922 a Bologna. A 17 anni si iscrive all’università, facoltà di lettere. Nel 1945 l’uccisione del fratello Guido, partigiano, lo segna profondamente.

Successivamente si stabilisce in Friuli, dove comincia a lavorare come insegnate in una scuola media e si avvicina al PCI. Il rapporto con le gerarchie del partito sarà però controverso e segnato purtroppo da incomprensioni e contrasti, dovuti in parte all’inclinazione sessuale dello scrittore ed in parte ad un atteggiamento di Pasolini che alcuni reputeranno a volte "eccessivo" o "troppo borghese".

Nel 1949 viene denunciato per corruzione di minorenne: è solo la prima di una lunga sequenza di traversie giudiziarie che, con l’aumentare della sua notorietà, si intensificheranno assumendo i contorni di una vera e propria persecuzione (una persecuzione che da giudiziaria diventerà anche mediatica, culminando nelle rituali contestazioni che gruppi dell’estrema destra insceneranno in occasione delle proiezioni dei suoi films). Poco tempo dopo si trasferisce a Roma, insieme alla madre.

Nel 1955 viene pubblicato il romanzo "Ragazzi di vita". Anche qui, nonostante un buon successo di critica e di pubblico, Pasolini non sarà risparmiato da feroci attacchi, anche da sinistra. Nel 1957 pubblica la raccolta di poesie "Le ceneri di Gramsci".

Nel campo del cinema, dopo aver collaborato a "Le notti di Cabiria" di Fellini, l’esordio come regista e soggettista è del 1961 con "Accattone". Da questo momento l’esperienza cinematografica assorbirà notevolmente le sue energie: nel 1962 dirige "Mamma Roma", nel 1963 "La ricotta" (episodio inserito in un film girato da più autori), nel 1964 "Il Vangelo secondo Matteo", nel 1965 "Uccellacci e uccellini", e così via, fino ad arrivare al suo ultimo film del 1975, "Salò o le 120 giornate di Sodoma".

 

Tutto questo per fermarsi a cenni rigorosamente biografici. Ma accostarsi alla figura di Pasolini vuol dire innanzitutto, sempre citando Giorgio Galli, trovarsi di fronte ad "una delle personalità più emblematiche e positive della ricca cultura italiana della seconda metà del Secolo". Artista poliedrico, testimone scomodo del suo tempo, intellettuale libero ed indipendente… Pur essendo in linea di principio contrario alle etichette (la vita di un uomo, specie quella di un artista come Pasolini, difficilmente può essere racchiusa e limitata in poche parole), devo dire che queste definizioni trovate in rete sono tutte calzanti.

E la sua indipendenza intellettuale, come accennato nella biografia, gli causò non pochi problemi anche a sinistra. Grazie al sito http://www.pasolini.net/ riporto due esempi. Il primo è uno stralcio di una lettera che il senatore Mario Montagnana indirizzò al direttore di "Rinascita", rivista del PCI: "Pasolini riserva le volgarità e le oscenità, le parolacce al mondo della povera gente. […] Si ha la sensazione che Pasolini non ami la povera gente, disprezzi in genere gli abitanti delle borgate romane e, ancor più, disprezzi (non trovo altra parola) il nostro partito […] Non è forse abbastanza per farti indignare?". Il secondo frammento che riporto (sempre grazie al sito http://www.pasolini.net/) è una nota dell’agenzia Fert del 14 luglio 1960: "La Fert apprende che l'on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei settori culturali e stampa del partito l'invito ad andare cauti con il considerare Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne le difese. L'iniziativa di Togliatti che riscontra molte contrarietà, parte da due considerazioni. Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica una cattiva propaganda per il PCI, specialmente per la base, il considerare Pasolini un comunista, dopo che l'attenzione del pubblico, più che sui romanzi dello scrittore, è polarizzata su talune scabrose situazioni in cui egli si è venuto a trovare fino a provocare l'intervento del magistrato…". Ad onor del vero si deve aggiungere che a contrastare queste critiche molti esponenti del PCI si distinsero al contrario in apprezzamenti verso la figura e l’opera di Pasolini.

 

Come già detto, sarebbe presuntuoso e fuori luogo pretendere di dettagliare in modo esauriente la figura e l’opera di Pasolini in questa sede. Ma voglio chiudere questo articolo ricordando quanto attuale fosse il suo impegno contro l’omologazione culturale, che oggi pare sempre più evidente, ma i cui segni Pasolini vedeva già all’epoca.

Da un articolo dello scrittore, pubblicato il 9 dicembre 1973: "Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre...".

O ancora (da Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962): "L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.".

 

Credo si tratti di parole che facevano paura all’epoca, ma il loro contenuto profetico e terribilmente attuale lo possiamo constatare proprio oggi. Pasolini parlava di un fascismo "in giacca e cravatta", forse più pericoloso di quello "con fez e manganello". Un fascismo strisciante che si insinua nella società al fine di plasmarla per il futuro: Pasolini lo capiva già allora, e gettò il suo allarme, pressochè inascoltato. Ma gli effetti di quella subdola opera di rimodellazione della società italiana (e, direi, della coscienza dell’italiano medio) sono oggi sotto gli occhi di tutti… Ed è per questo che non dobbiamo dimenticare quelle parole, come non dobbiamo dimenticare il resto di quanto ci ha potuto trasmettere ed insegnare Pasolini nella sua breve esistenza.

 

Francesco Barilli, di Ecomancina.com