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Perché un partito comunista libertario
(o della sinistra radicale)?
di Carlo Pallavicini per Ecomancina.com



Che i cittadini debbano essere rappresentati ovvero, addirittura, che si autorappresentino nelle forme di democrazia diretta è sempre auspicabile. Che debbano essere governati, poiché, a causa delle dimensioni dei sistemi politici, l'autogoverno appare impraticabile o impossibile, risulta una dolorosa necessità, almeno per mettere fine all'hobbesiana guerra di tutti contro tutti.
Le differenze politiche si registrano proprio sul modo di intendere questo governo.
Se governo c'è, allora sia minimo, e costretto dentro regole rigorose, sostiene la tradizione del pensiero liberale-costituzionale (1-liberal).
Poiché il governo c'è, allora si attrezzi e intervenga per ridurre le disuguaglianze ed evitare le crisi economiche, ha, in seguito, sostenuto l'altrettanto nobile corrente del pensiero socialdemocratico (2-socialdemocrazia), mentre nella pratica procedeva alla costruzione dello stato keynesiano del benessere.
Ma lo stato del benessere è concepito in altro modo dai marxisti. All'interno di quest'ultima categoria, si può tuttavia distinguere tra chi plaude all'ormai storicamente confutata corrente sovietico-ortodossa (3-comunismo statalista) e tra chi si può inserire nel filone "neocomunista" o "neomarxiano" che dir si voglia, il quale predilige l'accezione più libertaria del messaggio comunista a quella più tradizionalmente burocratico-dirigentista (4-comunismo libertario). Ciò comporta una rivalutazione di tutto quel bagaglio valoriale sinora appannaggio di una parte di leader e figure emblematiche del comunismo ( su tutti, "Che" Guevara e il subcomandante Marcos), e ben più diffuso nella base, in quanto suo fondamento ideale. Libertà, uguaglianza, diritti umani paritari, responsabilità ecologica. L'impellenza del loro raggiungimento li prepone alla modifica della sovrastruttura statale pur non impedendo, chiaro, una sua radicale riforma che ne socializzi il funzionamento spingendo quindi nella direzione del raggiungimento dei valori sopraccitati nonché dell'emancipazione dell'uomo dall'autoritarismo statale e dell'autorganizzazione (le cui tentate esperienze acquistano quindi una grande dignità simbolica).
Proprio perché i fondamenti morali e ideali di questa corrente di pensiero sono, da sempre, ampiamente diffusi nel popolo, questo filone comunista-libertario si addice ad essere esperito, prima ancora che attraverso la rivoluzione (da non accantonare qualora si manifestino regimi oppressivi autoritari o totalitari), attraverso l'esperienza di governo democratico, secondo la logica che il manifestarsi dei propri effetti positivi a livello amministrativo e governativo possa innescare quella "rivoluzione culturale permanente" che porti l'uomo ad essere padrone del proprio destino civile e biologico, alla realizzazione del passaggio finale della teoria di Marx, il comunismo spontaneo.
Proprio per questo suo prestarsi alla pratica democratica il filone comunista-libertario deve essere rappresentato da un partito all'altezza dei valori che si prefigge di raggiungere. Tale partito potrebbe inserirsi in un contesto democratico partendo dall'incorporazione di quell'area più naturalmente preposta a coglierne il messaggio (in Italia, penso a Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani, asse radical-socialista e correntone DS) ed eventualmente prestandosi ad iniziali governi di collaborazione con l'area liberale-socialdemocratica (oggi confusa nel contenitore dell'Ulivo ma riconducibile ai partiti dei DS e della Margherita) da una posizione quantomeno paritaria (l'obbiettivo, è sottointeso, è divenire componente preponderante della coalizione).
Ma guai a fermarsi al primo passo! Questo nuovo partito dovrà darsi un limite ben stretto di tempo entro cui elaborare un piano di rinnovo della propria classe dirigente, al fine di dare dimostrazione della propria volontà di superare gli schemi abituali della politica incentivando i giovani. Ovviamente i fondatori potrebbero riservarsi un organo costante che funga da "consiglio di saggi" e che possa essere rinnovato periodicamente dai propri successori, ma che detenga comunque un ruolo minore rispetto alla vera e propria segreteria del partito.
Un cammino a piccoli passi ma coerentemente radicale nelle proprie proposte verso il sol'dell'avvenire cui si guardava tutti insieme prima della diaspora socialista.                            

. e quale struttura?

Quello della struttura di questo auspicato "partito della sinistra radicale" è un problema non sottovalutabile, in quanto è il vero metro di paragone della volontà di rinnovamento della nostra area politica. E naturalmente si tratta anche del problema per cui è lecito spendere più tempo e parole, coscienti che una struttura, se mal funzionante, può essere modificata. Tuttavia, per confermare l'impostazione rinnovatrice che fin dalla costituente dovrà contraddistinguere il nuovo soggetto politico, si può tentare di delineare un abbozzo della nuova struttura che preveda una segreteria "triumvirato", composta, oltre che dal segretario stesso, dal segretario dell'organizzazione giovanile e dal responsabile del "governo ombra". Quest'ultimo soggetto dovrebbe consistere in una serie di dipartimenti che ricalchino le competenze ministeriali coadiuvati da altri relativi alle aree di interesse del partito, ad esempio la pace, ed espleterebbe due funzioni: raccogliere malumori e richieste sociali, lavorando con e dentro la base, ed elaborare costantemente un' alternativa al modello vigente fatta di proposte concrete, pronte ad essere attuate una volta ottenuto il mandato degli elettori, e che comunque rimarrebbe attiva e funzionante anche in caso di vittoria.
"Sottoposto" ( ma solo in termini organizzativi) a questo Triumvirato vi sarebbe un direttivo organizzativo che funga da coordinamento delle sezioni, si occupi dell'organizzazione dei congressi nonché della comunicazione con la società (mi pare inadatto chiamarla propaganda), dei tesseramenti e della tesoreria. Tale direttivo organizzativo dovrebbe dialogare, tramite rappresentanti, con la segreteria triumvirata dando vita a periodici -anche settimanali- direttivi politici.
Ecco, una struttura simile potrebbe fungere tanto a livello nazionale quanto a livello locale, venendo replicata in tutto tranne magari nell'accesso alla segreteria del rappresentante giovanile, che potrebbe essere limitato da alcune clausole come gli anni di militanza alle spalle, dando modo al ragazzo di formarsi un'esperienza politica prima di accedere al processo decisionale. Tale misura non necessita di essere formalizzata a livello nazionale in quanto si presuppone che il segretario nazionale dei giovani (sempre eletto, come tutte le altre cariche, per votazione pubblica) goda già di quest'esperienza.
Quando cominciare questo processo di rinnovamento? Il trucco risiede nello sfruttare gli spazi concessi dall'agenda politica nazionale. Una volta archiviata la pratica elezioni, credo che i dirigenti delle segretarie nazionali interessate, a partire da Rifondazione, dovrebbero contattasi vicendevolmente e stabilire una tre giorni congressuale in separate sedi, ma coordinata temporalmente, in cui ognuno possa farsi "i conti in casa", seguita, a breve distanza, da un'altra tre giorni, protraibile, unificata che funga da "momento costituente". Il momento dell'anno solare più favorevole è quello prima della pausa estiva, in cui magari i partiti potrebbero riunirsi separatamente, e quello immediatamente successivo, in cui si potrebbe svolgere la costituente. Non so se già il 2006 possa essere l'anno giusto, ma il periodo più conveniente mi sembra questo e, al limite, si potrebbe posticipare di un anno dando tempo alle singole sezioni di discutere con gli iscritti dell'ambizioso progetto.

        Carlo Pallavicini- coordinatore Giovani Comunisti Piacenza