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La penna dell’oblio


La sentenza d’appello per la strage della Questura di Milano del 1973 dimentica e cancella molte prove. Così impedisce di capire la storia degli anni Settanta
di Gianni Barbacetto
MILANO.

Quando, a trent’anni dai fatti, arrivarono le ultime sentenze sulle stragi degli anni Settanta, a destra ci fu chi subito insorse. "Vogliono riscrivere la storia d’Italia con la penna rossa", disse, nel luglio 2001, l’avvocato Carlo Taormina (a quei tempi uno e trino: contemporaneamente avvocato di uno degli imputati di strage, deputato di Forza Italia e sottosegretario all’Interno del governo Berlusconi). Ora è il tempo delle sentenze d’appello. In attesa di quella sulla strage di piazza Fontana, è arrivata quella sulla strage della Questura di Milano, quattro morti e 46 feriti provocati da un bomba lanciata il 17 maggio 1973 da Gianfranco Bertoli, sedicente anarchico. Un verdetto che non solo ribalta le conclusioni di primo grado, ma cancella tutta la storia dell’eversione degli anni Settanta fin qui scritta da innumerevoli sentenze e qualche buon libro di ricostruzione giornalistica o storica: Bertoli era davvero anarchico, ha fatto tutto da solo, voleva vendicare la morte di Pinelli, nessun golpe era in preparazione, servizi segreti e apparati dello Stato sono stati corretti e non hanno avuto alcun ruolo nella "strategia della tensione". Anzi, non c’è stata alcuna "strategia della tensione".
A giungere a queste conclusioni è la Corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Santino Belfiore (e "martiri di Belfiore" sono ormai chiamati, nel palazzo di Giustizia di Milano, i magistrati che per anni hanno lavorato sull’eversione di destra, da Gerardo D’Ambrosio a Guido Salvini). Estensore della sentenza è Luigi Pietro Caiazzo, persona per bene, giudice di Magistratura democratica, dunque per definizione "toga rossa" e "penna rossa". Chissà come faranno, ora, Silvio Berlusconi e alleati a far rientrare Caiazzo nel loro schema dei "giudici politicizzati". Ma, lasciando stare le congiure immaginate, la storia dei processi per strage è una storia di congiure reali. Che vale la pena di raccontare.

LA GUERRA NON ORTODOSSA. Tutto inizia in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969: lì avviene la "madre di tutte le stragi", subito caricata sulle spalle di un anarchico, Pietro Valpreda, ma in realtà realizzata da un gruppo di neofascisti con corpose complicità degli apparati dello Stato. Era in corso una guerra, una guerra non dichiarata, tra l’Occidente e il Comunismo. Un "conflitto a bassa intensità" ("low intensity war"), una "guerra non ortodossa": non dichiarata, sotterranea, combattuta con mezzi non convenzionali, con eserciti invisibili e combattenti senza divisa, ma pronti a tutto. La "guerra rivoluzionaria", o "non ortodossa", era stata teorizzata in ambienti vicini ai servizi di sicurezza Usa ed era stata introdotta in Italia in un convegno avvenuto a Roma nel 1965, all’hotel Parco dei Principi, finanziato da un istituto di studi strategici (ma, in pratica, dal servizio segreto militare), con la partecipazione di alti ufficiali e giovani neofascisti.
Si era all’avvio della "distensione", della fase in cui i due blocchi, Est e Ovest, cominciavano a parlarsi. Fu allora che il fronte anticomunista si divise: una parte si impegnò nel confronto, scommise sulla progressiva democratizzazione del fronte avversario; un’altra invece si radicalizzò, teorizzando che le dottrine del "dialogo" e della "coesistenza" tra i blocchi segnavano non già una minore pericolosità del comunismo, bensì una nuova, più insidiosa offensiva. La terza guerra mondiale, sosteneva questa parte, era già iniziata, seppure non nelle forme tradizionali del conflitto dichiarato: il fronte comunista era all’opera con mezzi politici e psicologici. A questi bisognava contrapporsi, subito, a ogni costo, con durezza e mezzi adeguati, sullo stesso terreno. Utilizzo di civili anticomunisti, infiltrazione nei gruppi avversari dell’ultrasinistra. Azioni di "destabilizzazione" (comprese le stragi) per provocare la richiesta d’ordine e l’intervento dei militari.
Piazza Fontana è il battesimo del fuoco della "guerra non ortodossa". Una strage attribuita ai "rossi" (l’anarchico Valpreda) per bloccare il ’68 studentesco e il ’69 operaio, per spianare la strada alla dichiarazione dello stato d’emergenza e all’intervento dei militari. Qualcosa però s’inceppa. La reazione autoritaria non si dispiega. Nella "notte della Madonna" (l’8 dicembre 1970) la macchina del golpe si mette in moto, ma viene fermata. Il principe Junio Valerio Borghese è bloccato: forse una parte del fronte anticomunista usa i golpisti, ma non vuole andare fino in fondo; gli basta l’effetto di "stabilizzazione" già ottenuto. Gli attentati, però, si ripetono: 22 luglio 1970, stazione di Gioia Tauro, sette morti, 50 feriti; 31 maggio 1972, Peteano di Sagrado, in Friuli, tre morti, un ferito; 7 aprile 1973, sul treno Torino-Genova il neofascista Nico Azzi rimane ferito mentre innesca una bomba ad alto potenziale; 12 aprile 1973, durante una manifestazione di missini viene lanciata contro la polizia una bomba a mano, che uccide l’agente Antonio Marino; 17 maggio 1973, un uomo con la barbetta e gli occhi spiritati getta una bomba davanti alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli.

LA CHIAVE DELLA STAGIONE EVERSIVA. Ecco. Gianfranco Bertoli, una grossa A tatuata sul braccio, appena bloccato si proclama anarchico. Ha ucciso e gettato a sinistra la responsabilità di una nuova strage, provocando nuove richieste d’ordine. Il partito del golpe è sempre al lavoro: tra il dicembre ’73 e il gennaio ’74 scatta lo stato d’allarme nelle caserme italiane; e ai fascisti si unisce anche il "liberale" Edgardo Sogno, che prepara il suo colpo di Stato, previsto per l’agosto 1974. Intanto, altre bombe nere esplodono: in piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, otto morti, 94 feriti) e sul treno Italicus (4 agosto, 12 morti, 48 feriti).
Se c’è una vicenda, in questo intrico di eversione e depistaggi, che racconta più d’ogni altra (anche più di piazza Fontana) che cos’è stata la storia d’Italia negli anni Settanta, questa è la strage della Questura. È la chiave per capire se vi erano eversioni o un progetto eversivo, singole stragi o una strategia del terrore, "deviazioni" marginali o costanti scelte istituzionali. Per questo la sentenza su Bertoli e la sua bomba è cruciale: determina la possibilità di raccontare (oppure no) la verità sulla nostra storia recente.
Dopo l’arresto, Bertoli ripete di essere un "anarchico individualista", di aver fatto tutto da solo. Ma, anche questa volta, qualcosa non funziona. Malgrado i depistaggi degli apparati dello Stato scattino puntuali come ad ogni bomba, le indagini di giudici scrupolosi e le inchieste di giornalisti che non credono alle verità ufficiali smontano i piani. E anche la storia dell’"anarchico" Bertoli, vendicatore solitario, finisce per sgretolarsi. Emerge, soprattutto per merito del giudice istruttore milanese Antonio Lombardi, un’altra verità. Bertoli è tutt’altro che anarchico e tutt’altro che solo: da sempre amico dei neofascisti, fin dagli anni Cinquanta informatore del servizio segreto militare (fonte "Negro"), uomo della struttura segreta di Gladio; nel 1971 fugge dall’Italia con l’aiuto di strani personaggi, si rifugia in un kibbutz israeliano dove sembra fare più il mercenario che l’agricoltore, poi torna in Italia, viene addestrato per la strage da un gruppo di "neri" in un appartamento di Verona, infine arriva a Milano, getta la bomba che doveva uccidere il ministro dell’Interno Mariano Rumor (colpevole di aver chiesto lo scioglimento di Ordine nuovo, il gruppo fascista fondato da Pino Rauti al centro di ogni manovra eversiva), ma fallisce l’obiettivo perché si era attardato al bar, a bere un cognacchino.
Tutto ciò viene ritenuto provato nella sentenza di primo grado, che nel marzo 2000 aggiunge, all’ergastolo già inflitto a Bertoli, altri ergastoli ai neofascisti Carlo Maria Maggi, Giorgio Boffelli, Francesco Neami, Amos Spiazzi. E 15 anni, per depistaggio, a Gianadelio Maletti, alto ufficiale del servizio segreto militare. Un anno dopo, arriva la condanna per la strage di Piazza Fontana per personaggi dello stesso gruppo. E la "strategia della tensione" diventa storia, canonizzata in due sentenze che si confermano. Poi arriva la sentenza Caiazzo, "penna rossa" che cancella ogni certezza precedentemente raggiunta: in 193 incredibili pagine in cui le prove portate al dibattimento di primo grado vengono trascurate, o azzerate, o dimenticate, o svalutate senza giustificazione. Con l’effetto di smentire – ma senza giustificazione logica – una ricostruzione, sostituita da un altra data per dimostrata – ma non dimostrata affatto. Ora il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo di cancellare una sentenza giudicata logicamente insostenibile.

"VIVA PINELLI, VIVA L'ANARCHIA". Bertoli era un anarchico? Sostenerlo è davvero difficile. In tutta la sua vita frequenta per lo più fascisti, che lo considerano uno di loro. Lo ammette perfino il suo coimputato Maggi, il capo di Ordine nuovo (On) del Triveneto. E in carcere frequanta e diventa amico dell’ideologo degli stragisti, Franco Freda. Quando il giudice Lombardi, nel 1991, arriva nella sede del Sismi, ex Sifar, ex Sid, salta finalmente fuori la scheda della fonte "Negro", ovvero Bertoli Gianfranco, e i servizi sono costretti ad ammettere di averlo avuto in forza come informatore dal 1954 al 1960. La sua scheda, però, porta la data del 1966, da cui si arguisce che in quell’anno ha ripreso servizio, per proseguirlo almeno fino al 1971. Lo ammettono gli stessi segretari generali del reparto D del Sid, i generali Demetrio Cogliandro e Antonio Viezzer. Viezzer lo dice chiaro: "Ho scritto io, di mio pugno, "cessato", nel 1971". Nella sentenza d’appello tutto ciò viene dimenticato, in forza di una nuova testimonianza (l’unica chiesta in aula dalla Corte d’assise d’appello): quella dell’attuale capo del Sismi, il generale Niccolò Pollari, che per escludere il ritorno in servizio di Bertoli nel 1966 racconta una complicatissima storia sui metodi di classificazione delle schede negli archivi dei servizi; una spiegazione condita però da una dose massiccia di "probabilmente", "presumo", "suppongo", "ritengo verosimile". Nella sentenza, miracolosamente, i dubbi diventano certezze. Eppure nel 1971 Bertoli, ricercato per rapina, era stato fatto espatriare in Israele proprio dai servizi segreti. Ufficialmente, fuggì aiutato da alcuni "compagni anarchici", ma erano una strana compagnia: c’era Rolando Bevilacqua, anarchico ma in realtà informatore del Mossad in contatto con i carabinieri del colonnello Renzo Monico (arrestato per depistaggio delle indagini sulla stage di Peteano); c’era Aldo Bonomi, confidente della polizia, doppiogiochista infiltrato tra gli anarchici (e oggi felicemente ospitato come commentatore sulle pagine del Corriere della sera e perfino di Avvenimenti); c’era Umberto Del Grande, editore della rivista Anarchia, ma anche in collegamento con i fascisti di Ordine nuovo di Verona; e infine c’era Enrico Rovelli, il "compagno anarchico" che corse a portare la foto di Bertoli, quella inserita sul passaporto falso usato per l’espatrio, al commissario Luigi Calabresi (Rovelli fu anche informatore dell’Ufficio affari riservati, con il nome in codice "Anna Bolena"; in cambio dei suoi servizi ha avuto un occhio di riguardo dalla Questura per le licenze e per la sua carriera di manager musicale, gestore prima del Carta vetrata di Bollate, poi del Rolling stone di Milano, infine impresario di pop star come Patty Pravo e Vasco Rossi e oggi proprietario dell’Alcatraz di Milano, oltre che grande amico di Ignazio La Russa).
Giunto in Israele, Bertoli ha la possibilità di incontrare ed ospitare nel kibbutz dove vive personaggi del calibro dei fratelli Jemmy, esponenti di Ordre nouveau, gruppo francese fratello di Ordine nuovo. E di fare più d’un viaggio all’estero. Sono molti i testimoni che lo hanno incontrato (a Venezia, a Recco, a Parigi, a Marsiglia...). Ma il giudice d’appello non ci crede, perché non risulta dal passaporto: è evidente però che Bertoli poteva avere a disposizione più d’un passaporto. Nell’ultimo dei suoi viaggi in Italia prima della strage – racconta il testimone Carlo Digilio – Bertoli è "recluso" per alcuni giorni nell’appartamento di via Stella, a Verona, abitato dal fascista Marcello Soffiati, dove riceve una sorta di lavaggio del cervello come preparazione dell’impresa della Questura. Poi, arrivata l’ora x, compie l’ultimo viaggio da Israele a Marsiglia e da lì a Milano. Con in tasca una bomba a mano israeliana rubata nel kibbutz, dice (creduto dal giudice d’appello). Ma ve lo vedete il pasticcione Bertoli, che non è riuscito a portare a compimento una sola azione nella sua vita, passare indenne i severissimi controlli israeliani e poi francesi e poi italiani? Più credibile è che l’ordigno gli sia stato consegnato a Milano, poco prima dell’attentato. È provato, infatti, che Ordine nuovo (che aveva una corrente filo-israeliana, collegata con il Mossad, e che in Israele aveva organizzato un "viaggio di studio", nei primi anni Settanta) avesse armi israeliane: già nel 1966 furono sequestrate nelle abitazioni di due militanti di Ordine nuovo, a Verona e a Livorno, armi, munizioni e barattoli di esplosivo gelatinizzante israeliano.
Gli stessi coimputati di Bertoli ammettono più di quanto l’estensore della sentenza non voglia credere. Amos Spiazzi, militare interno agli ambienti golpisti della Rosa dei Venti, ha dichiarato in ben due interrogatori di aver sentito dire negli ambienti di destra, poco dopo la strage, che la bomba di Bertoli gli era stata data a Milano. E Gianadelio Maletti, in un suo memoriale mandato alla Corte nel 2002, afferma: "È ovvio che Bertoli, che parlava più lingue, disponeva di più passaporti e di fondi spropositati rispetto al suo lavoro... non può essere il ladro di polli di cui si parla".
Nel 1973, dopo la strage, il Sid di certo copre Bertoli, non passando ai magistrati neppure una pagina di ciò che era conservato negli archivi dei servizi. Quando poi vengono scoperti gli elenchi segreti della pianificazione Stay behind (Gladio), ecco anche lì il nome di Bertoli, accanto a quello di altri personaggi coinvolti nelle vicende eversive della "guerra non ortodossa", da Enzo Maria Dantini a Manlio Portolan, da Gianni Nardi a Marco Morin. Per tutti, gli uomini dei servizi hanno una scusa pronta, una spiegazione, un caso di omonimia da far valere. Per Bertoli ci sono quasi riusciti: hanno scovato un altro Bertoli Gianfranco, nato a Portogruaro, e hanno aperto, a posteriori, un fascicolo su di lui. Peccato che, accanto alle smentite dell’interessato ("Mai sentito parlare di Gladio"), ci siano anche alcuni grossolani errori compiuti dai maestri spioni: in una scheda hanno scritto che il Bertoli di Portogruaro nel 1965 abitava, appunto, a Portogruaro. Errore: si erano fidati dell’anagrafe, nella realtà l’ignaro Bertoli bis si era trasferito a Mandello Lario, in provincia di Como. Non solo: sulla scheda dei servizi, formalmente chiusa nel 1972, compare anche un numero di telefono, 0341/733442. Ai giudici è bastato un controllo presso la Telecom (allora si chiamava ancora Sip) per sapere che quel numero era stato attivato soltanto il 4 settembre 1984. Ma come, il fascicolo non era del 1971? Ma tutto questo i giudici d’appello mostrano di non saperlo.
Che la strage di via Fatebenefratelli non sia il colpo di testa improvviso di un "anarchico individualista" è provato anche dal fatto che l’evento è stato annunciato. Lo ha testimoniato Ivo Dalla Costa, un militante veneto del Pci che aveva raccolto lo sfogo del conte Piero Loredan, stravagante personaggio strettamente legato agli ambienti di Ordine nuovo, tanto da garantire con fidejussioni bancarie le attività editoriali del "nero" Giovanni Ventura. "Il conte era agitato", ha raccontato Dalla Costa nel 1995, "e disse che doveva parlarmi urgentemente. Mi disse: a Milano entro 48 ore succederà un attentato contro un’alta personalità del governo e ne parlerà l’intera Italia. Avvisa chi di competenza". Dalla Costa, militante coscienzioso, avverte i suoi superiori di partito, poi si mette in viaggio per Milano. Da Roma intanto arrivano a Milano due personalità del Pci, Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini, che ascoltano con preoccupazione le notizie dal Veneto e si incaricano di avvertire il giudice Emilio Alessandrini.

VIA STELLA, VERONA. Che cosa sia successo in seguito non si sa (oggi tutti i testimoni di questa vicenda sono morti), ma è certo che dagli ambienti di Ordine nuovo era uscita, pochi giorni prima, la notizia di un attentato a "un’alta personalità del governo". Era Mariano Rumor, il cui nome era stato fatto anche da Remo Orlandini, uno dei golpisti di Junio Valerio Borghese, in un colloquio registrato di nascosto dall’agente del Sid Antonio Labruna, ufficiale del reparto D alle dirette dipendenze di Gianadelio Maletti: "L’unico nome che mi è rimasto impresso come obiettivo di attentato è quello dell’onorevole Rumor", testimonia il maresciallo dei carabinieri Paolo Di Gregorio, che aveva poi trascritto il colloquio registrato.
La sentenza d’appello cancella tutto con un sol colpo di spugna. La fonte delle notizie passate da Loredan a Dalla Costa – secondo il giudice di secondo grado – sarebbero state cene ad alto tasso alcolico con alcuni giornalisti che avrebbero fatto soltanto discorsi fumosi e generici. Quanto al colloquio registrato e al nome di Rumor, la sentenza d’appello sostiene che è tutto sbagliato, che quella registrazione non è mai esistita e che l’ufficiale si è confuso con un altro colloquio, con un altro golpista, Attilio Lercari. Falso. I fatti emersi dalle inchieste e dai processi sono diversi: Loredan aveva avuto informazioni precise (un attentato, tra 48 ore, a Milano, contro un esponente del governo) e le aveva avute non a tavola, ma negli ambienti di Ordine nuovo. E il maresciallo Di Gregorio, interpellato sul punto dal giudice Lombardi, aveva categoricamente escluso di aver mai lavorato alla trascrizione dei colloqui con Lercari: è proprio Orlandini a parlare di Rumor. Lo conferma, del resto, un superiore di Di Gregorio, il generale Viezzer: "Effettivamente sapevo che Labruna aveva dei colloqui con Orlandini che registrava... In quel periodo appresi da un mio collega del Sid che si parlava di un attentato a Rumor". E lo ribadisce lo stesso Labruna: "Sono convinto che il nastro di Orlandini che parlava dell’attentato a Rumor sia stato fatto sparire".
Un altro generale dei servizi, Sandro Romagnoli, scrive di suo pugno sui fogli delle trascrizioni: "È probabile che il Lercari si riferisca al fatto che la morte dell’agente Marino e l’attentato di Bertoli non avevano conseguito gli obiettivi previsti, cioè caos e interventi delle Forze Armate". È la chiave interpretativa dei fatti di quel drammatico 1973, la spiegazione della strategia della tensione: la pianificazione dell’attentato, il caos, la strage, a cui deve seguire l’intervento militare, il ritorno all’ordine. Rumor doveva morire, perché da presidente del Consiglio, dopo piazza Fontana, non aveva dichiarato lo stato d’emergenza, e poi, da ministro dell’Interno, nel 1972 aveva avviato l’iter per mettere fuori legge Ordine nuovo, portato a compimento nel 1973 dal suo successore al Viminale, Paolo Emilio Taviani. Per questo Rumor e Taviani erano nel mirino di On. Ci avevano provato in tutti i modi, i capi di On, a uccidere Rumor. Lo aveva raccontato il "nero" Vincenzo Vinciguerra, a cui avevano chiesto di ammazzare il ministro dc nella sua villa in Veneto, garantendogli il non intervento della scorta. Vinciguerra aveva rifiutato, perché voleva fare la guerra allo Stato, non la guerra per lo Stato. Lo aveva ripetuto Roberto Cavallaro, finto magistrato militare e vero golpista di Stato coinvolto nell’operazione della Rosa dei Venti. Lo aveva confermato il fascista Marco Affatigato. Anche Carlo Digilio, lo "zio Otto", informatore degli americani e armiere di Ordine nuovo, racconta ai magistrati: "Maggi ci parlò del suo progetto di un attentato a Rumor e ci informò che Vinciguerra, interpellato per l’esecuzione, si era rifiutato... Prospettò la possibilità di reclutare per l’attentato tale Gianfranco Bertoli, persona disposta a tutto. Se si fosse riusciti a reclutarlo, vi sarebbe stata per l’azione una copertura anarchica dinanzi all’opinione pubblica".
Ma per il giudice d’appello tutto ciò non esiste. E Digilio non è neppure da prendere in considerazione, perché inattendibile.
È proprio Digilio a raccontare di essere poi stato in via Stella, a Verona, durante i giorni dell’addestramento di Bertoli: "Mi ricordo che Neami stava facendo con Bertoli una specie di lavaggio del cervello su cosa avrebbe dovuto dire se fosse stato arrestato; se ciò fosse avvenuto avrebbe dovuto dire che era un anarchico, che si era procurato da solo la bomba in Israele, che aveva fatto tutto da solo, essendo un anarchico individualista. Neami si comportava duramente con Bertoli quando non gli dava le risposte esatte... Bertoli fumava e beveva molto. In effetti gli piaceva molto bere e finiva con l’ubriacarsi a tavola. Annegava le sue malinconie nell’alcol. Appresi che lo avevano convinto con la promessa di un po’ di soldi... Neami cercava di rafforzare i suoi propositi stuzzicando la sua vanità, dicendo che doveva mostrare il suo coraggio, che sarebbe stato un eroe e che tutti avrebbero parlato di lui. Bertoli era molto esigente e chiedeva continuamente da bere e vitto di prima qualità portato da fuori. Chiedeva sigarette e alcolici di marca e nell’appartamento vi erano bottiglie vuote dovunque sul pavimento, tanto che a volte vi inciampavamo".
Gli altri "neri" presenti nell’appartamento, Neami, Boffelli, Soffiati, Maggi (tutti poi imputati per strage) negano che ci fosse Bertoli, ma non negano la loro presenza in quei giorni in via Stella. Confermano, dunque, Digilio: erano tutti lì, per i più stravaganti motivi; Carlo Maria Maggi, per esempio, frequentava quell’appartamento perché aveva un’amante...
La sentenza d’appello dà loro ragione. Dà credito al fatto che Bertoli fosse anarchico, tesi che neppure i suoi coimputati sostenevano più. Dà credito al suo diario del 1968, in cui ripete qualche slogan sull’anarchia. Ma che strano diario: poche paginette, che riguardano soltanto una dozzina di giorni, probabilmente scritte nel 1970, prima di fuggire in Israele, e lasciate alle spalle come prova a futura memoria.
Ora la parola passa alla Cassazione. Dovrà decidere se la storia di questo povero Paese si scrive con l’inchiostro dell’oblio o con quello della verità.