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QUELLI DELLA DIAZ…

Recensione di "Noi della Diaz"
(Altreconomia - 176 pp. - euro 8,00)

ed Intervista con l’autore, LORENZO GUADAGNUCCI

di Francesco Barilli

Fra i tanti avvenimenti che hanno segnato il vertice "G8" di Genova, l’irruzione alla Scuola Diaz, avvenuta nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001, è quello che ha causato maggiore indignazione, o perlomeno un’indignazione che ha saputo, pur fra molte difficoltà e mille distinguo, superare certe logiche di schieramento e di appartenenza politica. Considerata l’archiviazione che il GIP ha disposto per la morte di Carlo Giuliani, si tratta anche dell’unico fatto per il quale si arriverà (ma la prudenza in questi casi è d’obbligo) a dibattimenti pubblici, dove le vittime si troveranno a confrontarsi con gli esecutori di quell’irruzione travestita da perquisizione (se si riuscirà ad identificarli personalmente), e dove soprattutto quelli che disposero quell’azione e quelli che manipolarono ad arte i fatti per giustificarla (costruendo a tavolino le prove, come le due "famose" bottiglie molotov) dovranno rispondere del loro operato.

 

Se è possibile sperare che la Giustizia Italiana dia una risposta ai molti quesiti ancora aperti circa la gestione dell’ordine pubblico a Genova lo dobbiamo anche alla vicenda personale di Lorenzo Guadagnucci che, apparendo da subito una grossolana ingiustizia (Lorenzo, giornalista, è sembrato immediatamente estraneo a qualsiasi contestazione si potesse anche solo ipotizzare ad altri occupanti la scuola), è servita a far capire a molti come quella perquisizione fosse in realtà la maschera di una vera e propria "missione punitiva" verso i ragazzi del Movimento.

Giornalista della redazione economica del Resto del Carlino e collaboratore della rivista AltrEconomia, Lorenzo è oggi membro del Comitato "Verità e Giustizia per Genova" (di cui ci siamo già occupati - http://www.ecomancina.com/democraziaviolata.htm), e soprattutto autore di "Noi della Diaz", un libro che consiglio a tutti, dove Lorenzo non solo ripercorre la propria brutta avventura durante la vergognosa "perquisizione" (che lo ha portato al ricovero all’ospedale Galliera di Genova), ma propone anche alcune schede sintetiche su argomenti cari al Movimento "new global".

Quella di Lorenzo è una testimonianza preziosa per due motivi: perché è fatta contemporaneamente con la "partecipazione dell’interessato" e con il rigore del cronista; e perché è la testimonianza di un conoscitore competente del Movimento. Nel libro infatti Guadagnucci ripercorre la storia di un movimento che si propone per la prima volta (almeno per l’opinione pubblica) a Seattle nel novembre '99, e che vede una tappa fondamentale in Brasile a Porto Alegre, dove Lorenzo ha osservato i lavori del primo Forum sociale mondiale arrivando a decidere, per proseguire nella propria ricerca personale, di seguire da vicino le manifestazioni contro il G8 di Genova… E questo fino "alla notte dei manganelli"…

Recentemente ho conosciuto personalmente Lorenzo, in occasione della proiezione a Piacenza di "Genova senza risposte". Ho scoperto in lui non solo l’interessato diretto ai fatti della Diaz e l’osservatore attento e competente del Movimento "new global" in generale, ma soprattutto una persona ormai quasi stanca di parlare della propria vicenda personale, ma ancora ben ferma nel suo impegno di fornire il proprio contributo non tanto (o non solo) finalizzato alla costruzione di una verità giudiziaria sulla Diaz e sui fatti di Genova, quanto alla costruzione e alla difesa di una corretta memoria storica su quei fatti.

In questa intervista ho cercato di rispettare la sua volontà di aprire lo sguardo al di fuori di quanto successo alla Diaz, per aggiornare tutti sullo stato delle inchieste e, soprattutto, per consolidare ulteriormente quella corretta memoria storica: la sola cosa che può farci sperare che non si debba più assistere ad un’altra Genova…

 

***

 

8 maggio 2003:

 

FRANCESCO BARILLI:

Nel tuo libro sostanzialmente ti fermi alla tua vicenda personale, della quale tu stesso a Piacenza hai detto "sono quasi stufo di parlarne". Oggi tu sei membro del Comitato "Verità e Giustizia per Genova", ti interessi non solo delle vicende dei tuoi "compagni di sventura" della Diaz, ma in generale di quanti ancora oggi aspettano giustizia per quei giorni e magari, paradossalmente, si trovano ancora come te indagati per resistenza a pubblico ufficiale o altri reati anche più pesanti.

Come sei arrivato alla decisione di portare la tua legittima indignazione personale ad un impegno concreto che trascendesse il tuo episodio?

 

LORENZO GUADAGNUCCI:

"Per me è stato così fin dall’inizio, prima ancora che nascesse il Comitato. In fondo credo di avere solo compiuto il mio dovere di cittadino: per me è stato molto naturale, subito dopo i fatti, cominciare a raccontarli, e già allora non si trattava semplicemente di una vicenda personale. Rispetto ad altri ‘colleghi di sventura’ io avevo il vantaggio di svolgere una professione che rende più semplice tutto. Oltretutto per l’età che ho, per il fatto di essere un giornalista, e anche per il fatto di essere stato l’unico, dei 93 arrestati quella notte, di cui si è saputo subito il nome (grazie al telefonino che mi permise di telefonare dall’ambulanza a una collega giornalista), mi sono ritrovato ad essere il primo testimone di quei fatti. Col passare del tempo sono maturate alcune cose: ho scritto un libro, ho incontrato Enrica Bartesaghi, madre di una ragazza finita alla Diaz e a Bolzaneto, e l’ho sostenuta nel suo desiderio di dare vita a un Comitato che tenesse viva l’attenzione sui fatti di Genova e si battesse per la ricerca della verità e della giustizia. Ora Enrica è la presidente del Comitato. Ho anche capito meglio, con il passare del tempo, lo spessore civile di questa nostra battaglia, che va ben oltre le nostre vicende personali. L’impegno di oggi nasce da tutto questo. Credo che ognuno di noi, quando si trova a vivere certe situazioni che hanno a che fare con i diritti, con le regole del gioco, con la convivenza civile, debba fare la sua parte, se ha gli strumenti per farlo. Io ci sto provando"

 

F.B.:

In questi tempi gli eventi sembrano procedere con tempistiche frenetiche, e si ha la sensazione di vivere una stagione cruciale per il futuro dell’intera umanità: in due anni scarsi trascorsi dal luglio 2001 abbiamo visto gli attentati dell’11 settembre, due guerre (di cui una è apparsa basarsi su motivazioni particolarmente pretestuose), e soprattutto un cambiamento nel rapporto di forze a livello planetario (o perlomeno un cambiamento nel modo in cui le varie forze in campo tendono "a dialogare"). In un certo senso ne parli anche tu nel tuo libro, specialmente nelle schede finali in cui affronti tematiche molto attuali e molto care all’attuale Movimento (da Porto Alegre al debito contratto dai Paesi del Sud del mondo).

E’ mia impressione (ma si tratta, per l’appunto, più di una sensazione epidermica che non di valutazioni basate su fatti concreti) che l’attuale Movimento abbia trovato, nella cassa di risonanza che hanno avuto le giornate di Genova o altri appuntamenti, un’enorme spinta propulsiva e una coesione inaspettata, ma che recentemente lo stesso Movimento si sia un po’ "avvitato su se stesso". Mi sembra che in parte il problema stia nel rapportarsi con i nuovi apparati decisionali. Nel senso che un tempo i Movimenti dovevano dialogare con i Governi istituzionalmente riconosciuti; oggi il Movimento deve fronteggiare anche (soprattutto…) strutture più indefinite e sfuggenti, apparati internazionali (tipo il WTO) o le famose multinazionali, che sembrano spesso avere un peso politico superiore a quello degli stessi Governi localmente eletti. Tu condividi queste mie perplessità? E, in ogni caso, cosa consiglieresti al Movimento per diventare davvero un interlocutore universalmente riconosciuto, per fare davvero "sentire la sua voce"?

 

L.G.:

"In generale credo anch’io che la spinta del cosiddetto Movimento si sia molto affievolita. In Italia, in particolare, c’è stata secondo me un’involuzione. Un movimento aperto, creativo, effervescente, pieno di competenze e di risorse, si è progressivamente chiuso in se stesso, ha iniziato a comportarsi come un nuovo partitino, impegnatissimo in riunioni e assemblee interne, e con una capacità di proposta e coinvolgimento sempre più debole. D’altra parte credo che lo scenario internazionale, ancora più di prima, dimostri quanto sia necessario immaginare un mondo alternativo. La ‘guerra permanente’ e la voglia di unilateralismo degli Stati Uniti stanno trasformando le relazioni internazionali, nello stesso momento in cui l’economia globalizzata mostra tutte le sue debolezze, come dimostrano il caso dell’Argentina, la vicenda della Enron, la crisi ormai cronica delle Borse mondiali. In questo scenario c’è un bisogno sempre più forte di un’alternativa al neoliberismo, che peraltro si sta trasformando, visto che gli Stati Uniti potrebbero cominciare a fare da soli più di quanto già non facciano, con effetti ancora imprevedibili sulle dinamiche ad esempio della Wto. Io credo che oggi andrebbe recuperato lo spirito originario del movimento antiliberista, cioè la sua capacità di immaginare e cominciare a realizzare dei modelli alternativi. Voglio dire che è molto più importante dare forza e diffusione al commercio equo e solidale che non organizzare l’ennesimo corteo. Spezzoni di economia alternativa possono essere costruiti già ora: mi riferisco all’economia sociale, alla finanza etica, alle risposte che possono essere date ai piani dilaganti di smantellamento dei servizi pubblici. Andrebbe ripresa e praticata anche la lezione del consumo critico, perché il ‘nuovo mondo possibile’ deve cominciare da ciascuno di noi. Ognuno dovrebbe mettere in discussione il proprio stile di vita: questa è la cosa più rivoluzionaria che si possa fare oggi. Rispetto a tutto questo il Movimento, e in particolare la sua struttura dirigente, mi pare molto poco attento."

 

F.B.:

Il tuo libro è molto bello, come dicevo nell’articolo, ma ha "il sapore dell’immediatezza", com’è naturale: tu riferisci fatti sui quali, al momento del tuo ricovero/arresto, sembravano ancora fondate certe voci, come la presenza di black block nella Scuola, il ritrovamento (poi rivelatosi "costruito a tavolino") di armi e via dicendo. Il tuo approccio verso il comportamento delle forze dell’ordine (sia alla Diaz che, in generale, nelle giornate di Genova) mi è di conseguenza sembrato relativamente cauto. A due anni di distanza mi sembra che l’atteggiamento dei vertici delle forze dell’ordine sia ormai chiaro, nei riguardi delle indagini: tutt’altro che collaborativo, ed improntato invece ad una strenua difesa del proprio operato. Se dovessi scrivere oggi un’appendice al tuo libro confermeresti quei toni pacati?

 

L.G.:

"Non credo che sia una questione di toni pacati da contrapporre a toni accesi. Nell’appendice al libro credo che scriverei quello che vado dicendo da qualche tempo durante gli incontri pubblici ai quali partecipo, e cioè che quanto è successo, o meglio non è successo, dopo i fatti della Diaz, è addirittura peggio di quello che è successo dentro la scuola. Voglio dire che oggi abbiamo una verità storica che emerge da una miriade di documenti e testimonianze. Sappiamo che c’è stato un pestaggio ingiustificato, che 93 persone sono state arrestate sulla base di prove costruite dalla stessa polizia (la questione delle due molotov), che si è tentato di diffondere una ricostruzione falsa dei fatti. Di fronte a tutto questo, cioè a fatti gravissimi ormai riconosciuti da tutti, a cominciare dagli stessi agenti e funzionari indagati, non è successo nulla, cioè nessuno ha realmente preso le distanze da quell’operazione, nessuno ha chiesto scusa, nessuno ha perso il posto. Si è mandato al paese, e alle stesse forze dell’ordine, un messaggio di sostanziale copertura di quell’operazione: nessuno, ai vertici della polizia e dello stato, l’ha mai realmente rinnegata. Io credo che questo sia ancora più grave del pestaggio, perché ha un carattere intimidatorio rivolto a tutta la cittadinanza, ha un effetto di immediata e strisciante limitazione dei diritti di tutti. Credo che quando parliamo di della Diaz, di Bolzaneto, di piazza Alimonda dobbiamo metterci in questa dimensione, cioè sul piano dell’effettivo esercizio dei diritti costituzionali, dobbiamo domandarci quanto questi diritti siano effettivamente garantiti".

 

F.B.:

A volte ho l’impressione che i fatti principali di Genova (la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla Diaz, Bolzaneto) abbiano oscurato parzialmente certe notizie minori, ma comunque meritevoli di approfondimenti.

Mi sembra, ad esempio, che la "particolare" violenza delle forze dell’ordine sia stata liquidata un po’ frettolosamente, quasi si trattasse di una caratteristica endemica di polizia o carabinieri. In parte può essere vero, ma raccogliendo testimonianze su vari siti internet ho trovato che in molte ricorreva la constatazione di un particolare "stato di eccitazione". C’è chi ha parlato di canzoncine fasciste a Bolzaneto, chi ha parlato – più o meno esplicitamente – di un’aria alterata che avrebbero avuto molti agenti in occasione dell’irruzione alla Diaz o in vari episodi "di strada".

Tu hai avuto (direttamente o parlando con altri ragazzi coinvolti in quelle giornate) la percezione di questo "stato di alterazione", comunque fosse indotto?

 

L.G.:

"Il tema dell’uso sproporzionato, quando non abusivo, della violenza andrebbe approfondito. Da anni l’Italia è citata nei Rapporti di Amnesty International per i molti episodi di maltrattamenti in caserme e carceri. Le vittime principali sono gli immigrati, che hanno meno capacità e possibilità di far valere i propri diritti rispetto ad altri cittadini. Sappiamo anche, perché molti poliziotti e sindacalisti di polizia l’hanno denunciato, che le simpatie per il fascismo, le immagini del duce e cose simili sono tollerati all’interno delle caserme. Sappiamo anche che c’è una strisciante ri-militarizzazione della polizia di stato. Per questo sono convinto che dall’impegno per la verità e la giustizia sui fatti di Genova debba nascere una più generale mobilitazione per i diritti civili in Italia. Credo che negli ultimi anni ci sia stato un rilassamento, non ci siamo accorti di certi fenomeni, salvo svegliarsi a Genova. Quanto all’eccitazione, invito tutti a riguardarsi i filmati in cui si vedono agenti e carabinieri avanzare sbattendo i manganelli contro gli scudi… Alcuni dei 93 della Diaz hanno raccontato di avere notato un’eccitazione particolare negli agenti impegnati nel blitz. Ma è difficile stabilire di che tipo di eccitazione si trattasse".

 

F.B.:

Sempre riguardo la particolare violenza dell’irruzione alla Diaz, e questa volta tralasciando illazioni su un particolare stato di eccitazione degli agenti, ho anche questa impressione: si è accettato che le critiche dell’opinione pubblica convergessero verso gli episodi di violenza affinchè ci si potesse dimenticare che quella perquisizione ebbe anche altre conseguenze, ossia la distruzione ed il parziale trafugamento di materiali nel centro operativo del Genoa Social Forum (tipo gli hard disk dei computer, mai ritrovati).

Questo mi porta a due domande: non avete mai avuto la sensazione (come Comitato, intendo) che la violenza dell’operazione fosse finalizzata a distogliere l’attenzione dei media da quello che, forse, era il vero fine della stessa (ossia l’acquisizione di certi dati)? Esistono particolari filoni d’inchiesta sul trafugamento di quei materiali? E, se sì, a che punto sono?

 

L.G.:

"L’irruzione alla Scuola Pascoli, di fronte alla Diaz, in quei giorni sede del Centro stampa del Genoa social Forum, è stata definita un ‘errore’ da chi l’ha condotta. Una spiegazione che non ha convinto nessuno. Sinceramente non credo che il pestaggio subito da noi sia stato una copertura per l’irruzione nell’altra scuola. Per la Pascoli c’è una denuncia per furto, violazione di domicilio e per le lesioni subite da alcune persone."

 

F.B.:

Mi piacerebbe che fossi tu a chiudere l’intervista, aggiornandomi brevemente sullo stato delle inchieste (per quanto a tua conoscenza) e su quanto ti aspetti da queste, sia personalmente sia come rappresentante del Comitato "Verità e Giustizia".

 

L.G.:

"Su Piazza Alimonda sappiamo com’è finita, cioè con un’archiviazione che avvilisce tutti e non convince nessuno, e oltretutto preoccupa perché sostiene la tesi dell’uso legittimo delle armi, quindi l’esito sarebbe stato lo stesso, l’archiviazione, anche se il gip non avesse sposato la tesi del proiettile deviato dal calcinaccio. Quanto alle altre inchieste, è sicuro che ci sarà un processo contro i poliziotti per il blitz alla Diaz, per quanto non sappiamo ancora fino a quale livello, nella scala gerarchica, si arriverà con i rinvii a giudizio. Sono possibili, se non probabili, anche rinvii a giudizio per i maltrattamenti subiti da molte persone nella caserma di Bolzaneto, e ci saranno processi anche contro alcuni manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Dalle inchieste mi aspetto due cose: che servano a ristabilire, almeno in parte, i principi di legalità violati, e che servano – e questo è forse l’aspetto più importante a questo punto - a far aprire gli occhi agli indifferenti, ai distratti, ai troppi che fingono ancora di non sapere che a Genova, nel luglio 2001, lo stato di diritto fu sospeso. Spero che il processo per la Diaz faccia clamore, e che in questo modo molte persone si accorgano finalmente quanto gravi furono gli abusi, quanto forte fu l’attacco ai diritti civili di tutti, quindi alla democrazia. Un attacco che sta avendo successo".

 

Francesco Barilli, di Ecomancina

 

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AGGIORNAMENTO: 12 maggio 2003

 

Finalmente una buona notizia per i 93 ragazzi arrestati la notte del 21 luglio 2001 nella scuola Diaz, che sono stati tutti prosciolti dal GIP Anna Ivaldi dall'accusa di aver compiuto atti di resistenza nei confronti delle forze dell'ordine.

Pubblichiamo il comunicato stampa del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

 

"Il proscioglimento dei 93 massacrati della scuola Diaz (notte del 21 luglio 2001) dalle accuse di resistenza e violenze varie è un primo passo verso la ricostruzione di Verità e Giustizia sui fatti del luglio 2001 a Genova. Attendiamo ancora l’archiviazione per l’altra assurda accusa rivolta ai 93: l’associazione a delinquere finalizzata alla devastazione.

Non siamo sedotti dalla volontà di rivalsa e di vendetta, non siamo ansiosi di vedere in prigione chi ha costruito prove false, ma ci auguriamo che si arrivi finalmente a capire perché sia stata perpetrata una gravissima violazione dello stato di diritto.

Perché tanti giovani sono stati massacrati e sequestrati? Perché sono state fabbricate prove false? (le molotov trovate in corso Italia trasferite nella notte nell’edificio scolastico). Perché sono stati trafugati e non ritrovati gli hard disk del media center del Genoa Social Forum? Perché invece di cercare i black block laddove erano stati segnalati dal GSF, le forze dell’ordine hanno preferito una sanguinosa mattanza in un dormitorio? Qual è il ruolo dei servizi segreti stranieri? Chi ha dato gli ordini?

Sono solo alcune domande le cui risposte potranno far comprendere le motivazioni reali della gestione dell’ordine pubblico a difesa del vertice dei capi di stato degli otto paesi più ricchi. Perciò ribadiamo la richiesta dell’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8."

 

Comitato Verità e Giustizia per Genova