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DARWIN’S NIGHTMARE

 

Regia: Hubert Sauper.

Soggetto e sceneggiatura: Hubert Sauper.

Direttore della fotografia: Hubert Sauper.

Montaggio: Denise Vindevogel.

Origine: Austria-Francia-Belgio-Canada-Finlandia-Svezia, 2004.

Durata: 107 minuti, formato Dvd.

 

La catena è perfetta e perversa, come piace al capitale più cinico e bieco. L’aereo atterra su una pistaccia polverosa di Mwanza, è carico di armi ma tutti fan finta di non sapere a cominciare dai piloti russi alla guidano l’Ilyushin. Stanno lì qualche ora – talvolta vanno e vengono facendo due viaggi in giornata – oppure si fermano più a lungo a ubriacarsi e fottere le ragazze locali, prostitute per sopravvivere. Contraggono l’Aids perché il pastore del luogo, in osservanza a quanto disposto dal Santo Padre di turno, invita le donne a non usare il preservativo ch’è sinonimo di peccato. Ogni tanto, sotto effetto dell’alcol, un pilota ne uccide una, poi da bravo padre di famiglia mostra agli amici le foto della figlia, che magari si prostituisce in patria o in Occidente. Quindi arriva l’ordine di caricare cassette di polistirolo zeppe di filetti di pesce persico che verranno trasportate a Mosca, Francoforte, Londra, Parigi, Milano, Johannesburg e chissà dove. Nulla di nuovo è uno dei tanti volti della globalizzazione, quella per cui i potenti del G8 fanno ogni tanto vertici blindati qua e là per proseguire l’acconcio-sconcio business. E quando non basta ci fanno su guerre come in Iraq. E ne teorizzano il bisogno, da padroni come Bush e servi come Blair e Berlusconi.

 

Intanto il lago Vittoria, in cui il persico viene pescato, sta morendo proprio a causa sua. Lì esistevano oltre 200 specie molte delle quali si nutrivano esclusivamente di alghe ed evitavano l’eutrofizzazione dell’acqua. Cinquant’anni fa qualcuno prevedendo l’affare introdusse quel pesce che è un terribile predatore. In pochi decenni ha ridotto il lago in una personale vasca dall’allevamento che condivide con l’unico cacciatore in grado di tenergli testa: il coccodrillo del Nilo. Il persico viene pescato e venduto e rappresenta l’unica ricchezza per i tanzaniani che vivono a ridosso del bacino; con la sua voracità, ha interrotto la catena ittica e rischia di estinguersi insieme alle acque del grande lago, che può trasformarsi in putrida palude priva d’ossigeno. L’ennesima catastrofe foraggiata con cinica indifferenza da un’Europa tutta presa dal commercio: pesce in cambio di armi.

 

Le armi sono destinate alle infinite guerre locali: Angola, Ruanda, Liberia, Sudan, Eritrea che tanti stati africani vivono senza soluzione di continuità mentre le popolazioni già muoiono di fame e malattie. Gli abitanti di Mwanza, proprio a seguito dell’attività ittica maschile e della prostituzione femminile, tirano a campare con meno d’un dollaro al giorno. E quella situazione è meno disperata di altre località. In tanti preferiscono non vedere: gli affaristi presi nei loro traffici, chi ci lavora perché deve guadagnarci o sopravvivere, i governi occidentali e locali per i quali quella è solo economia, la Chiesa cieca di fronte all’ecatombe Aids che con "fede" sostiene, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite divenuto autoreferente struttura burocratica che brucia fondi e assiste inerme all’ingerenza dei politici.

Il persico parte, le armi arrivano, le puttane muoiono di botte e Aids, i bambini si picchiano per un pugno di riso e sniffano colla per dimenticare. Qualcuno di loro sogna di diventare pilota, vivrebbe un po’ di più – Aids a parte – rispetto a un futuro da mercenario da bruciare in qualche conflitto tribale foraggiato dalla globalizzazione delle guerre.

 

Enrico Campofreda, ottobre 2005