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MUNICH

Regia: Steven Spielberg
Soggetto e sceneggiatura: Tony Kushner, Eric Roth
Direttore della fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kanh
Interpreti principali: Eric Bana, Daniel Craig, Ciaràn Hinds, Mathieu Kassovitz
Musica originale: John Williams
Produzione: Kennedy, Spielberg, Mendel, Wilson
Origine: Usa, 2005
Durata: 2’h 44’

 

Quel che accadde a Monaco, Repubblica Federale Tedesca, il 5 settembre 1972 durante i Giochi Olimpici è noto ed era mirabilmente stato narrato nel 1999 da “One day in september”, ottimo documentario dello scozzese Kevin Macdonald. Quel giorno un commando palestinese denominato Settembre Nero - per attirare l’attenzione internazionale su un popolo ormai senza patria, vessato e ridotto all’impotenza dalla crescente escalation militare israeliana seguita alla ‘guerra dei sei giorni’ - diede vita a un attacco armato all’interno del villaggio olimpico sequestrando undici atleti e allenatori ebrei. Due perirono durante il blitz, per gli altri nove il commando trattò con autorità tedesche e internazionali l’attuazione di uno scambio con 232 detenuti palestinesi e due militanti della Rote Armé Fraktione. Si patteggiò una partenza dei nove dall’aeroporto di Furstenfeldbruck invece lì scoppiò l’inferno. Le ‘teste di cuoio’ tedesche (ne furono utilizzate quattrocento) aprirono il fuoco sulla pista compiendo una strage. I terroristi risposero al fuoco, non si sa chi uccise chi, restarono crivellati: nove ostaggi, cinque palestinesi, un poliziotto, un pilota. La macchina olimpica continuò la sua corsa e Borzov, Spitz, Virén meritarono le proprie medaglie ma i Giochi persero per sempre faccia e candore.

 

Steven Spielberg attraverso il romanzo “Vengeance” di George Jonas narra gli avvenimenti delle settimane seguenti. Fu la seconda vendetta d’Israele che, con una prima rappresaglia aveva bombardato campi profughi in Libano e Giordania provocando centinaia di morti fra i civili. Il premier Golda Meir decise d’eliminare i palestinesi del commando di Monaco rimasti in vita attraverso l’operazione “Ira di Dio”. Il film lo narra con gli occhi di Avner, capomanipolo dei vendicatori, che dopo aver versato sangue e sgomento fra i cacciati si troverà usato in un ruolo dove legami e giochi di specchi risulteranno superiori agli interessi anche del più oltranzista fra i disegni sionisti. La ribellione e il disgusto suoi coincideranno col dolore della perdita dei compagni di missione - qualcuno fanatico killer ma anche ferventi patrioti e semplici tecnici che avevano invertito il ruolo da disinnescatore a costruttore di bombe - e soprattutto dalla paura di vedersi colpito negli affetti più cari da forze che nulla hanno a che fare con gli arabi.

 

Perché lì dove bisogna cercare il nemico che si nasconde e ricevere notizie da informatori prezzolati come il francese Louis, le rivelazioni possono essere giuste o deviate, magari per estorcere ancor più denaro. E Avner, pur con un passato di guardia del corpo del primo ministro e con rapporti col Mossad, ora viene guidato e finanziato da un misterioso ebreo americano in accordo con la Cia.

Fra intrighi da spy-story e violente sequenze d’azione, che sono il brutto tributo commerciale del film, si conferma come dietro a problemi e ragioni che possono essere letti nella chiave di ciascuna delle parti in causa si celino interessi di superpotenze imperialiste, lobbies internazionali e malavita mercatile. In un perverso intreccio di doppiogiochismo e laido uso delle cause.

 

Invece il richiamo psicologico su quanto paghi la legge del taglione del sionismo politico, dalla Meir al primo Sharon passando per Barak e il Likud più oltranzista, è giocata in chiave della real politik di questi mesi e può far riflettere proprio in funzione degli ultimi eventi che hanno segnato l’entrata ufficiale nell’odierno Parlamento Palestinese dei fondamentalisti di Hamas. Al cui confronto i laici militanti di Settembre Nero costituivano interlocutori politicamente assai più abbordabili. Ed è tutto dire.

Anche alla luce di quanto accade oggi, il trentennale cammino della politica israeliana incentrato sull’uso della forza e della vendetta conferma il suo fallimento. E i dubbi di Avner sono i diventati i dubbi dei falchi stragisti d’un tempo, quali Sharon. Eppure, ieri come oggi ci sono israeliani che non vogliono riconciliarsi né coi palestinesi né fra loro, e rifiutano di spezzare il pane e scambiarselo in segno di pace e futuro. Come fa in chiusura di pellicola il misterioso organizzatore della missione con uno sconsolato Avner, sullo sfondo del vero cuore pulsante dello stato d’Israele: l’isola di Manhattan.

 

Enrico Campofreda, gennaio 2006