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BERLUSCONI, LA CINA, LA PENA DI MORTE ED ALTRE AMENITÀ…

di Francesco Barilli

 

"No, non ho parlato di pena di morte con i leader cinesi. D'altra parte bisogna pensare al rapporto col numero degli abitanti. I cinesi sono talmente tanti…"
Silvio Berlusconi, candidato al Premio Nobel per la Pace. Fonte: Radio Radicale - 2 settembre 2002

Si fa fatica a seguire le gaffes del nostro Presidente del Consiglio e del suo "entourage"… Di più: ci vorrebbe "un ufficio" apposito, e speriamo di averlo trovato in Rael, Mozo e compagnia: forse avete già visto, sempre su Ecomancina, la loro rubrica, "Mi Consenta…" (http://www.ecomancina.com/miconsenta.htm), dedicata, più che alle nefandezze politiche della Casa delle Libertà, alle curiosità, agli svarioni linguistici, agli "incidenti di percorso", alle cadute di stile con cui il nostro Premier ed i suoi fidi compari a volte ci avvelenano il sangue e a volte ci rallegrano la giornata (a volte entrambe le cose contemporaneamente…).

(ah, il titolo della rubrica è opera mia; se vi interessa è stato in competizione fino all’ultimo con "Sono stato frainteso…", che ho trovato meno immediato!…)

 

La rubrica poteva pure partire con questa elegante uscita sulla pena capitale, ma questa frase… "Questa frase no!", ho detto al mio amico Rael, "questa frase è tutta mia!!!". Un po’ perché ho sempre coltivato un’insana "passione" verso la lotta contro la pena di morte (vedremo di parlarne in un’altra occasione; ma, vi avverto, non sarò breve…), un po’ perché mi dà l’occasione per dilungarmi in qualche considerazione in apparenza scollegata; come dice il titolo: Berlusconi, la Cina e la pena di morte, ma anche il populismo ed altre amenità.

 

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Allora, dal rapporto annuale di Amnesty international del 2002 possiamo scoprire che "Da aprile ai primi di luglio A.I. ha registrato 2960 condanne a morte e 1781 esecuzioni… Alla fine dell’anno, con la scarsa documentazione disponibile, A.I. ha registrato 4015 condanne a morte e 2168 esecuzioni, sebbene si ritenga che le cifre reali siano molto più alte. Le esecuzioni sono avvenute tramite fucilazione o iniezione letale… Molte esecuzioni di massa si sono svolte in pubblico di fronte a vaste folle. Sembra che almeno un raduno per un’esecuzione di massa sia stato trasmesso in diretta dalla televisione di stato."

Sempre dal sito di Amnesty International, nella scheda dedicata alla Cina, possiamo apprendere altri dettagli interessanti. Ad esempio scoprire che nel 1992 il 63% delle esecuzioni capitali è avvenuto in Cina, che la pena di morte viene usata in maniera discriminatoria nei confronti delle classi sociali più basse, che spesso dietro l’utilizzo della condanna a morte si cela il commercio di organi per trapianti. Possiamo pure scoprire, nella lista dei reati punibili con la pena capitale, vere e proprie chicche, quali: evasione dalle tasse, bigamia, corruzione, frode fiscale, uccisione di una tigre…

Mi resta la personale curiosità di sapere come venga considerato, nell’ordinamento giuridico cinese, il falso in bilancio (piuttosto gravemente, mi sa…), e quale sia in proposito l’opinione del nostro premier. Chissà se di questo ne ha parlato, con i leader cinesi… Ma credo che resterò con la mia curiosità; io ed il Primo Ministro non siamo in confidenza.

Fino a qui, la Cina e la pena di morte. Non credo siano necessari ulteriori commenti…

 

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… Ma torniamo alle gaffes, agli "incidenti di percorso", più o meno corretti a posteriori con il tormentone "sono stato frainteso", "le mie parole sono state ingigantite", "la stampa comunista", e chi più ne ha più ne metta. Questi svarioni si susseguono con frequenza preoccupante. I vignettisti di satira politica saranno contenti; io lo sono di meno. Perché credo che questa sequela di gaffes denoti qualcosa di più o di diverso di semplice grossolanità, mancanza di tatto o scarsa conoscenza del "galateo politico" da parte dell’attuale classe dirigente. Qui siamo in presenza di qualcosa di profondo che ne caratterizza non tanto i caratteri superficiali, ma quelli più profondi e strutturali.

Non sono il primo a coniare, per Forza Italia, il termine "partito-azienda". Credo che in fondo, pur con qualche distinguo, agli stessi "azzurri" non dispiaccia questa definizione: non fa forse parte del loro stesso DNA ideologico l’idea secondo cui l’Italia stessa, per avere più dinamismo e più efficienza nella "cosa pubblica", andrebbe guidata come un’azienda moderna, sfrondando le storture burocratiche che caratterizzano gli apparati pubblici? Ma cos’è in fondo un’azienda, oggi? So che il mio può sembrare un delirio, ma seguitemi, vi prego…

Una bellissima definizione che ho sentito circa l’attuale formazione di governo è quella di Furio Colombo (ripresa anche da Lanfranco Caminiti nel suo articolo dell’11 luglio apparso sul sito http://www.rekombinant.org), che suona più o meno così: "una gang che avanza a spintoni nella strada principale della città".

E’ chiaro che il termine "gang" – proprio di una struttura illegale – viene usato solo metaforicamente per sottolineare certi atteggiamenti esteriori di taluni personaggi, non certo per sostenere affinità nell’illegalità. Dunque la domanda è: ci sono punti di contatto fra un’azienda e una "gang" (sempre parlando solo di possibili accostamenti nell’approccio che si deve avere per arrivare ai vertici)?

Ebbene, a mio avviso, il decisionismo, la spregiudicatezza machiavellica del ritenere ogni mezzo legittimato dal fine che si vuole ottenere, il riconoscere al "vertice" un potere pressochè assoluto, sono tratti che io riconosco come comuni.

Un tempo (parlo della cosiddetta prima Repubblica) era importante chiedersi quale ideologia esprimesse la classe dirigente; questo consentiva di formarsi un’opinione sostanzialmente valida su quella che era la cittadinanza che l’aveva scelta. In altre parole: anche la DC è stata definita populista, ma questo era vero fino ad un certo punto. La DC era sintesi di diverse posizioni e di diverse sensibilità. Era camaleontica, ed adattava se stessa alle varie realtà locali, nella ricerca di una simbiosi fra partito e Stato che per trent’anni – piaccia o meno – ha funzionato (a livello elettorale, intendo). Forza Italia, al contrario, tende ad adattare lo Stato al partito; così oggi, interrogandosi sulla classe dirigente, non si ottengono più risposte circa le ideologie del ceto sociale che essa esprime, ma risposte sulle pulsioni istintive di quel ceto sociale, su quali siano le sue richieste pratiche ed immediate.

 

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"Le gaffes sono populiste. Ma anche popolari. Non solo plebee". Così conclude Lanfranco Caminiti il suo già citato articolo su http://www.rekombinant.org. Ed ecco dunque chiudersi il cerchio del mio delirio: cosa c’entra la Cina con le gaffes ripetute del nostro premier e relativo entourage? Non c’entra nulla!… Però offre un’occasione per riflettere su quanto siano simili gli svarioni del premier e quelli che potremmo ascoltare al bar. Queste gaffes sono più chiarificatrici di un programma elettorale; ci fanno capire che alla gente non interessa un fico secco della pena di morte, dello sviluppo sostenibile, dei protocolli di Kyoto eccetera. Ci aspetta una lunga notte. Siamo solo all’inizio…

Francesco Barilli, di Ecomancina