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Usa, il braccio immune della legge 
Tribunale penale internazionale, l'Onu si piega al compromesso americano. L'Europa borbotta ma firma 
Consiglio di sicurezza Il Tpi non potrà giudicare, per un anno (rinnovabile), i «peacekeeper» di paesi che non hanno firmato il suo atto costitutivo: come gli Usa (o Cina, India, Israele...)
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK 

Se di fronte al Tribunale Penale Internazionale dovesse arrivare un'accusa di atrocità commesse nell'ambito delle operazioni di «peacekeeping» dalle truppe di un Paese che non ha aderito al Tribunale Penale Internazionale, ogni indagine conseguente sarà sospesa per un anno e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu potrà prorogare quella sospensione per un altro anno, e poi un altro e così via. E' finita con questo compromesso la «battaglia» sull'immunità americana nei confronti del Tribunale, alla vigilia della nuova scadenza - domani - del mandato della missione di peacekeeping in Bosnia che gli americani minacciavano di far saltare e che invece ora è stato approvato. La soluzione, almeno stando alle dichiarazioni pubbliche, ha soddisfatto tutti i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, che infatti alla fine hanno votato all'unanimità - e ha lasciato l'amaro in bocca a molti altri paesi che del Consiglio non fanno parte, oltre alla totatlità delle organizzazioni internazionali non governative, che avevano salutato come un importante passo diciviltà la nascita del Tribunale insediato il primo luglio all'Aja con l'adesione di 139 Paesi, 76 dei quali l'hanno già ratificata attraverso i loro parlamenti. Il compromesso sta nella rinuncia da parte degli Stati Uniti alla loro richiesta iniziale di «immunità permanente» per le proprie truppe e nell'accettazione da parte degli altri di questa «immunità a tempo», che secondo loro savaguarda comunque lo «spirito» del Tribunale dell'Aja. In termini meno diplomatici, come ha detto un anonimo ambasciatore, «gli Stati Uniti hanno imparato che non possono più alzare la voce e ottenere che tutti obbediscano e gli altri hanno imparato che comunque non si può pretendere di spingere gli Stati Uniti oltre i limiti che essi stessi hanno». In questo caso, i «limiti» degli Stati Uniti sono costituiti dalla destra repubblicana isolazionista, ossatura dell'amministrazione Bush. E infatti l'ambasciatore Usa all'Onu John Negroponte, per prevenire le critiche che comunque arriveranno da figure come il senatore Jesse Helms (quello che per anni ha bloccato il pagamento della quota americana al sostentamento dell'Onu), gli ha dato in pasto una bellicosa dichiarazione che ha del surreale: «Se il Tribunale si azzardasse mai ad arrestare un americano ci saranno serie conseguenze. Nessuno sottovaluti il nostro impegno nel proteggere i nostri cittadini». Dall'altra parte, l'artefice del compromesso, l'ambasciatore britannico Jeremy Greenstock che si è trovato anche a presidere il Consiglio di Sicurezza per il mese di luglio, si è detto contento perché il Consiglio è riuscito a salvare «due importantissime istituzioni, il Tribunale Penale Internazionale e le operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite». Sulla stessa sua corda si sono espressi quelli che avevano resistito fino all'ultimo - Francia, Messico, Irlanda e Mauritius - e che poi, visto che sulla soluzione di compromesso c'era ormai la maggioranza di 11 voti su 15 (per far passare la risoluzione ne bastavano 9 su 15), hanno deciso di unirsi al coro. Molto meno contenti, invece, i circa 40 paesi che proprio quando il compromesso aveva cominciato a prospettarsi, mercoledì scorso, si erano mobilitati sotto la guida del Canada per far sentire la loro voce. In una «riunione pubblica» del Consiglio, cioè una riunione aperta anche ai non membri che il presidente inglese prima aveva respinto e poi aveva accettato proprio per la decisa insistenza del Canada, avevano dichiarato il loro «no» assoluto alle pretese americane perché, aveva detto proprio l'ambasciatore del Canada Paul Heinbecker, in gioco c'era «la credibilità del Consiglio di Sicurezza, la legalità dei trattati internazionali e il principio che ogni persona è uguale e responsabile di fronte alla legge». Dopo la conclusione di venerdì sera Heinbrecker ha detto sconsolato che «si tratta di un giorno triste per le Nazioni Unite», facendo anche balenare una possibile, futura battaglia legale. «Noi non crediamo proprio - ha detto infatti - che fra i compiti del Consiglio di Sicurezza ci sia anche quello di interpretare trattati negoziati altrove». Anche le organizzazioni internazionali non governative, nella loro rabbia per come la faccenda si è conclusa, fanno prevedere una battaglia legale. «L'amministrazione Bush ha mandato un carro armato diplomatico contro il Tribunale Penale Internazionale attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza palesemente illegale», ha detto Vienna Colucci di Amnesty International. Il punto legalmente dubbio è che per decidere la sospensione di un anno si è ricorsi a un articolo del trattato istitutivo del Tribunale che dà, sì, la facoltà al Consiglio di Sicurezza di interrompere l'attività del Tribunale medesimo, ma solo in casi «delicati» da vagliare uno per uno. Questo argomento, durante le due settimane di battaglia, era stato ripetutamente sostenuto dal rappresentante francese, Jean-David Levitte, autonominatosi leader della «resistenza» contro gli Stati Uniti. Venerdì sera, dopo il voto, lo stesso Levitte si è invece esibito in questa sublime capriola: «Quello che contava più di tutto per noi era l'autorità del Tribunale e ci sembra che la decisione appena adottata sia in linea con lo Statuto di Roma».