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L’OMICIDIO DI ILARIA ALPI

Intervista con GIORGIO E LUCIANA ALPI

di Francesco Barilli per Ecomancina.com

 

 

20 marzo 1994. L’Italia sta vivendo ancora il "ciclone tangentopoli". Già da un paio d’anni le cronache denunciano un sistema "sotterraneo" (ma non troppo…) che inquina la vita politica ed economica italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo interesse, scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma quel giorno l’Italia è scossa da un altro avvenimento, solo apparentemente legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del TG3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia.

Perché ho deciso di accostare due argomenti così distinti in apparenza, come tangentopoli ed il duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in realtà anni di indagini e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio dei genitori di Ilaria e alla professionalità di alcuni giornalisti) hanno dimostrato che l’omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistramente vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo torneremo più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.

 

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L’AGGUATO

Già i primi "lanci" ANSA furono chiari su quanto avvenuto a Mogadiscio: un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land Rover seguì, sorpassò e bloccò l’auto con a bordo i due giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un autista). L’uomo di scorta e l’autista riuscirono a scendere e ad allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati a distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto), entrambi al capo. L’agguato avvenne poco distante dall’Hotel dove i due giornalisti erano diretti. Ricordiamo che proprio per quei giorni era previsto il ritorno in Patria del contingente italiano impegnato nella missione di pace "Restore Hope" in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia.

Per una volta sembra che proprio la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e che, conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli sia concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell’attesa dell’auto con i due giornalisti; un inseguimento; un’aggressione mirata (ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti scendono illese); non esistono prove di furti o altro che sottendessero l’azione criminale; al momento dell’omicidio pressochè tutto il contingente militare italiano era già imbarcato sulla nave "Garibaldi" in vista del ritorno in Italia, ed anche questo fa pensare ad un’accuratezza nella scelta dei tempi dell’agguato. Si tratta di un’esecuzione in piena regola, insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi… E ogni esecuzione ha, di norma, dei mandanti… Ma nonostante questa iniziale chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata ad essere inquinata dalle solite "stranezze" tutte italiane, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi, errori ed omissioni.

Si arriverà alle ipotesi più disparate: un tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia; oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti occidentale) da parte di fondamentalisti islamici.

Un capitolo a parte lo merita la cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non proprio edificanti di cui si rese protagonista il contingente militare italiano in Somalia. La affronterò quindi in seguito, nella parte in cui tenterò di ricostruire il contesto ambientale della Somalia di quegli anni.

 

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I DEPISTAGGI

Ma torniamo ora alle "stranezze" cui accennavo in precedenza… Queste cominciano subito dopo l’omicidio: il 22 marzo vengono consegnati ai genitori di Ilaria gli effetti personali della figlia, ma la borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di sigilli, come avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi Alpi non possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da quei bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i colleghi di Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali, quella certezza si materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria durante la permanenza in Somalia 3 sono spariti; così pure "spariscono" 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e alcune foto delle salme scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina fotografica di Ilaria… E tutte queste sparizioni avvengono sull’aereo che riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un contesto che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e sicurezza). Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che vennero trattenuti dall’ambasciatore Umberto Plaja e restituiti all’allora Presidente della RAI Demattè con strascico (dopo altri mesi) di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che adduceva "motivi umanitari" che avrebbero portato alla decisione di trattenere momentaneamente quei documenti.

Ma questo è solo l’inizio…

Quante volte ho dovuto usare parole come quelle usate in precedenza (silenzi, errori ed omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di Peppino Impastato come di Carlo Giuliani… Devo farlo anche stavolta, cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del contingente italiano nell’immediatezza del fatto) giunse a fornire, in una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell’evento non rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che lo stesso generale fornì allo Stato Maggiore dell’esercito con relazione del 1° giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico spiacevole: Luciana Alpi contestò quelle falsità e quelle contraddizioni pubblicamente, ed il Gen. Fiore querelò la madre di Ilaria, generando così una situazione a dir poco paradossale: per molti mesi la sig.a Alpi divenne l’unica indagata (per diffamazione) in relazione all’omicidio della figlia, mentre ancora restavano senza un nome i protagonisti dell’omicidio. Per fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere" in quanto il fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente la non correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.

Ma l’inchiesta arriverà ad altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un unico colpo vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con un’ipotesi che non aveva neppure il pregio dell’originalità (ricordate la teoria della pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e soprattutto cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell’immediatezza dell’evento era apparsa chiaramente: un’esecuzione verso un bersaglio preciso e non una tragica fatalità; un’esecuzione per scopi magari ancora non del tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.

La teoria della pallottola unica viene esposta per la prima volta da un altro Generale (colonnello all’epoca dei fatti), Fulvio Vezzalini, che presso la Commissione Governativa istituita per i "fatti della Somalia" esclude la presenza di colpi a bruciapelo, parlando invece di "… un colpo di Ak che ha colpito la persona che stava sul davanti della macchina, il cineoperatore, ha trapassato il suo corpo, ha passato il sedile e ha preso in testa la ragazza che era accucciata dietro". Parole in contraddizione con l’esame dei corpi effettuato sulla nave Garibaldi che parlarono chiaramente di due pallottole distinte, una al capo di Ilaria e una al capo di Miran. Ma i dubbi sulla dinamica e sulla "storia balistica" dei colpi che uccisero Ilaria e Miran nascono proprio dalla superficialità delle indagini effettuate nell’immediatezza dell’evento: sul momento, infatti, venne presa la singolare decisione di non disporre l’autopsia sul corpo della giornalista. Questa decisione fu motivata dal fatto che l’esame esterno sembrava dimostrare già chiaramente che il colpo era stato sparato quasi a contatto. L’autopsia verrà disposta solo due anni dopo, quando il PM Giuseppe Pititto subentrerà nell’inchiesta.

Ma anche i soccorsi portati nell’immediato portano molti dubbi. Nonostante le diverse affermazioni del gen. Fiore, nessun militare accorre con tempestività sul posto. I primi soccorsi vengono portati da Giancarlo Marocchino, italiano ma residente da anni in Somalia, che trasporta le due vittime con la propria auto al Porto Vecchio. Su Giancarlo Marocchino si è detto molto e molto si potrebbe dire. E’ solo un uomo che ha saputo galleggiare in acque pericolose per anni, con attività al limite della legalità? E’ solo un personaggio colorito, che ha saputo sopravvivere (probabilmente a costo di compromessi) tra attività lecite e meno lecite? La sua presenza nei dintorni dell’omicidio è dovuta a pura casualità o Marocchino sa (o perlomeno immagina) qualcosa di più? Difficile rispondere… E neppure le immagini riprese sulla scena del delitto aiutano a sciogliere i dubbi, portandone forse altri ancora più inquietanti. Esistono immagini fondamentali di Ilaria e Miran già colpiti all’interno del fuoristrada; sono state girate da un operatore dell’americana ABC e da uno della svizzera Italiana. Il primo è stato ucciso qualche mese dopo in Afghanistan; il secondo qualche anno dopo è rimasto vittima di un incidente stradale. Forse si tratta di altri due testimoni che, purtroppo, non potranno più dare il loro apporto nella ricerca della verità…

 

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TRAFFICI LOSCHI

All’inizio di questo articolo ho tentato un parallelo tra l’omicidio Alpi/Hrovatin e tangentopoli; un parallelo che può essere sembrato puramente suggestivo. In realtà l’accostamento è valido anche sotto punti di vista più pragmatici: forse noi italiani siamo stati abituati a pensare che il "malvezzo" di tangentopoli fosse tutto confinato ad un giro di corruzione: appalti pilotati, tangenti ad amministratori locali o a giudici che dovevano "addomesticare" sentenze, a Finanzieri che dovevano guardare da un’altra parte… Insomma, un giro di corruzione sicuramente deprecabile, ma figlio di semplice cupidigia, quando non figlio dell’esigenza di "muovere" l’economia sottraendola ad intoppi burocratici e concretizzando guadagni facili e gonfiati. Insomma, poco più di un gigantesco giro di evasione dalle tasse, dal punto di vista etico-morale.

In realtà il "cancro-tangentopoli" era molto più complesso e si nutrì di filoni ben più sporchi e detestabili (anche se forse meno noti), come finanziamenti ed aiuti ai Paesi del terzo mondo che si tramutavano in giri di denaro per attività che di "umanitario" non avevano proprio nulla o in losche "triangolazioni economiche". Ad esempio traffici di armi verso paesi sottosviluppati che pagavano quelle armi con l’unica loro risorsa: il proprio territorio, dove occultare rifiuti tossico-nocivi (a volte anche radioattivi), nell’assoluto spregio delle normative vigenti e senza alcuna considerazione per gli effetti sulla salute delle popolazioni locali.

A questo devo aggiungere una considerazione sulla storia recente del nostro Paese: i "complotti" in Italia hanno spesso un chiaro tratto distintivo "tutto nostrano": se nel resto del mondo i complotti vengono orditi "per fare" qualcosa, in Italia i complotti spesso nascono DOPO, e sono finalizzati ad intorbidire le acque attorno a qualcosa che E’ GIA’ STATO commesso, sviando le indagini dal loro corso naturale. In questo modo chi vuole arrivare alla verità non deve solo domandarsi chi avesse motivi per architettare una certa azione, ma pure domandarsi chi avesse interesse ad indirizzare le indagini in un certo solco. Si deve insomma risalire tramite le informazioni false e distorte agli interessi fondamentali che stavano alla base del depistaggio nella speranza, così facendo, di scoprire pure qualcosa di utile nella ricerca della verità sul fatto in sè. E’ tutto complicato e contorto, lo so, ma è quanto hanno cercato di fare i genitori di Ilaria ed alcuni giornalisti che non hanno dimenticato quale dovrebbe essere l’obbiettivo più alto della propria professione.

La tesi che in Somalia il traffico d’armi (cosa già di per sé disgustosa) si fosse saldato al traffico di rifiuti tossico-nocivi e/o radioattivi è esposta con chiarezza e grande abilità investigativa da tre giornalisti di Famiglia Cristiana. Si tratta di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari, che in "Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici", edito da Baldini e Castoldi, espongono la loro teoria, realistica ed avvalorata da anni di verifiche e riscontri.

Nel libro dei tre giornalisti (e a dire il vero dalla lettura di altri documenti e testimonianze) questa teoria appare chiara; inevitabilmente nebulosa nei dettagli quanto ben distinta nei tratti essenziali: esisteva (esiste?) un’organizzazione criminale internazionale, radicata da anni fra mafia italiana e somala e faccendieri di diverse nazionalità, che sfruttava contiguità e connivenze (quando non complicità) con autorità civili e militari. Questa organizzazione ha intrecciato il complesso scambio rifiuti-armi-territori; un giro d’affari incredibile al quale anche Ilaria si stava interessando.

Per la sua ultima inchiesta Ilaria si era recata a Bosaso. Qui Ilaria aveva intervistato il cosiddetto sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor, e si era interessata anche del caso della nave Farax Omar, una nave "regalata" dalla cooperazione Italiana alla Somalia, il cui equipaggio era stato in quei giorni sequestrato da guerriglieri somali nel porto di Bosaso. Di quella nave risultava intestataria la Shifco di Omar Mugne; ufficialmente era destinata al commercio del pesce, ma esistono sospetti fondati circa le reali attività di quella nave e delle altre facenti parti della stessa compagnia.

Ma forse è venuto il momento di interrompere momentaneamente la narrazione nel tentativo, tutt’altro che semplice, di descrivere cosa fosse la Somalia dei primi anni ’90 e di costruire (pur con qualche inevitabile approssimazione) lo scenario entro cui operavano Ilaria e Miran. In questa fase affronterò pure, per dovere di cronaca, la succitata "ipotesi Aloi" relativa al caso Alpi.

 

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LA SOMALIA "ANNI 90", IL CONTINGENTE ITALIANO ED IL MARESCIALLO ALOI

Il periodo dei primi anni ’90 in Somalia è contrassegnato da una feroce guerra tra bande. Le vicende politiche si scrivono con conflitti sanguinosi e la popolazione civile è ridotta allo stremo dalla lotta tra Aidid e Ali Mahdi, cui si aggiunge una devastante siccità.

E’ in questo frangente che l’ONU decide di usare proprio la Somalia come una specie di laboratorio per sperimentare quel ruolo di "salvatore planetario" che il nuovo ordine mondiale vorrebbe assegnarle già dalla caduta del muro di Berlino. Le dichiarazioni ONU sono rassicuranti: si tratta solo di garantire sicurezza per l’arrivo degli aiuti umanitari, di una "ingerenza limitata", per così dire, negli affari interni somali. L’Italia si accoda alla missione, forse anche per riscattare un passato poco limpido in quella regione.

In realtà presto la missione si rivela più complicata del previsto: gli interessi economici dei "signori della guerra" sono troppo forti e collegati con attività di certo non edificanti di aziende e paesi occidentali; il traffico d’armi è ben lontano dall’essere fermato; gli attriti fra le bande locali continuano, trascinando nel bagno di sangue i militari della "Restore Hope". Fra la popolazione civile ed i militari invece che benevolenza e collaborazione si instaura presto un rapporto di diffidenza che scivola nell’odio. E a questo si uniscono incomprensioni fra il comando italiano e quello statunitense.

Si arriva al 2 luglio 93, quando un’operazione di normale routine e di controllo si trasforma in un’imboscata per i militari italiani. Il bilancio è pesante: tre soldati italiani restano uccisi e molti feriti. Secondo il Maresciallo Aloi (la cui figura affronteremo fra breve) quell’imboscata era dovuta al già esistente risentimento dei somali verso gli italiani. La Commissione Governativa d’inchiesta sulla "questione Somalia" giunse invece a questa conclusione: "… si era cercato di impedire una preannunciata azione di rastrellamento in una zona in cui forse si nascondevano qualificati esponenti di parte ABR-GHEDIR (etnia del generale Aidid). Un’altra causa, poi, potrebbe ricercarsi nella presenza, nell’operazione degli italiani, di circa quattrocento agenti di polizia somala di etnia diversa da quella degli abitanti la zona rastrellata". Ma poco conta che Aloi o la Commissione avessero ragione: forse l’attacco che gli italiani subirono al check point Pasta non fu la risposta a precedenti violenze perpetrate ai danni della popolazione civile locale, ma è probabile che, viceversa, quell’episodio sia stato la causa scatenante delle successive violenze effettuate per rappresaglia, trasformando di fatto la missione "di pace" in una missione "di guerra".

 

Ed eccoci arrivati al Maresciallo Francesco Aloi, il militare che, nel 1997, provocò molto "rumore" attorno alla già conclusa missione italiana in Somalia, aggiungendo la propria denuncia ad altre già emerse circa abusi e torture su civili somali da parte di militari italiani. In estrema sintesi le denunce di Aloi si possono riassumere così: abusi vari nei confronti di civili; traffico locale di armi (le armi sequestrate ai somali venivano rivendute ad altre fazioni del posto); diffuso utilizzo di droghe da parte di militari del contingente; la natura dei succitati incidenti del luglio 93 al check point "Pasta" (a detta di Aloi dovuti, come esposto in precedenza, alla reazione conseguente diffuse violenze commesse nei confronti di donne somale); uno stupro in particolare, al quale Aloi avrebbe assistito assieme ad Ilaria Alpi nel luglio 93, operato da militari italiani che successivamente avrebbero ordito l’omicidio della giornalista per metterla a tacere.

Quanto denunciato da Aloi effettivamente non trovò un riscontro totale, e la Commissione Governativa d’inchiesta presieduta dall’On. Ettore Gallo, Presidente emerito della Corte Costituzionale, trattò Aloi alla stregua di un mitomane o poco più. Liquidare Aloi come un mitomane è però troppo semplice. Sicuramente commise errori ed esagerazioni, non posso dire se in buona fede o spinto da spirito di protagonismo e dalla volontà di gonfiare certi fatti oltre misura. Anche restando al caso Alpi, le risposte su quanto asserito da Aloi sono molteplici. Mente? Si confonde? Cerca di "condire" un episodio vero (lo stupro) rafforzandolo con la presenza della giornalista, e cavalcando così l’ondata emotiva del successivo omicidio di Ilaria per avvalorare le proprie accuse? Tutto è possibile, ma sembra effettivamente poco credibile che Ilaria fosse a conoscenza di un fatto del genere da mesi e non lo avesse denunciato, neppure parlandone in confidenza a qualche amico-collega.

Di certo Aloi non produce solo chiacchiere: è fra i primi a denunciare pure vicende legate al traffico d’armi e all’utilizzo, a tale scopo, di navi donate dalla Cooperazione Italiana alla Somalia. E’ pure uno dei primi ad individuare nel porto di Bosaso (dove Ilaria, ripeto, si era recata per la sua ultima inchiesta) uno degli snodi per questo traffico. Potrebbe però trattarsi di notizie apprese per altre vie, e potrebbe essere che Aloi abbia scelto, per rafforzare le proprie denunce, di sfruttare una conoscenza magari superficiale con Ilaria spacciandola per qualcosa di più ("parlavo spesso con Ilaria Alpi, si può dire che ero entrato in confidenza con lei…"). Questo anche perché Aloi nutriva qualche "ambizione letteraria" (voleva scrivere un libro di memorie su quanto visto in Somalia, e la tentazione di "condire" ciò di cui era effettivamente a conoscenza con qualche avvenimento ad effetto di cui sapeva solo "per sentito dire" poteva essere forte). Resta il fatto che, a mio avviso, la figura di Aloi è marginale alla vicenda e serve, ripeto, solo per inquadrare ancora più dettagliatamente il contesto tutt’altro che limpido che contrassegnò l’operato dei militari italiani in Somalia.

 

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PROCESSI E RESPONSABILI

Torniamo ora alla vicenda Alpi-Hrovatin. Abbiamo già accennato all’attività della Commissione Governativa sul "caso Somalia". Fra le incombenze della Commissione ci fu l’audizione di diversi cittadini somali che vennero in Italia per testimoniare le violenze a loro inflitte da militari italiani. Tra questi c’era Hashi Omar Hassan, che sosteneva di essere stato incappucciato e legato e poi gettato in mare, assieme ad altri malcapitati, da militari italiani (episodio a cui la Commissione non dette credito).

Hashi Omar Assan diventerà l’unico colpevole accertato dell’omicidio Alpi-Hrovatin, ma le modalità che conducono alla sua incriminazione lasciano più di un dubbio. Le accuse a carico di Hashi partono da un certo Ahmed Ali Rage detto Gelle (che però si renderà irreperibile e non testimonierà in tribunale) ma in seguito arrivano pure dall’autista di Ilaria, Ali Abdi.

La posizione dell’autista è quantomeno equivoca, essendosi già distinto in precedenza per menzogne o perlomeno grossolane imprecisioni: dopo soli 20 giorni dall’agguato, a due giornalisti italiani che volevano fotografare la macchina dove erano morti i due colleghi, ha presentato l’auto con foderine diverse da quelle reali; ha affermato (mentendo) che i militari erano accorsi sul luogo del delitto; non è mai riuscito a spiegare perché (nonostante la macchina non fosse danneggiata), i corpi siano stati trasbordati sull’auto di Giancarlo Marocchino per i primi soccorsi… Ma soprattutto terrà un atteggiamento equivoco durante l’interrogatorio nel quale accusò Hashi: in un primo momento dichiarò di non conoscere nessun componente del commando; successivamente (dopo una sospensione di due ore e mezza della sua audizione, dalle ore 20 alle 22 e 30) sosterrà di riconoscere come uno degli occupanti la Land Rover proprio Hashi, diventandone così (stante l’irreperibilità di Gelle) l’unico accusatore.

Un balletto di sentenze tipicamente italiano chiude, per il momento, la posizione di Hashi: il processo in primo grado si conclude il 20 luglio 1999 con l’assoluzione (il PM aveva chiesto l’ergastolo). Nel 2000 la sentenza d’appello rovescia la precedente e condanna Hashi all’ergastolo; in questa sentenza appare un elemento importante: per la prima volta viene riconosciuto ufficialmente come possibile movente l’interesse manifestato dalla Alpi sui traffici di armi e rifiuti. Ma il 10 ottobre 2001 la Corte Suprema di Cassazione, nel confermare l’ergastolo, rimanda ad un nuovo processo il compito di individuare le ragioni del duplice delitto. La pena di ergastolo verrà poi ridotta a 26 anni con sentenza emessa il 26 giugno 2002 dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma. La sentenza è ben lontana dallo scrivere la parola fine sul caso, limitandosi a riconsiderare e a ridefinire la singola responsabilità di Hashi Omar Hassan, e lasciando oscuri i motivi che portarono al delitto.

 

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CONCLUSIONI

Ci sarebbero ancora molte cose da dire ed altri personaggi da presentare. "Strani" uomini d’affari collegati a esponenti dei servizi segreti; imprenditori nostrani e somali che hanno intrecciato i loschi traffici di cui abbiamo parlato in precedenza…

Purtroppo lo sviscerare anche i dettagli circa questi personaggi e il loro coinvolgimento nella vicenda è impossibile per ragioni di spazio. A chi volesse approfondire la propria conoscenza del caso "Alpi-Hrovatin" consiglio però la lettura del già citato libro "Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici", e di "L’esecuzione" di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer e Maurizio Torrealta, libro edito dalla Kaos edizioni, che potete anche scaricare dal sito www.ilariaalpi.it, sito che ovviamente consiglio di visitare anche per ogni altro approfondimento sull’argomento.

 

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INTERVISTA CON GIORGIO E LUCIANA ALPI

Roma, 24 settembre 2003

 

FRANCESCO BARILLI:

L’omicidio di vostra figlia e di Miran Hrovatin di recente è tornato sotto la luce dei riflettori per due diversi motivi: prima il bel film di Ferdinando Vicentini Orgnani, "Ilaria Alpi, il più crudele dei giorni"; poi, poche settimane fa, la notizia dell’istituzione di una commissione Parlamentare sul caso (votata all’unanimità da tutti i gruppi parlamentari).

Come avete vissuto il riaccendersi dell’interesse dell’opinione pubblica dopo il film? E quali speranze riponete nell’operato della nuova commissione?

 

LUCIANA ALPI:

Per la verità dobbiamo dire che l’opinione pubblica non ci ha mai abbandonato; direi anzi che siamo sempre stati seguiti e supportati moltissimo, sia dall’opinione pubblica che dalle "piccole Istituzioni", se così vogliamo chiamare i Comuni "minori" o quelle piccole realtà che spesso ci chiamano perché vorrebbero che noi partecipassimo a qualche iniziativa in ricordo di Ilaria. Tante volte siamo costretti a rinunciare; questo perché, come puoi capire, per noi parlare di Ilaria è ben più che doloroso. Il nostro non è certo un parlare "asettico", ma è qualcosa che ci stravolge ogni volta… Però abbiamo sempre sentito e sentiamo con piacere l’affetto e l’interesse dell’opinione pubblica.

Chi ci aveva abbandonato erano le Istituzioni; non voglio certo generalizzare e puntare il dito indiscriminatamente: a Roma, per esempio, le iniziative in memoria di Ilaria continuano da anni. Parlo, per esempio, del premio "Roma per Roma – Ilaria Alpi", aperto agli alunni delle quinte classi delle scuole elementari, promosso dall’Associazione Stampa Romana in collaborazione con il Comune di Roma. Il premio giornalistico-televisivo "Ilaria Alpi" (promosso da Regione Emilia Romagna, Comune di Riccione, Provincia di Rimini e con la collaborazione di altre Istituzioni) è nato nell’immediatezza dell’evento ed è già arrivato alla nona edizione.

Quindi direi che, se proprio dobbiamo parlare di un risveglio, più che dell’opinione pubblica parlerei di un risveglio delle Istituzioni, o di certe Istituzioni. E noi ci auguriamo che analogamente ora sia la Procura di Roma a "svegliarsi", ravvedendosi delle manchevolezze che in questi nove anni hanno contraddistinto l’inchiesta.

 

F.B.:

In un certo senso hai anticipato la mia seconda domanda. Nel senso che abbiamo parlato di una riattivazione del "caso" sul piano mediatico, sfociato nell’apprezzabilissima decisione di istituire la commissione parlamentare. Ma sicuramente voi aspettate una risposta soprattutto dalla Magistratura… Tra l’altro, come ho avuto modo di dire nell’articolo, leggendo il libro di Carazzolo, Chiara e Scalettari ho scoperto che la pista relativa al traffico di rifiuti e armi è stata ampiamente approfondita e sviscerata: mi sembra che da "ipotesi possibile" sia diventata qualcosa di ben più concreto… Sul piano delle azioni giudiziarie ci sono speranze che questi approfondimenti portino a degli sviluppi?

 

GIORGIO ALPI:

Per ora no. Basta pensare che c’è uno "stralcio" fermo da ormai 4 anni, dalla fine del processo di primo grado. Ci sono un sacco di cose irrisolte, riconosciute dallo stesso apparato giudiziario. Le prove sull’esistenza dei mandanti oggi ci sono, ma al momento non sono utilizzabili in aula, perché sono informazioni fornite da fonti che la Digos di Udine e il Sisde non vogliono svelare. Questo mi sembra il paradosso a nostro avviso più grave e tremendo: in aula il capo del Sisde ha dichiarato che le fonti (tanto quelle di Udine quanto quelle di Roma) sono attendibilissime, che i loro informatori sono di sicura attendibilità… Ci siamo sentiti gelare quando abbiamo sentito che, in nome dell’art. 203 del Codice di Procedura Penale non possono essere fornite le notizie date dagli informatori perché questo metterebbe a repentaglio la loro sicurezza.

Questa è una cosa che dico sempre perché mi sembra importante e paradossale: come saprai, quando i processi finiscono le parti hanno diritto ad avere tutta la documentazione; e così fu, ovviamente, anche per noi. La Digos, durante i dibattimenti, presentò questa lista dei presunti mandanti dell’omicidio. Sono presenti sia somali che italiani. Questi nomi, per i motivi citati in precedenza, non sono stati utilizzati nel dibattimento; il Presidente, pur dichiarandoli inutilizzabili, ha comunque acquisito agli atti questo documento, e questa è stata un’iniziativa apprezzabile. Conseguentemente noi siamo in possesso, oltre che di tutta la restante documentazione, dei nomi dei presunti mandanti dell’omicidio di nostra figlia… Però se li comunicassimo in questa intervista finiremmo in guai giudiziari molto seri. E questo non è solo paradossale, ma soprattutto molto frustrante…

 

F.B.:

Nell’articolo accenno a diversi dubbi circa il coinvolgimento di Hashi nella morte di vostra figlia. O, per meglio dire, accenno al fatto che il modo in cui maturarono le accuse a suo carico mi sembra dubbio. La perplessità più grande consiste nell’arrivo in Italia di Hashi, il quale viene spontaneamente (come detto per testimoniare presunte violenze subite da militari italiani) e si ritrova coinvolto nell’omicidio come uno degli esecutori materiali. Mi sembra incredibile che per partecipare ai lavori della Commissione (nell’ipotesi di ottenere un improbabile risarcimento per quanto subito) Hashi si sia esposto ad un rischio così grande quale l’essere accusato di un duplice omicidio… Non avendo conosciuto personalmente il somalo e non avendo assistito ai vari processi, non posso che chiedere a voi un’opinione su questo cittadino somalo che (se colpevole) avrebbe commesso un’ingenuità al limite del comprensibile.

 

LUCIANA A.:

Direi che c’è di più: anche secondo noi, in base ai documenti che abbiamo raccolto, le prove a carico di Hashi sono molto dubbie, per motivi che tu stesso hai evidenziato nell’articolo. Ma la prima cosa strana è la presenza dell’autista di Ilaria nel primo viaggio di Hashi in Italia. Quell’autista che, giunto in Italia per essere ascoltato dai Magistrati, non solo non riconosce Hashi, ma neppure nessun altro componente del commando… Ma dopo una pausa di due ore individua improvvisamente Hashi. Ma c’è dell’altro: questo giovane si è sempre detto innocente… Questa potrebbe essere chiaramente un’ovvietà, ma dobbiamo unirla ad altre considerazioni. Al termine del processo di primo grado, che si concluse con l’assoluzione, Hashi tornò in Somalia. Successivamente questo ragazzo, pur se sconsigliato dal proprio avvocato, tornò in Italia per presenziare al processo di appello!!! A me non sembra certo l’atteggiamento di una persona colpevole; credo che un colpevole avrebbe saggiamente seguito il consiglio dell’avvocato e se ne sarebbe rimasto in Somalia…

GIORGIO A.:

Aggiungerei che la sentenza di primo grado di assoluzione di Hashi conteneva pure una considerazione del Giudice che parlava espressamente del Somalo come di un capro espiatorio "offerto" a noi per placare il nostro desiderio di giustizia… E, riguardo al ritorno in Italia di Hashi per l’appello, devo dire che noi abbiamo parlato con molti avvocati: non è mai successo che una persona assolta in primo grado torni appositamente (e senza costrizioni) per affrontare il rischio del secondo grado. E’ una cosa totalmente fuori logica. Per cui direi proprio che la colpevolezza di questo ragazzo è davvero molto dubbia.

 

F.B.:

L’ipotesi che l’omicidio di Ilaria e di Miran sia stato conseguente alle loro ricerche su "traffici sporchi" è stata avanzata quasi da subito. Però solo col tempo si è capito quanto un’attività criminale "classica" come il traffico d’armi si sia saldata con un’attività criminale relativamente "nuova": il trasporto illecito dei rifiuti tossico/nocivi/radioattivi. Interessandomi al caso di vostra figlia mi è venuta l’impressione che questo sia un business ancora più delicato e da occultare di quello delle armi.

Immagino che voi, nella ricerca dolorosa della verità sulla morte di Ilaria, vi siate trovati costretti ad affrontare la questione di questi traffici non solo in relazione alla vostra specifica vicenda, ma anche più in generale: che impressione vi siete fatti di questo mondo di traffici "sotterranei"?

 

GIORGIO A.:

Credo che il traffico di rifiuti tossico/nocivi con i paesi del "terzo mondo" sia un altro segno di decadenza della società. L’idea di trattare paesi in stato di povertà e difficoltà estreme come se fossero la discarica di una società del benessere come la nostra rende questo traffico ancora più odioso. Innanzitutto è bene sottolineare che generalmente ci si trova a trattare con dittatori sanguinari o con regimi di certo non democratici, favorendo uno scambio che più o meno suona così: "Tu mi dai la tua terra, io ti avveleno e in cambio ti dò pure delle armi, con cui potrete andare avanti a massacrarvi tra voi…". Così facendo una nazione civilizzata produce una sorte di doppia morte: la gente di quei paesi morirà per l’inquinamento dovuto allo stoccaggio dei rifiuti tossici (in questo senso esiste una fitta documentazione; non si tratta più solo di voci…) e morirà anche per le guerre, le faide locali che noi con le nostre armi siamo andati ad alimentare. Sì, direi che questo traffico rifiuti/armi possiamo definirlo un traffico di una tragicità nuova, che ci parla di una società ancora più corrotta e cattiva…

 

F.B.:

Documentandomi sul caso di vostra figlia ho vissuto due momenti di emozione "particolare". Nel documento della Commissione Governativa fra i vari giornalisti menzionati figura pure Raffaele Ciriello. In altri documenti ho trovato la figura di Maria Grazia Cutuli (che su Epoca scrisse già nel 1994, dopo due mesi dall’agguato di Mogadiscio, un pezzo proprio su Ilaria: "E' morta per ciò che sapeva, ma nessuno indaga").

Due colleghi di Ilaria, proprio come Ilaria uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro. Ciriello è stato ucciso il 13 marzo 2002 a Ramallah da militari israeliani; la Cutuli ha trovato la morte assieme a tre colleghi in un agguato in Afghanistan, il 19 novembre 2001. Ma la scia di sangue che perseguita i giornalisti più esposti in zona di guerra non accenna ad interrompersi. Sembra che nel mondo di oggi, dominato (nel bene e nel male) dalle esigenze dei media, i giornalisti siano fra le "categorie" meno protette.

Voi e (se siete in contatto) i familiari di Ciriello e della Cutuli non sentite, a volte, la responsabilità di essere anche "dei simboli" (scusatemi l’orrenda definizione…) di un giornalismo che non si accontenta del semplice "passaggio di notizie" ma cerca invece di elevare la professione a qualcosa di più nobile?

 

LUCIANA A.:

In molti e in diverse circostanze in effetti hanno parlato di Ilaria come di "una giornalista brava e coraggiosa"… Io penso che, semplicemente, fosse una professionista che faceva il proprio lavoro con passione. Dopotutto quale dovrebbe essere il dovere di un giornalista a cui arriva fra le mani un’inchiesta come quella che capitò ad Ilaria? Seguire la cosa fino in fondo, cercare di portare il fatto all’attenzione pubblica, questo sarebbe il suo dovere… Aggettivi come "coraggiosa" eccetera mi sembrano ridondanti. Credo di parlare anche per Giorgio quando dico che nostra figlia era una persona che amava il suo lavoro, che aveva seguito una preparazione, finalizzata al futuro esercizio della professione, molto seria. Prima l’università, poi tre anni e mezzo al Cairo per apprendere la lingua araba… Insomma, era una donna che amava il proprio lavoro e faceva di tutto per farlo seriamente. E sottolineo "donna": non mi piace quando si riferiscono a lei come ad una ragazza, perché dietro al termine "ragazza" mi sembra ci sia una sorta di mancanza di rispetto. Qualcuno per Ilaria parlò addirittura di "coraggio sventato", una cosa che mi sembrò totalmente inaccettabile; Ilaria prima di morire aveva trovato una pista e l’aveva seguita fino in fondo: questo non è coraggio sventato, ma serietà professionale. Credo che gli stessi colleghi di Ilaria (e questo specialmente nei primi tempi) abbiano sottovalutato la sua morte, addebitandola ad un caso sfortunato e chiedendosi "perché proprio a lei?"… Io credo che gli anni abbiano spiegato perché è successo "proprio a lei"!… E credo abbiano spiegato che non si trattò di un "caso sfortunato"…

GIORGIO A.:

Anche a me preme sottolineare quanto diceva Luciana sulla vocazione di Ilaria al giornalismo: lei aveva scelto e preparato anche la sua ultima missione con meticolosità. A volte molti dimenticano, quando si chiedono i motivi della sua morte, che Ilaria aveva preparato il viaggio a Bosaso già da Roma. Su quel famoso foglio del block notes che ci fu restituito era contenuto un suo appunto: "Dove sono finiti i 1400 miliardi della cooperazione italiana?" ed erano segnati i nomi della città di Bosaso e di Omar Mugne, proprietario della Shifco. Insomma, quel viaggio non era nato per caso, ma si arrivò a persino a dire che Ilaria era andata a Bosaso "perché c’era un bel mare"…

 

F.B.:

Praticamente, se ho capito bene, Ilaria era tornata in Somalia appositamente (o perlomeno principalmente) per la "pista Bosaso"?

 

LUCIANA A.:

Sì; lo posso testimoniare personalmente. Ilaria mi telefonò due ore prima di essere uccisa. E mi disse che, se la RAI le avesse dato il permesso, era sua intenzione fermarsi ancora qualche giorno; questo un po’ perché voleva riprendere la vita dei somali senza la presenza dell’UNOSOM, un po’ perché voleva andare a Kisimaio, altro porto del sud della Somalia dove con molte probabilità si svolgevano traffici illeciti. E noi di questo abbiamo la prova, perché Ilaria aveva già fatto la richiesta al comando UNOSOM per poter partire il 21 marzo…

GIORGIO A.:

Mi sembra doveroso spendere due parole su Raffaele Ciriello e Maria Grazia Cutuli, che hai nominato. Ciriello è stato il più bel fotografo di Ilaria. Anche le foto che vedi in questa stanza sono state scattate da lui nel marzo 94. E anche per la sua morte, una morte "strana" e tremenda come quella di Ilaria, non c’è giustizia…

A proposito della Cutuli, l’articolo che scrisse pochi mesi dopo parlava di "una verità che non ci sarà mai…" Mi sembrò strano sentire una cosa del genere detta da una giovane giornalista che parlava di una sua collega. E pensare questo a distanza di tempo, quando pensiamo alle "verità che non ci saranno mai" anche per Ciriello o la Cutuli ci fa davvero un’enorme impressione…

 

F.B.:

Ho parlato di un’emozione "particolare". Ora devo parlare anche di un fastidio, per così dire, "particolare": ogni volta che il caso Alpi/Hrovatin torna alla ribalta delle cronache si torna a parlare anche della cosiddetta ipotesi Aloi (sulla quale non mi dilungo, avendola già affrontata nell’articolo). Visto che prima abbiamo parlato di un giornalismo "nobile", mi sembra che al contrario l’insistere su questa ipotesi sia fuorviante, e che attesti la tendenza, da parte di una certa stampa, ad alimentare un sensazionalismo fine a se stesso. E questo, lo ripeto, indipendentemente dal fatto che le denunce circa gli abusi commessi dai nostri militari in Somalia non siano certo da liquidare come invenzioni…

Volevo chiedere a voi un’opinione su questa vicenda, ed in particolare sull’utilizzo, a mio avviso improprio, della "ipotesi Aloi" sulla possibile causa della morte di Ilaria. Tra l’altro: voi avete mai sentito direttamente Aloi?

 

LUCIANA A.:

Sì, lo abbiamo conosciuto, è venuto anche a casa nostra. La prima volta ci telefonò tramite la sua compagna per dirci che voleva parlarci. Fummo noi, allora, ad andare da lui, e devo dire che ci andammo con molta circospezione, facendoci accompagnare da un amico. Tutto questo nel 1997, quando scoppiò "il caso" del suo memoriale. In quell’occasione non ci dette il famoso diario, ma ci raccontò di questa sua amicizia con Ilaria… Più tardi venne da noi a Roma, assieme alla sua compagna, e ci consegnò il famoso diario. Noi lo abbiamo letto, e devo dire che alcune cose hanno trovato riscontri. Effettivamente le date in cui si parla di una presenza contemporanea di nostra figlia e di Aloi coincidono… Però devo dire che immaginare Ilaria che esce di sera con la macchina fotografica per riprendere uno stupro mi sembra inverosimile… Ilaria era tutto fuorchè una "cronista d’assalto" o una cacciatrice di facili scoop. E poi devo dire che concordo con quanto tu dici nell’articolo: se Ilaria avesse saputo di uno stupro o l’avesse addirittura fotografato, non si sarebbe certo tenuta il fatto per sé, ma l’avrebbe denunciato a chi di dovere.

GIORGIO A.:

Ricordiamoci che Ilaria aveva saputo di maltrattamenti a somali da parte di militari italiani. E fu lo stesso generale Bruno Loi a confermarci che Ilaria fu durissima con lui, dicendogli che se avesse raccolto prove di maltrattamenti avrebbe diffuso immediatamente la notizia…

Tornando ad Aloi, mi sembra comunque un uomo che ha sofferto molto. Noi, dopo i fatti che ti ha raccontato mia moglie, l’abbiamo visto al processo, e l’abbiamo trovato assolutamente irriconoscibile. Occhio spento, confuso… Sembrava come drogato, un automa… Penso che lui non ci abbia neppure riconosciuti.

E pensa che appena si seppe che eravamo in possesso del suo memoriale (anzi!, a dire il vero ancora prima, quando ancora non lo avevamo ma si diceva ne fossimo in possesso) abbiamo subito un vero e proprio assedio! Intervenne addirittura la Procura Militare, ed il Procuratore Capo venne a casa nostra e voleva sequestrarlo. Questo solo per dirti l’importanza che, secondo molti, aveva quel memoriale…

 

F.B.:

In conclusione di questa intervista mi sembra corretto parlare anche di Miran…

 

LUCIANA A.:

Ilaria aveva conosciuto Miran esattamente un mese prima, nel febbraio del 94. Doveva andare a Belgrado e a Zagabria, e lui copriva per la RAI queste zone dell’est europeo, per ovvie ragioni di conoscenza della lingua e del territorio. Ilaria quando tornò a Roma ci parlò con entusiasmo di quell’operatore, gentile, educato e soprattutto molto professionale. Pochi giorni dopo Ilaria si trovò in difficoltà per organizzare la sua ultima missione a Mogadiscio, che lei voleva fortemente: tre diversi operatori furono interpellati, ma rifiutarono l’incarico per diversi problemi (vuoi personali, vuoi per il budget risicato che la RAI aveva stanziato per la missione). Per cui Miran fu chiamato da Ilaria… e dal suo destino, se così vogliamo chiamarlo…

 

F.B.:

Avete più avuto contatti con i suoi familiari?

 

LUCIANA A.:

No, non ne abbiamo da tempo. La moglie di Hrovatin ha fatto un altro tipo di scelta, rispetto a noi, ed ha preferito il silenzio dei media sulla sua vicenda personale. Scelta opposta alla nostra, ma rispettabilissima, è chiaro… Però noi abbiamo pensato che se anche noi avessimo scelto il silenzio in fondo avremmo tradito proprio nostra figlia. Perché se lei aveva cominciato questa inchiesta era perché voleva scoprire i colpevoli di questo traffico di armi e di rifiuti tossici. E voleva, se non altro, che quel traffico si interrompesse. E noi andiamo avanti in nome suo. Probabilmente non riusciremo a finire il suo lavoro; non faremo in tempo a sapere tutti i nomi delle persone coinvolte in quel traffico. Ma continueremo a provarci…

 

Francesco Barilli, di Ecomancina