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25 aprile 1945 – 25 aprile 2004:
L’ATTUALITA’ DEI VALORI DELLA RESISTENZA

intervista con GIOVANNI PESCE

di Francesco Barilli, per Ecomancina.com

 

Non ho letto il libro di Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti", che recentemente ha riacceso la polemica sulla valutazione storica della resistenza antifascista italiana, e che punterebbe il dito sulle violenze subite dai fascisti dopo la caduta della Repubblica Sociale Italiana. Non l’ho letto, dicevo, ma ricordo l’amarezza con cui alcuni partigiani accolsero le parole di Luciano Violante, che pochi anni fa propose un’inedita soluzione al perenne conflitto ideologico "fascismo/antifascismo", invitando a rivalutare coloro i quali si schierarono dalla parte di Salò, nell’ottica di una "vera" pacificazione nazionale.

Nel tentativo di riscrivere quegli anni della storia d’Italia le parole di Violante furono solo il primo capitolo e il libro di Pansa l’ultimo. Nel mezzo possiamo trovare un intervento del Presidente Ciampi (14 ottobre 2001: "Abbiamo sempre presente, nel nostro operare quotidiano, l'importanza del valore dell'unità d'Italia. Questa unità che sentiamo essenziale per noi, quell'unità che oggi, a mezzo secolo di distanza, dobbiamo pur dirlo, era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse e che le fecero credendo di servire ugualmente l'onore della propria Patria") o le "perle" Berlusconiane, con il fascismo dipinto come una dittatura benevola che "al massimo" mandava un po’ di gente al confino. Parole inammissibili in una Repubblica che è basata sull’antifascismo. Parole disorientanti che cadono su un’opinione pubblica disorientata, sulla quale gli anni che passano pesano sempre di più, indebolendo le fila e la voce di chi ha vissuto in prima persona la lotta antifascista, e che oggi chiede agli italiani, se non un grazie, perlomeno di non vedere confusi i liberatori dall’oppressione con quelli che contribuirono a quell’oppressione.

L’opera mediatica di revisione del fascismo più che a revisionismo storico assomiglia all’imbiancatura di una facciata, sotto cui si intendono celare le magagne di un edificio: il fascismo non sarebbe stato una dittatura spietata ed assassina; non avrebbe sistematicamente seminato orrore e morte per conquistare e mantenere il potere per vent’anni; non avrebbe praticato assassini di massa con le guerre coloniali e non avrebbe spinto il Paese nella tragedia del secondo conflitto mondiale… E in fondo anche i partigiani si macchiarono di delitti nei confronti dei fascisti… Tutto questo "funziona" innanzitutto grazie alla formula (sotto certi profili persino "nobile") secondo cui "tutti i morti sono uguali"…

Per contestare questa formula, non è necessario mantenere una macabra contabilità e contestare i dati di Gianpaolo Pansa circa il numero dei morti nelle fila dei repubblichini dopo la liberazione (qualche migliaio in più? Qualche migliaio in meno?), e neppure è necessario rivalutare eticamente i sentimenti di vendetta e di rivalsa nei confronti dei fascisti. Per contestare la formula "tutti i morti sono uguali" bisogna dire innanzitutto che il giudizio storico non si deve limitare alla "categoria morale" della morte, che effettivamente omologa tutti gli uomini di fronte alla pietà dei propri simili. Non si può scindere la morte di un uomo da quelle che sono state le sue azioni durante la propria vita: la fine di certi gerarchi fascisti risultò tremenda quanto tremende furono le azioni che contrassegnarono la loro stessa vita. E questo non per una separazione manichea fra bene e male, ma per non stravolgere il giudizio della Storia: oppressore e vittima possono finire stritolati nella medesima spirale di violenza e di orrore, ma non bisogna dimenticare la diversità di ruoli fra chi (l’oppressore) ha originariamente fatto scattare quella spirale e chi (la vittima) è stato attirato nel meccanismo in un secondo tempo.

Persino la definizione "guerra civile", che molti storici insistono ad attribuire al periodo che va dal settembre 1943 all’aprile del 1945, appare fuorviante: è vero che si trattò di una lotta fra due componenti italiane, ma è doveroso ricordare che la componente repubblichina non avrebbe potuto sostenere alcuna lotta se non fosse stata appoggiata dall’esercito tedesco che occupava gran parte della penisola. Si trattò dunque di una guerra di liberazione fra un esercito straniero (spalleggiato dalle milizie-fantoccio della RSI) e le truppe alleate coadiuvate dai partigiani.

 

Di tutto questo abbiamo parlato con una figura fondamentale della resistenza italiana: Giovanni Pesce. Eccovi una sua brevissima scheda.

Giovanni Pesce, classe 1918, emigrò in giovane età in Francia con la famiglia. Divenuto presto militante comunista, combattè prima in Spagna e poi (dopo aver provato il carcere e successivamente il confino a Ventotene, fra il 1940 e il 1943) nella resistenza italiana, prima a Torino e successivamente a Milano. E’ stato insignito della medaglia d’oro al valor militare. Sua compagna da più di sessant’anni è Onorina "Nori" Brambilla, altra figura di spicco della Resistenza. Classe 1923, entrò nella brigata GAP (gruppi di azione patriottica) comandata da Pesce nel 1944; catturata in seguito alla delazione di una spia fascista, resisterà alle torture dei nazifascisti per finire poi in un campo di concentramento a Bolzano fino all’aprile 1945.

Per notizie più approfondite segnalo questo bel sito: http://www.memoriedispagna.org/

 

***

 

intervista con GIOVANNI PESCE

 

Milano, 16 aprile 2004

 

FRANCESCO BARILLI:

Il recente libro di Pansa, "Il sangue dei vinti", ha rilanciato le tesi revisioniste circa la resistenza italiana ed il giudizio storico generale sul ventennio fascista, puntando il dito sulle violenze subite dai fascisti dopo la caduta della Repubblica Sociale Italiana. Si tratta di tesi fortemente alimentate da destra, ma che purtroppo hanno trovato terreno fertile anche in ambienti di sinistra. Questo revisionismo storico tocca il proprio apice quando si dice che, dopo quasi sessant’anni, la festa del 25 aprile ormai ha poco senso, e che dovrebbe essere vista come un’occasione di "riconciliazione" fra gli italiani più che come ricordo della Liberazione. Cosa rispondi a chi opera queste rivisitazioni della nostra storia? Ed in questo contesto quale senso dovrebbe avere oggi, a tuo avviso, la parola riconciliazione, posto che se ne possa parlare?

 

GIOVANNI PESCE:

Io ho letto il libro di Pansa ed ho seguito questo dibattito. Credo sia inammissibile pensare di riconciliare chi in quei momenti difficili si è battuto per la liberazione dell’Italia con quella minoranza di italiani che si era schierata con gli occupanti. Noi abbiamo fatto la nostra scelta e restiamo fedeli a quella: una scelta che ha portato l’Italia alla liberazione. Abbiamo lottato, combattuto, molti compagni sono caduti, altri finirono deportati in Germania… Insomma, la nostra fu una scelta per liberare il nostro Paese, mentre gli altri fecero quella di combattere al servizio degli stranieri che lo occupavano. Non credo si possa parlare di riconciliazione, perché non ci troviamo di fronte a due scelte in cui si possa trovare una via di mediazione. Ognuno, in quei giorni, prese la propria strada; noi la nostra l’abbiamo scelta con sicurezza e ne andiamo fieri. Gli altri scelsero non solo di combattere contro di noi, ma di cercare di assoggettare l’Italia all’occupante straniero. E non ci si può riconciliare con chi ha tradito il Paese: questa è la realtà.

Tornando al libro di Pansa, mi sembra che, in nome di una pacificazione tombale per i valori di libertà, si evocano episodi del dopoguerra che furono gli strascichi del dopoguerra. Nessuno nega che l’operato dei collaborazionisti fascisti, delle case di tortura, degli autori delle stragi di giovani di leva che rifiutavano il bando del maresciallo Graziani (arruolarsi o essere condannati a morte) abbia lasciato nelle popolazioni dei territori occupati dai nazisti uno strascico di odio, commisurato alle atrocità subite. Ma adesso l’operazione di criminalizzazione della Resistenza punta ad identificarla solo con gli errori tragici di un dopoguerra, colmo di ingiustizie per chi attendeva giustizia e non la riceveva. Ma questo seme dell’odio non è nato dalla Resistenza, ma dalle atrocità subite… Come se la resistenza fosse identificabile non con l’unità nazionale che raggiunse nel movimento di liberazione, non con gli ideali, non con i suoi martiri ed i suoi eroi, non con la prefigurazione di governo nazionale che essa proponeva ed anticipava nelle isole liberate (Val d’Ossola, Montefiorino, eccetera), ma con lo smarrimento di alcuni!…

 

F.B.:

A proposito delle distorsioni operate in tempi recenti sulla storia della resistenza antifascista, vorrei sottolineare un altro aspetto: a proposito della lotta partigiana si usa sempre più di frequente il termine "guerra civile". Ne ho parlato anche nell’articolo di introduzione a questa intervista, contestando questa definizione che mi sembra una spia linguistica indicativa della volontà di rimodellare la storia e la memoria del nostro popolo. Tu che hai vissuto in prima persona quel periodo, cosa rispondi a chi definisce "guerra civile" la resistenza partigiana?

 

G.P.:

C’è oggi nel Paese un tentativo di sottovalutare o addirittura cancellare quella che è stata la lotta di liberazione. E’ assurdo, è contro la storia parlare di "guerra civile"! La nostra è stata una lotta aspra e difficile anche contro una piccola parte di italiani che si schierò con i nazisti. Ma, vedi, alcuni vogliono oggi dipingere quella lotta come finalizzata a fare emergere in seguito il predominio di un partito o di una certa idea politica: questo è falso! All’interno della lotta partigiana ognuno aveva le proprie idee, il proprio modo di pensare, ma tutta l’azione rispondeva ad una coscienza comune: liberare il Paese.

 

F.B.:

A questo punto mi sembra necessaria una domanda forse banale, ma che a tanti anni di distanza potrebbe essere utile per quei giovani che poco conoscono la nostra storia e si sentono disorientati dal dibattito revisionista sulla resistenza: come e perché si diventava partigiani?

 

G.P.:

Io personalmente lo sono diventato anche perché avevo un’esperienza politica alle spalle. A 18 anni ero andato a combattere in Spagna, poi sono stato arrestato in Italia, poi ho subito il confino a Ventotene… Insomma, quel che voglio dirti è che io già a quell’epoca avevo formato una coscienza politica. Ma credo che dopo l’otto settembre anche chi non aveva partecipato a certe lotte e non aveva (o non aveva ancora) maturato esperienze politiche, avesse visto nascere dentro di sé un sentimento "patriottico" (anche se oggi questo può sembrare un termine antiquato). La gente era colpita da quel che stava avvenendo: l’Italia occupata dai tedeschi, i primi concittadini arrestati, deportati, fucilati… C’è stato un senso di risveglio e di rivolta della maggior parte del popolo italiano; un senso che in alcuni è maturato in rivolta "attiva", in altri in una rivolta più "passiva", ma tutti diedero il proprio contributo. Ti faccio un esempio: io comandavo i gappisti, prima a Torino e poi a Milano; a volte mi è capitato di dovermi rifugiare in qualche abitazione a caso: ho sempre trovato aiuto e ospitalità, non mi hanno mai cacciato via, nonostante quel che rischiavano. Ti dico di più: a volte mi è capitato, dopo aver compiuto qualche azione, di sentire il giorno dopo i commenti della gente, per strada o al bar: "finalmente c’è gente che lotta, che fa qualcosa e che combatte per la libertà!". Questi erano i loro commenti, che facevano davanti a me senza sapere che quelle azioni le avevo compiute proprio io… Insomma, c’era un sentimento forte di solidarietà verso noi partigiani, e questo anche in chi non se la sentiva di partecipare attivamente alla lotta

 

F.B.:

Una domanda più di attualità: dopo il 25 aprile 1945 tu hai partecipato alla vita politica "attiva": una presenza nel Consiglio Comunale di Milano fino al 1964, poi una lunga pausa, fino alle elezioni politiche del 2001, dove ti sei candidato al Senato nelle liste di Rifondazione Comunista. Quale è stata la molla che ti ha spinto a tornare "in prima linea" e ad occuparti attivamente della vita politica italiana?

 

G.P.:

Il mio contributo, quando lo posso dare, lo dò volentieri. Ed è chiaro poi che nel Paese oggi c’è questa sensazione di ritorno della destra, sempre più preoccupante: la mia candidatura fu anche posta per questo, per trovare una figura rappresentativa che rilanciasse il senso e l’attualità del valore dell’antifascismo.

 

F.B.:

Che giudizio dai circa le dichiarazioni dell’On. Fini di critica del regime fascista, che tanto rumore hanno provocato nella destra italiana pochi mesi fa? Alludo alle dichiarazioni che l’On. Fini fece durante la sua visita in Israele.

 

G.P.:

Sì, ho seguito quel dibattito. Ci ho pensato molto, e mi sono chiesto se quelle parole fossero l’espressione di un sentimento leale e sincero, se Fini abbia capito quali sono state le sofferenze di quel popolo e volesse dimostrare una presa di distanza da quella che è stata la dittatura fascista, oppure se si sia trattato di semplice demagogia. Me lo sono chiesto molte volte, anche se non ne ho mai parlato o discusso con nessuno… Credo che, almeno in parte, Fini l’abbia fatto per dimostrare al popolo israeliano che anche all’interno del suo partito c’è la volontà di fare i conti con il passato. Ma, ripeto, è difficile dire quanto quelle dichiarazioni siano state influenzate da considerazioni di semplice opportunità politica…

 

F.B.:

Recentemente abbiamo organizzato a Piacenza una serata imperniata sulla figura di Davide "Dax" Cesare, giovane antifascista milanese ucciso da tre neofascisti nel marzo 2003. Una serata che abbiamo voluto intitolare "generazioni antifasciste", e alla quale abbiamo invitato anche ex partigiani e studiosi dei fenomeni legati all’estrema destra degli ultimi trent’anni, per unire con un ideale filo conduttore le lotte antifasciste di ieri con quelle di oggi. Tu che hai vissuto la resistenza antifascista e antinazista, come vedi l’avanzare della "nuova" destra? E come giudichi le lotte odierne che, pur con le ovvie differenze di contestualizzazione storica, si rivolgono contro un nemico anch’esso mutato nei dettagli ma non nella sua sostanza? Parlo delle lotte per il diritto alla casa, per la difesa dei diritti degli immigrati, eccetera.

 

G.P.:

Ti dico il mio parere con franchezza: io ho sempre difeso, a volte anche contro il parere del mio partito, le lotte, l’impegno, le iniziative che i giovani hanno preso contro questo rigurgito di fascismo, contro il razzismo, per il diritto alla casa, per tutte le iniziative di carattere morale che contraddistinguono l’attuale Movimento. Questo, ripeto, mi è costato a volte anche qualche critica da parte del Comitato Federale o degli altri organismi dirigenti. Ma io ho sempre detto che chi lotta ha sempre ragione; può anche sbagliare, ma la lotta resta sempre "scuola"; morale, politica, di vita… Guarda, voglio raccontarti una cosa: io ricordo che in Spagna ad un certo momento si capì che non c’era alcuna possibilità di vittoria. Ma Luigi Longo disse: "compagni, tenete conto che bisogna continuare a lottare, fino alla fine. Perché la lotta è scuola ed insegnamento: se non servirà oggi sarà utile domani". E infatti quell’esperienza, nonostante la sconfitta in Spagna, ci servì poi nella guerra di liberazione italiana… Per questo difendo anche i ragazzi che lottano oggi: a volte potranno anche sbagliare, ma è giusto che proseguano nelle loro battaglie civili.

 

F.B.:

Una domanda delicata: viviamo in un mondo in cui il "nuovo nemico globale" è considerato il terrorismo internazionale. Al di là dell’ovvia quanto fermissima condanna verso ogni azione terroristica, di qualsiasi matrice essa sia, mi sembra che la risposta della comunità internazionale sia la sola e semplice repressione, senza alcun intervento sulle cause di ingiustizie e di disuguaglianze sociali che per prime alimentano il terrore; ingiustizie e disuaglianze che a mio avviso costituiscono il vero "nuovo nemico globale".

A tale proposito volevo chiederti un giudizio sull’attuale situazione in Iraq.

 

G.P.:

Credo che l’intervento degli Stati Uniti sia stato fatto più che altro per assicurarsi certe basi nella regione mediorientale. Poi, ti dirò, io a questa faccenda del terrorismo non credo molto; nel senso che l’importanza di certi gruppi terroristici mi sembra venga esagerata, come se si trattasse di gruppi composti da migliaia e migliaia di persone… Tornando all’Iraq, io credo che fosse giusto destituire Saddam, ma credo che a questo dovesse pensare il popolo Irakeno, non altri!… E poi voglio dirti chiaramente questo: secondo me gli irakeni che oggi prendono posizione contro gli americani (e contro gli altri eserciti occupanti) difendono il loro Paese, la loro libertà e la loro indipendenza. Che poi lo facciano con metodi giusti o sbagliati è una cosa di cui preferisco non parlare: non conosco abbastanza la storia di quel Paese per giudicarla. Però penso che quando c'è un Paese invaso da potenze straniere ci sarà sempre chi, in quel Paese, decide di combattere per la propria libertà e la propria indipendenza: non basta occupare un Paese governato da un tiranno, proclamarne la liberazione e credere che tanto basti per far fiorire la democrazia.

 

F.B.:

La storia tua e di Nori è diventata recentemente un film, un mediometraggio di Marco Pozzi dal titolo "Senza Tregua", come il libro da te scritto nel 1967. Che sensazione vi ha fatto raccontare ancora la vostra storia? E soprattutto: che sensazione avete provato nel constatare che l’interesse attorno a quel periodo è ancora ben vivo, nonostante tutti i tentativi revisionisti di cui abbiamo parlato?

 

G.P.:

Devo dire che nell’insieme vedo nelle nuove generazioni sempre vivo l’impegno politico e ben chiaro il senso dei valori dell’antifascismo. Molti magari lo fanno più per istinto che per vere convinzioni politiche maturate. Io sono andato a parlare anche in vari Centri Sociali, anche con giovani che si sono allontanati dal "mondo dei partiti". E’ importante e mi piace parlare con questi ragazzi; serve anche a chiarire talune loro posizioni eccessive. Come ti dicevo in precedenza, secondo me c’è un tentativo di accantonare e di dimenticare l’impegno della Resistenza e cosa ha voluto dire quell’impegno per il Paese. Ma i giovani sono i custodi di questa memoria. Essi sono pronti per conservare la memoria che l’ondata involutiva (di cui questo governo è l’espressione) tenta di cancellare. Chi conosce i nostri giovani sa che questo tentativo, grazie a loro, fallirà.

 

Francesco Barilli, di Ecomancina.com