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VLADIMIR JOKANOVIC: Non è la mia guerra

Storie di ordinaria follia dal conflitto Balcanico

" era ora che Billy si levasse dalle palle la naia. Era l’ultimo martedì di giugno del 1991. doveva arrivare da Lubiana via Zagabria con il solito treno stile vecchio west, il più economico, che puzzava di cipolla, grappa e piscio fino all’ultimo bullone e che, oltretutto, era regolarmente in ritardo di almeno una mezzora…"

Inizia così il lavoro d’esordio di Vladimir Jokanovic. E chi è? Forse è questa la domanda che sorge più spontanea. È un giovane scrittore serbo, ora residente in Slovenia. Racconta la guerra dei Balcani vista con gli occhi di un giovane ventenne. Il protagonista è Luka, un ragazzo mezzo serbo e mezzo croato con la vita che accomuna un po’ tutti i suoi coetanei. Pochi soldi in tasca, le bravate, le ragazze, le sbronze con gli amici e tutti quei particolari che rendono indimenticabile il periodo che sta vivendo. Di colpo si trova inserito in un contesto assurdo. Assiste impotente al crollo di tutti quei valori per cui aveva vissuto. Vede quelli che da sempre sono stati amici diventare nemici e si trova costretto a scegliere da che parte stare. Non riesce a più a capire nemmeno la sua ragazza, la vede prendere una posizione, sventolare un’altra bandiera ed aggrapparsi alla religione come emblema di un popolo. Mentre a suoi occhi rimane sempre la solita ragazza. All’inizio dei bombardamenti rimane nascosto nel seminterrato del suo condominio, si sbronza da solo cercando di reggere una situazione in via irrimediabilmente degenerativa. . Quando si accorge che ormai non c’è più niente da fare e anche per andare a fare la spesa bisogna schivare le pallottole dei cecchini, la fuga si presenta come l’unica soluzione. Fugge in treno insieme all’ultimo amico rimasto con il quale si dividerà poco dopo. Uno va in Germania, ospite di alcuni parenti. Luka prosegue invece per Budapest, unica via possibile per raggiungere Belgrado. Qui si ritrova ad imbracciare il fucile e, con nuovi compagni si lancia alla caccia all’uomo. Luka, che pure trattiene con sé il ricordo di Marija, e con quello una possibilità d’amore e di una vita diversa, uccide e si bea di sopravvivere, in un crescendo di sbornie e malesseri. Nessuno dei compagni di Luka combatte per un ideale. Sono tutti ragazzi e persone normali che imbracciano le armi per difendere la propria casa, per sfogare l’odio accumulato vedendo compagni uccisi o deportati. Sono ragazzi nel quale è facile identificarsi perché provenienti da una realtà molto simile alla nostra e gettati di colpo in un contesto assurdo e irreale. Significativo di questo è l’incredibile numero di diserzioni nella JNA durante la campagna di Slovenia e Croazia. Questi giovani, spesso di leva, sono cresciuti cullati dalla politica Titoista, che rincorreva un’ideale di fratellanza tra tutti i popoli Slavi del sud. I fatti dimostrarono anche, come questo ideale era raggiungibile. Di colpo si trovarono a dover sparare contro quelli che prima erano i fratelli Sloveni o Croati. Questo provocò la crisi di coscienza che fu la causa delle numerose diserzioni. Ma aldilà di questo, è molto toccante il modo con cui l’autore si addentra nel conflitto. Non da giornalista, ne da politico, non come un esterno che tenta di capire ciò che non gli appartiene, ma con la parzialità di chi vi partecipa. E poco importa se esso sia Croato, Serbo o Bosniaco, perché scende ad un piano talmente umano da accomunare tutti i partecipanti a questo conflitto. Si addentra nelle viscere dei pensieri, nei cervelli andati in corto circuito, nelle psichi ultra fragili di persone provenienti da una cultura mitteleuropea, di persone che avremmo potuto tranquillamente essere noi. Di persone travolte però da un incredibile sciagura: la guerra

Persone sobillate ed aizzate all’odio razziale, usate per rendere possibile il sogno nazionalista di qualche burattinaio. Oggi, uno di quei burattinai

è sotto processo. Gli altri lo hanno evitato nel modo più semplice; piegandosi agli Stati Uniti.

Questa però è un’altra storia. Il libro è lo specchio di una generazione perduta, spesso dolorante di una sofferenza che, in questo romanzo, trova espressione in un linguaggio giovane, tumultuoso ed energico, sempre scevro da pietismi e da retorica.

 

 

A cura di Goram Luckijc

 

 

i quartieri sud di Belgrado bombardati dalle forze Nato

 


 

 

la Zastava di Belgrado distrutta da un’ Pristina fumante sotto le bombe

incursione aerea americana della NATO