QUEL MARTEDI’ MATTINA DI UN GIORNO DA CANI.

Fiamme, macerie, gente che urla, scappa disperata e poi la polvere, avvolge tutto e rende tutto indistinguibile. Non si riconoscono più etnie, tutti uguali, neri, bianchi, ispanici ed orientali. Gli Stati Uniti sono colpiti. Colpiti nel cuore economico di Manhattan e nel centro militare del Pentagono, ma soprattutto sono colpiti nell’ orgoglio. Per la prima volta nel corso della sua storia, lo stato più potente del mondo viene attaccato sul suo territorio con un azione di tipo militare che provoca migliaia di morti e danni incalcolabili. Per la prima volta il cittadino americano prova sulla propria pelle un bombardamento e la guerra per lui diventa una cosa seria, reale, che brucia e provoca morte e distruzione. Non è la guerra virtuale che la CNN gli trasmetteva da Baghdad o dalla ex Jugoslavia, come una sorta di pirotecnico videogioco, da quelle immagini non aveva contezza del dolore che possono provocare le azioni militari.
Ed ironia della sorte l’ americano si accorge che i suoi nemici sono probabilmente i Saddam, i Talebani, i Bin Laden, feroci dittatori che il suo paese, quando gli faceva comodo, ha armato ed addestrato.
Manhattan come Beirut, come Sarajevo, o Belgrado, paesi distrutti da missili altamente tecnologici o da aerei usati come bombe: non c’ è differenza, sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto.
E’ un momento di grande tristezza per me, perché pur avendo sempre criticato aspramente la politica economica e militare americana, non riesco a restare indifferente di fronte ad una simile tragedia.
Il terrorismo è un atto odioso, vigliacco e va combattuto con grande fermezza, ma bisogna combattere ogni terrorismo, sia quello dei fanatici integralisti sia quello perpetrato dagli stati più forti che non hanno esitato a colpire obiettivi civili in Sudan, in Iraq ed in Serbia o ad usare i carriarmati contro i sassi dei palestinesi.
Mi auguro che gli Stati Uniti, spinti dal desiderio di vendetta, non attuino azioni di rappresaglia come in (Sudan nel 1998) si rischierebbe di colpire molti innocenti e si scenderebbe sullo stesso piano dei terroristi.
Ma soprattutto un azione militare indiscriminata porterebbe al risultato di coalizzare tutte le forze integraliste, sparse nei vari stati arabi, contro l’ occidente, ed emarginerebbe le forze islamiche moderate facendo il gioco dei terroristi. E’ giusto punire gli esecutori di questa strage, ma solo loro e quando si avrà la certezza della loro colpevolezza.
Ma cosa fare per uscire da questa spirale di violenza?
L’ unica risposta può arrivare dalla politica, intesa come la capacità degli uomini di sedersi intorno ad un tavolo e risolvere i problemi. Ma per fare ciò è necessario che si rinunci da entrambe le parti ai propri egoismi. Sono convinto che il peggior colpo che si possa infliggere al terrorismo, sia quello di eliminare le cause dalle quali esso trae la giustificazione della sua stessa esistenza. Se venissero meno cause di tensione quali il decennale embargo contro l’ Iraq, che ha provocato oltre un milione di morti fra i civili, oppure se si costringesse Israele a rispettare gli accordi presi da Rabin qualche anno fa o si agisse senza favoritismi in Kossovo ed in Macedonia, la situazione potrebbe radicalmente cambiare.
Un ultima riflessione. In questi giorni abbiamo assistito ad innumerevoli manifestazioni di solidarietà e cordoglio a favore degli Stati Uniti, la parola d’ ordine è siamo tutti americani, ma nel nostro mondo accadono guerre e tragedie tutti i giorni e non mi è mai capitato di sentire siamo tutti kurdi, africani, palestinesi o iracheni, forse perché in realtà noi siamo l’ occidente ricco, gli altri....

Bartolomeo Vanzetti