COMPAGNI A VENIRE

Non c’è stato d’animo più tenace della malinconia. E per dare un terreno fertile alla malinconia non c’è momento migliore della notte. Ricordo quando le televisioni erano in bianco e nero. Grosse, pesanti, ogni tanto saltava una valvola, dietro, ma con un po’ di buona volontà la si poteva mettere a posto da sé. Oggi è diverso, sembra che in questi marchingegni nemmeno i tecnici riescano a mettere mano...Devo ammettere che mi sento uno stupido a pensare alle televisioni a quest’ora di notte, ma anche la stupidità è a volte inevitabile, come lo è l’insonnia con cui troppo spesso convivo. E l’insonnia può fare persino compagnia, come un amico o come il mal di testa, secondo le occasioni. E oggi mi è stata amica, mentre la televisione mi sta donando qualcosa di più di semplici immagini (in bianco e nero, in rigoroso omaggio ai miei ricordi).Eccoci lì. Qualche faccia la riesco persino a riconoscere, mentre sfiliamo per le vie di Milano, proprio un anno dopo...Dicembre 1970. Eravamo tanti, tutti uniti, e ci sentivamo pure forti. Peccato solo accorgersene ricordando dei funerali. Venivamo da ogni dove, imbevuti da passioni e ideali e sentimenti che nemmeno sapevamo descrivere. Ma era come se ci battesse dentro un cuore solo, a Milano, in questo crogiolo in cui ancora oggi si agitano genti ed emozioni, ricchezza e povertà, mille strade che sembrano poterti portare ovunque. Milano, che se la conosci non puoi farne a meno, anche quando la odi, anche quando bestemmi il suo caos o le sue stagioni, la sua nebbia grigia o l’afa soffocante. Quelli erano anni terribili, sembrava che col sangue ci lavassero le strade. Ma l’illusione di poter cambiare il mondo non è mai sembrata tanto vicina ad essere realtà. Il pensiero che le generazioni di oggi non conoscono neppure quel periodo, più che farmi arrabbiare, mi dà un senso d’inquietudine e d’impotenza. Le generazioni di oggi hanno i ricordi a colori; vedessero queste immagini farebbero attenzione solo al nostro taglio dei capelli, alle basette, ai vestiti: li troverebbero fuori dal tempo, incomprensibili se non ridicoli, proprio come i nostri slogans. Ormai i "ragazzi" di allora hanno i capelli bianchi. Qualcuno se n’è già andato, portato via dagli anni. Qualcun altro è stato traviato da sirene cui pensavamo d’essere insensibili, e magari oggi pensa più ai soldi che agli ideali, s’è fatto una "posizione", che è poi solo un altro modo di "andarsene". Il futuro, allora, sembrava in bilico su di una china, incerto se scivolare da una parte o dall’altra. Lo credevamo lontano, ma ci ha raggiunto in fretta con le sue fantascientifiche invenzioni che promettevano di donarci una vita migliore. E quegli anni sono spariti, o forse sono come le foglie in autunno, nella loro precaria attesa. Ma è così anche per gli ideali di quei giorni? Forse si aggirano ancora, ma come spettri, o come attori delle tragedie greche, il volto coperto da maschere, e svillaneggiano ancora quel progresso col loro sberleffo. E noi, protagonisti di quei giorni? Anche noi siamo come attori, o come io immagino quelli del cinema muto, distrutti dall’avvento del sonoro, tecnologia diabolica cui non sappiamo asservire la nostra "arte". Ci muoviamo incerti fra le irrequiete occupazioni di tutti i giorni, fra un passato che non dimenticheremo ed un futuro ignoto, perdendoci in disquisizioni retoriche sul "Giudizio della Storia", chiedendoci se sia proprio vero che torto e ragione siano finiti rispettivamente a vinti e vincitori.

Nel frattempo, incuranti dei miei pensieri, le immagini d’epoca hanno lasciato il posto ad altre più attuali. E’ probabile che io mi debba preparare a sentire l’ennesimo de profundis su quegli anni, celebrato dall’ennesimo presentatore di trasmissioni ciniche e bugiarde. Almeno a questo c’è rimedio, e spengo la televisione, così come il tempo ha spento rabbia e illusioni.

 

racconto di FRANCESCO BARILLI