VOYAGE D’ORIENT: appunti di viaggio, riflessioni, paranoie in est Europa….

Il cielo plumbeo di un insolito aprile colora un’atmosfera surreale, rigata da nuvole giallognole provenienti da est. Sono circa le quattro del pomeriggio quando il nostro pullman arriva al confine tra l’Austria e la Repubblica Slovacca. Dietro le colline antistanti si distende maestosa Bratislava, la porta dell’est. Il valore simbolico di questo luogo è alto; qui iniziava la cortina di ferro, oggi una debole frontiera divide due mondi un tempo contrapposti. Superati (non proprio agevolmente) i controlli, il nostro pullman attraversa la città. La periferia è quella tipica dei paesi dell’est. Enormi palazzi in cemento armato si ergono maestosi e circondati da giardini non ancora fioriti. Sono l’eredità lasciata dal costruttivismo Russo e avevano la funzione di "condensatori sociali". Spettavano di "diritto" ai numerosi operai delle fabbriche locali, ma questo concetto è troppo lontano dalla nostra quotidianità. I tetti piani, le finestre a nastro di questi monumenti galleggianti su pilotis di cemento armato, si rifanno all’architettura purista di Le Corbusier, a quella funzionalista di Mies Van Der Rohe, che tanto si sposavano con la filosofia del costruttivismo russo di Leonidev. Tra i tanti palazzi geometricamente regolari spuntano prepotenti i cartelloni pubblicitari delle multinazionali tedesche. (BMW, Mercedes, Siemens)

Mi emoziono come un bambino quando passiamo di fianco allo stadio dello Slovan Bratislava, mi emoziono un po’ di meno quando subito dopo vedo l’ennesimo Mac Donald. L’hamburger geneticamente modificato si è fatto largo a suon di dollari anche tra le ottime salsiccie Slovacche.

Il nostro pullmann esce lentamente dalla città e s’inoltra in una zona industriale di dimensioni ciclopiche. Fonderie, porti fluviali e industrie di ogni genere seguono fedelmente la strada.

Nel frattempo non cessano di susseguirsi gli slogan pubblicitari, i super sconti e le tante tentazioni offerte dai colossi tedeschi. L’unico nome che sembra resistere è la Skoda, ma solo in quello, visto che è di proprietà della WolskWagen. Sorge spontanea una riflessione. Hitler nel 1938 rivendicò la regione dei Sudeti perché abitata in maggioranza da tedeschi. Era solo un pretesto per invadere l’allora Cecoslovacchia e impadronirsi di questa regione (denominata della Skoda) ricca di ferro e di industrie. Oggi dopo cinquant’anni, il suo progetto si è portato a termine. Senza bisogno di sparare un colpo la Germania ha invaso economicamente questa neonata repubblica strozzando sul nascere le imprese locali. Dopo pochi kilometri ci troviamo in aperta campagna. Il paesaggio cambia radicalmente. Le case si fanno più piccole, unifamiliari e circondate da steccati in legno. Sono costruite in pietra , mattoni e caratterizzate dai tetti aguzzi a squama di pesce. Si condensano in piccoli nuclei che vengono intervallati da immense distese coltivate. La dimensione media degli appezzamenti è di gran lunga superiore a quella a cui siamo abituati ma l’agricoltura è lo stesso di tipo intensivo. Mi colpiscono l’ordine e la simmetria nella disposizione del territorio, che per un attimo è dolce perdersi in questo skyline. L’orizzonte viene ondulato da alture a noi lontane e reso piacevole da filari di latifoglie e arbusti. L’atmosfera è bella da vivere, sembra quasi irreale per la distanza enorme dalla nostra quotidianità. Queste dolci meditazioni vengono bruscamente interrotte dai cartelloni pubblicitari tedeschi che continuano la loro corsa dietro la strada incuranti di un possibile impatto ambientale negativo.

Arriviamo al confine con la Polonia che è già buio. Passata la frontiera, il paesaggio cambia ancora. La strada è fiancheggiata da foreste sterminate, intervallate da stagni naturali e latifondi.

Gran parte del terreno è incolta, adibita a pascolo o coltivata in modo estensivo. L’ordine che caratterizzava la Slovacchia si perde gradualmente, lasciando spazio ad un modello più bonario.

Le foreste di latifoglie non sono ancora germogliate, qui la primavera è in netto ritardo e l’aria è ancora piuttosto fredda. Gli stagni si fanno sempre più numerosi, ma solo più avanti capiremo che sono una triste eredità lasciata dall’occupazione tedesca della 2° guerra mondiale.

Le ceneri dei corpi cremati ad Auschwitz venivano sparse nei fiumi ed in questi stagni. Sono un triste ricordo per un popolo che più di altri ha subito la follia del regime nazista. L’unica presenza che non ci abbandona mai, è la pubblicità tedesca. Prepotente,martellante, a volte quasin nauseante. I cartelloni spuntano dagli angoli più remoti, spesso offendono il territorio circostante e si susseguono incessantemente. Anche la Polonia subisce una sorta di "occupazione" tedesca. Non più con le armi, non più con metodi che avrebbero l’unico risultato di creare dissensi a livello internazionale. Subisce un’occupazione economica , molto più sottile ma ugualmente dolorosa. Hitler,oltre al cosiddetto spazio vitale, mirava anche ad obiettivi più materiali, come il corridoio di Danzica. Mirava ad un nuovo mercato per una Germania che nel 1939 raggiungeva la piena occupazione. Oggi la sua politica economica si è portata a termine.

I colossi come la Siemens o la Krupp, sono gli stessi che sfruttavano la manodopera ebrea, i prigionieri politici polacchi e russi nei campi di concentramento. La storia si evolve secondo schemi ricorrenti, cambiano i modi, cambiano i nomi, ma i fini ed in questo caso anche gli attori sono sempre gli stessi.

La riflessione e l’analisi di ciò che ci circonda è un arma formidabile per difenderci dai "mostri" che minarono il mondo in passato e ci aspettano in agguato nel più incerto dei futuri.

A cura di Goram Luckijc