AUSCHWITZ....

Due occhi, occhi enormi, quasi sproporzionati mi fissano da una fotografia in bianco e nero scattata più di cinquanta anni fa. Sono gli occhi di un bimbo di due anni sopravvissuto agli orrori di Auschwitz, ma potrebbero essere gli occhi di un bimbo dei nostri tempi vittima delle atrocità moderne. E’ trascorso oltre un mese da quel viaggio allucinante, pullman di super lusso ove non funziona nulla, compresi i wc, autisti che sbagliano strada e si dimenticano i passaporti, rischiando di farci rientrare in Italia almeno in un paio di occasioni. Ma nonostante tutto in "sole" 26 ore siamo giunti ad Auschwitz. Auschwitz una fabbrica di morte dove tutto doveva funzionare alla perfezione, persino i tempi, la catena di montaggio del massacro non poteva avere ritardi, bisognava produrre e non importa se si produceva dolore e morte, il tutto funzionava con teutonica efficienza. Nell’ enorme piazzale dove arrivavano i convogli carichi di deportati sembra di essere sul set di un film, ma qui è tutto vero, vere le torrette di guardia, vere le recinzioni elettrificate, vere le baracche dormitorio ove erano ammassati decine e decine di prigionieri in attesa di essere ammazzati dal gas. Auschwitz era il capolinea di un viaggio incubo per migliaia di persone che avevano viaggiato per giorni senza sosta, in mezzo ai loro escrementi ed ai cadaveri di chi, meno forte, non aveva resistito. Messi in fila su quel piazzale, aspettavano che un medico in uniforme decidesse della loro sorte : morire subito nelle camere a gas oppure vivere ancora per qualche mese tra inaudite sofferenze. Madri separate dai figli, mogli dai mariti, famiglie intere che si vedevano per l’ ultima volta su quel piazzale, spogliate di ogni avere, ogni cosa serviva per accrescere la ricchezza dei nazisti. Buona parte di Auschvitz ora è distrutta, l’ hanno distrutta i tedeschi prima di fuggire, per cercare di nascondere i crimini che avevano commesso, per cancellare la vergogna che li avrebbe marchiati per sempre. Le terribili camere a gas ove erano ammassate sino a duemila persone alla volta ed i forni crematori sono stati distrutti, rimangono solo enormi cumuli di macerie. Parte delle baracche dormitorio, sono state bruciate ed ora ne restano solo i camini in muratura, fanno impressione, sembrano decine e decine di ritte e grigie sentinelle che vegliano su quel luogo di morte. Ma Auschvitz non era tutto orrore e distruzione, vi era una piccola parte di questo campo di sterminio ove i dormitori erano più confortevoli, la cucina linda e pulita, vi era persino una scuola materna ove le madri potevano portare i figli. Quella era l’ ala di Auschvitz destinata alla propaganda, da lì usciva la visione distorta del campo di sterminio, dipinto quasi come un isola felice. Ma poteva bastare questo piccolo trucco per nascondere le atrocità che si commettevano lì dentro e nelle altre decine di campi di concentramento in tutta Europa? Ma davvero nessuno sapeva nulla, nemmeno gli Alleati e la Chiesa? Bisognava arrivare alla fine della guerra per scoprire tutto quest’orrore? Primo Levi ha scritto "...ad Auschvitz nessuno è straniero..." in quanto il dolore non ha confini, non ha religioni, non ha colori e non ha etnie ma è uguale per tutti. Del viaggio mi resta quello sguardo impossibile da sostenere. Non vi è paura in quegli occhi, vi si legge solo la disperata richiesta di un perché al quale non potremo, non sapremo mai rispondere, non esiste una spiegazione alla irrazionale ferocia dell’ uomo. Auschwit si è rilevato un inutile monumento, perché il suo monito non è servito a nulla. Le centinaia di Auschvitz che si sono ripetute e si ripetono continuamente hanno reso vano il sacrificio di migliaia di persone.

Tatiana Binde – Bartolomeo Vanzetti

 

Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo :

Tornare; mangiare; raccontare.

Finchè suonava breve sommesso

Il comando dell’ alba:

"Wstawac’"

E si spezzava in petto il cuore.

 

Ora abbiamo ritrovato la casa,

Il nostro ventre è sazio,

Abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

"Wstawac’"

Primo Levi 11 gennaio 1946