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Pubblichiamo un intervista, rilasciata da un partigiano che ha combattuto, contro le forze nazi-fasciste nella Val d’Arda.
Il signore non ha voluto che fossero pubblicati i suoi dati, ma essendo perfettamente conosciuto da me e da tante persone che possono testimoniare sulla veridicità dei fatti, posso tranquillamente affermare che ciò che è narrato è realmente accaduto.
Questa è solo una testimonianza fra le tante che Ecomancina sta raccogliendo, perché siamo fermamente convinti che non bisogna dimenticare. Bisogna ricordare che noi nasciamo da e grazie alla resistenza, e che alla faccia del revisionismo imperante, fascisti e partigiani non erano tutti uguali.
Chiunque voglia aiutarci in questo lavoro di ricerca può contattare Ecomancina. Info@ecomancina.com
Bartolomeo


Come ti chiami?

Preferirei mantenere l’anonimato, e poi, il mio nome non conta, ero uno dei tanti ragazzi che allora scelsero di disobbedire, di ribellarsi.

Quando e perché sei diventato partigiano?

Nel giugno del 1944. Lavoravo in polveriera su a Ferriere e per non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò salii in collina, nella zona di Varzi. Mi unii alla brigata comandata da Prati. Io sono del 1926 e la mia classe fu l’ultima chiamata alle armi, molti che si presentarono furono mandati in Germania per addestrarsi e non fecero più ritorno. Successivamente passai alla 38° brigata, operavamo nelle zone di Monteuchino e Prato Barbieri, comunque sempre sulla sponda sinistra dell’Arda, il mio distaccamento aveva sede a Rustigazzo.

Hai compiuto delle azioni con la 38° brigata?

No. Dopo poco tempo in una quindicina abbiamo fondato un'altra brigata, la 62° sempre in collegamento con la 38°e le abbiamo dato il nome Di "Luigi Evangelisti", in memoria di un tenente dell’aviazione di San Nazzaro che fu uno dei primi caduti della guerra di Liberazione. La nostra brigata era composta da circa 200 partigiani, anche se allora i tedeschi ed i fascisti ci chiamavano ribelli. Eravamo divisi in quattro distaccamenti di una cinquantina di persone, il mio distaccamento era comandato da Tarzan ed eravamo quasi tutti della zona, Castelvetro, Monticelli, Caorso. Avevamo sede prima alle Bore, poi siamo scesi a Madonna di Pione, mentre il comando di brigata aveva sede sul Passo del Pellizzone.

Eravate una brigata comunista?

Si, avevamo la bandiera rossa e portavamo il fazzoletto rosso al collo, come simbolo.

Hai notizie di scontri tra partigiani rossi e bianchi?

Ne ho sentito parlare, ma da noi non è mai successo niente, abbiamo sempre combattuto fianco a fianco, anzi uno di noi ha salvato la vita ad un loro capo.

Con la 62° avete compiuto delle azioni militari?

Si, tante. Abbiamo combattuto sulla via Emilia, a Cortina e a Castelnuovo Fogliani ed abbiamo subito tre rastrellamenti, quello di Luglio, di Novembre ed il più brutto, quello di Gennaio. Durante il rastrellamento di Novembre andammo ad aiutare la 38° al Passo del Cervo ed in quell’azione fui catturato, ma riuscii a scappare subito.

Come hai fatto?

Eravamo in tre, appena i tedeschi c’intimarono di alzare le mani, noi ci scambiammo un occhiata e immediatamente scappammo sopra una riva e poi ci lasciammo cadere fra i rovi dall’altra parte. Scappammo per i boschi, corremmo per oltre due ore, poi in due di notte riuscimmo a tornare al campo. Lì ci dissero che il nostro compagno, Zilli di Monticelli non ce l’aveva fatta, era stato falciato da una raffica mentre si arrampicava sopra la riva.

Non sei mai stato più preso?

No, fui circondato un'altra volta ma riuscii a scappare, era il 6 gennaio del 1944, cinquantasette anni oggi

Mi vuoi raccontare?

Si, era appunto il rastrellamento di gennaio, il peggiore, le truppe naziste circondarono tutto l’appennino ed iniziarono a salire facendo terra bruciata ed arrestando od uccidendo tutti, donne, bambini, civili. Fummo circondati dalle parti di Castell’ Arquato, sulla sponda destra dell’Arda. Eravamo in due, io ed un cremonese, e siccome eravamo troppo avanti restammo isolati, in quanto i nostri compagni furono costretti a ritirarsi.

Ma cosa stavate facendo in quel luogo?

Stavamo combattendo vicino ad una fornace, ma i mongoli erano in tanti e noi restammo isolati. Ci riparammo vicino ad una casa ed ogni tanto sparavamo qualche colpo spostandoci a turno tra la casa ed il pozzo, per far credere ai mongoli che fossimo in tanti. Cercavamo di tirare sera, con il favore delle tenebre avremmo potuto attraversare il pezzo di prato innevato che ci separava dal bosco e scappare. Durante questi cambi il mio amico fu colpito in un fianco, da dietro. Lui non si accorse di nulla, c’era un freddo bestiale e noi indossavamo dei pesanti pastrani che ci paracadutavano gli alleati. Dove entra la pallottola, il foro è piccolo, ma dove esce spacca tutto e quando il mio compagno si girò vidi una gran macchia di sangue sul pastrano

"ehi Barama, cosa hai fatto?" "Niente" rispose, perché non si era accorto di nulla. Gli levai il cappotto ed il sangue usciva copioso. In quella casa abitavano due donne anziane ed una giovane che aveva i fratelli prigionieri in Germania, chiesi aiuto, ma non vollero farci entrare perché avevano paura. Le rappresaglie per chi aiutava i partigiani erano terribili. Chiesi alla giovine di lanciarci qualche cosa, delle lenzuola, delle federe per tamponare la ferita. Le dissi che glieli avremmo pagati. La ragazza ci lanciò delle lenzuola dalla finestra dietro alla casa e con quelle tamponai come potevo la ferita di Barama. Fu tutto inutile, dopo circa un’ora verso le 16.00, il mio amico morì. Restai solo, ma la sera era ormai vicina, continuai a sparare colpi spostandomi e quando finalmente venne scuro e sembrava che la situazione si fosse calmata, mi decisi. Attraversai di corsa quei cinquanta metri di prato, il cuore sembrava scoppiare, i proiettili mi cadevano intorno ed i traccianti illuminavano il prato come fosse giorno, ma non mi colpirono, entrai nella boscaglia e scesi fino al fiume, entrai nell’acqua ghiacciata e poi corsi ancora sino a che riuscii a tornare al campo base.
Il giorno dopo tornammo alla casa per recuperare il corpo di Barama, lo avevano massacrato di pugnalate, avevano infierito persino sul suo corpo privo di vita.

Le donne subirono delle ritorsioni?

No, non le fecero nulla, ma la ragazza giovane che è ancora viva ed abita in quelle zone, perse le mestruazioni per la paura, e non ebbe mai figli. Si sposò, i suoi fratelli tornarono vivi dalla Germania, ma lei non ebbe mai figli…