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COMANDANTE

Regia: Oliver Stone
Soggetto e sceneggiatura: Oliver Stone
Direttore della fotografia: Carlos Marcovich, Rodrigo Prieto
Montaggio: Elisa Bonora, Alex Marquez
Interpreti principali: Fidel Castro, Oliver Stone, Juanita Vera
Musica originale: Alberto Iglesias, Paul Kelly
Produzione: Oliver Stone, Fernando Sulichin
Origine: Usa / Spagna, 2003
Durata: 99 minuti

Approfondimento: Castlerock

Comandante sì, ma soprattutto statista e lider maximo e ahilui dittatore, anche se in nome del proletariato, ma diplomatico e intelligente tanto da accogliere nel ‘98 a braccia aperte il papa che ha abbattuto il socialismo reale prima della caduta del Muro. Il Fidel intervistato da Oliver Stone è questo e altro ancora. È un vecchio ancora lucido che lancia battute, mostra pregi e difetti tutti umani, vanta carisma e riesce a essere tuttora amato da una grossa fetta del popolo cubano che vive schiacciato in cento e una contraddizioni.

Stone trascorre tre giorni fitti al suo fianco, lo segue facendo lavorare la camera negli impegni istituzionali e di rappresentanza. Lo tartassa di domande, tutte pregnanti come potrebbe fare solo il miglior giornalista, domande a tutto tondo che spaziano dalla politica internazionale al privato privatissimo degli amori del Castro giovane e meno giovane. Il Presidente non si sottrae, risponde puntualmente a tutto: anche ai quesiti scottanti sui rapporti a un certo punto tesi col Che o sulla persecuzione dei gay.

Intuisce che l’occasione è ghiottissima: una firma di grido della macchina mercantile hollywoodiana s’interessa a lui e non può che scaturirne un’ottima propaganda per una leadership offuscata dagli anni e da un attaccamento al potere ormai insensato per il bene della stessa Rivoluzione di cui era stato motore. Certo nessuno yankee vedrà mai il documentario di Stone, non lo trasmetterà neppure l’HBO, tv via cavo che funge quasi da controinformazione. La democraticissima America perde facilmente la sua essenza, come ricordava Marcuse, ma il lavoro – per chi potrà vederlo – è un interessante spaccato d’un uomo che ha segnato nel bene e nel male la storia del suo popolo nella seconda metà del Novecento.

 

La grande rivoluzione della piccola isola’ iniziò nel 1958 con la ribellione e la guerriglia che un gruppo di patrioti (i barbudos) oppose al regime dittatoriale di Fulgencio Batista. Fidel, Guevara, Cienfuegos e altri capi legarono a sé prima decine poi centinaia di cubani che volevano scrollarsi di dosso il governo corrotto d’un dittatore totalmente asservito all’imperialismo statunitense che già negli anni Cinquanta allargava le sue mire in Sudamerica e nei Caraibi.

L’intervista al Comandante si sviluppa fra immagini di repertorio rievocatrici dei giorni gloriosi della rivolta partita dalla Sierra Maestra e la conquista del potere, della reazione organizzata nel ’61 dalla Cia con lo sbarco di esuli anticastristi nell’operazione de "la baia dei Porci" conclusasi con una débàcle. Della tensione con gli Usa, accresciuta dall’appoggio sovietico al governo castrista, del braccio di ferro del ‘62 fra Kennedy e Khrushov per l’istallazione e lo smantellamento di testate nucleari russe sull’isola.

 

Tra i leader comunisti frequentati, la preferenza di Fidel va al pragmatico e furbo contadino Nikita, ma anche Gorbaciov ha avuto il grande merito di dare uno scrollone a una situazione politico-economica cristallizzata. Mentre fra i nemici statunitensi riconosce carisma a Kennedy, eliminato da un complotto che è praticamente un colpo di stato (e qui lo Stone di JFK gongola), non certo all’ipocrita Nixon. Antistorico è poi il proseguimento dell’embargo statunitense rilanciato da Bush junior dopo una fase di disgelo, cui il popolo cubano comunque risponde con dignità, orgoglio e inaspettate risorse. Sarebbe ora che tutto ciò cessasse.

E i diritti umani calpestati e la persecuzione dei dissidenti? incalza il regista. Esagerazioni dei media. Alcuni (ma quanti?) anticastristi sono finiti in galera senza che venisse loro torto un capello; invece c’è chi parla di torture. Inammissibile per Fidel, quelli erano i metodi della polizia di Batista che i rivoluzionari hanno sempre respinto ideologicamente e praticamente.

Eppure – ribatte Stone – i gay continuano a essere perseguitati nell’isola della rivoluzione…! Un tempo c’era molto machismo, ammette il Presidente, faceva parte della nostra cultura ma le cose vanno smorzandosi.

 

Si parla di amori: il Comandante ne ha avuti molti e li serba per sé. Non vuole esporre la vita privata e il sentimento che restano un fatto intimo. Una su tutte le sue donne spicca: Célia Sanchez. Fidel deve averla amata tantissimo e il tumore che l’ha strappata alla vita ha dato tormento anche all’uomo rivoluzionario.

Dolore immenso per la scomparsa violenta del compagno di cento battaglie Ernesto Guevara. Cui aveva contestato l’irrequietezza rivoluzionaria che spingeva il Che alla perenne ricerca dell’aria di guerriglia rendendogli impossibile ogni sosta, neppure quella della gestione della vittoria. Fidel non dice che l’altro Comandante partì per la Bolivia dopo i contrasti avuti con gli esperti sovietici che ne contestavano il programma d’industrializzazione.

Quando gira in auto con una scorta minima, fra gli struggenti scorci coloniali del Malecòn o nelle moderne università, il vecchio leader sente il calore della sua gente, che pur fra accese difficoltà economiche, riesce comunque ad avere una sanità dignitosa e un’istruzione diffusa. "Anche le prostitute hanno la laurea" afferma il Presidente e ricorda come la piaga della prostituzione ai tempi di Batista segnava almeno 100.000 donne dedite al mercimonio. E ora? Molte meno. E qui, dati o non dati alla mano, forse mente sapendo di mentire.

Nel mondo della celluloide ha un debole per Brigitte Bardot e Sofia Loren. Mentre degli attori esalta bravura, professionalità e simpatia di Gérard Depardieu conosciuto di persona.

 

Ma è il Potere che il vecchio capo non vuole abbandonare, in questo è sordo, crede d’aver sempre trent’anni e abusa d’un ruolo ch’è pure carismatico ma avrebbe bisogno di aria nuova. Però come tutti i dittatori, un po’ narcisi, un po’ megalomani, si contorna solo di collaboratori e nullità, non prevedendo né ricambi né delfini. Forse si vorrebbe far clonare, restando così inamidato nella divisa da combattente. Invece sarebbe utile per Cuba che mentre il Comandante facesse il monumento di se stesso, i valori della Rivoluzione trovassero nuovo slancio nella testa e nella figura di altri statisti.

Però non c’è nessuno all’orizzonte, il Comandante ha impedito un ricambio e quando suonerà la sua ora rischia di portarsi dietro anche l’esperienza d’un’utopia solo in parte realizzata.

 

Enrico Campofreda, aprile 2005