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UNA LUNGA SCIA DI SANGUE…

L’attività del CO.GE.MIL. ("Comitato Genitori Militari caduti in tempo di pace")
I
ntervista con Angelo Garro e Anna Cremona
di Francesco Barilli per Ecomancina.com

 

Angelo Garro e Anna Cremona non si stancano. Girano l’Italia, scrivono alle Istituzioni, ai quotidiani, ai siti internet di controinformazione… Cercano di sensibilizzare un’Italia sempre più distratta su un dramma oscuro che solo sporadicamente si affaccia sulle cronache: sono oltre 10.000 i caduti in uniforme negli ultimi decenni (un dato spaventoso se pensiamo che siamo in "tempo di pace"…). Che si tratti di incidenti, episodi oscuri di nonnismo finiti in tragedia, o vittime dell’uranio impoverito, Angelo e Anna si interessano a questi giovani militari morti come fossero il loro figlio, l’alpino Roberto Garro, deceduto assieme a tre commilitoni nella tarda serata del 9 giugno 1998, in un incidente stradale i cui contorni sono rimasti a dir poco oscuri.

Quello di Angelo Garro e Anna Cremona è un percorso umano tragico e di grande dignità. Un percorso che non mi è nuovo, e che trovo comune a quanti, dopo essere stati colpiti da un dramma personale, hanno deciso di tradurre il proprio dolore in impegno civile.

Nel 1984 la "Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna" scrisse sul manifesto commemorativo della strage: "Chi vuole il silenzio nasconde la verità". E’ una frase molto attuale ed ancora valida per molte associazioni di cui ci siamo interessati fino ad oggi: dalla strage di Bologna a quella di Ustica, passando per casi di "singoli" quali Carlo Giuliani, Ilaria Alpi, Piero Bruno eccetera. E’ una frase che devono aver pensato anche Angelo e Anna quando hanno deciso che non dovevano "rimanere soli" ed hanno fondato il CO.GE.MIL. ("Comitato Genitori Militari caduti in tempo di pace"). Un comitato sulla scia dei molti comitati o associazioni nati in Italia per dare forza alla voce dei parenti delle vittime di quelle stragi, che hanno insanguinato il Paese dal dopoguerra ad oggi.

Proprio per combattere il silenzio che affossa la verità e la ricerca di giustizia, Angelo Garro e Anna Cremona hanno anche aperto un sito sulla vicenda del loro figlio, che vi invito a visitare: http://www.alpinorobertogarro.it/. In questa intervista, realizzata l’11 agosto 2004, raccontano sia la loro vicenda strettamente personale, sia il loro quotidiano impegno nel CO.GE.MIL.

 

***

 

FRANCESCO BARILLI:

Dopo la tragedia di vostro figlio, come è nata l’idea di fondare un Comitato che riunisse altri genitori interessati da casi analoghi al vostro?

 

ANGELO GARRO:

Noi, come tutti quelli colpiti da una vicenda simile alla nostra, all’inizio abbiamo cercato un aiuto, ed inizialmente abbiamo aderito all’ANAVAFAF ("Associazione nazionale familiari delle vittime delle Forze Armate"), gestita da Falco Accame, ma le attività di quell’Associazione non erano perfettamente aderenti alle nostre aspettative. Massimo rispetto, è chiaro, per le attività dell’ANAVAFAF, ma abbiamo preferito fare qualcosa di davvero "nostro". Falco Accame è molto preparato e molto informato, ma non ha mai perso un figlio; nel CO.GE.MIL., invece, si trovano solo persone che hanno sofferto direttamente per la perdita di un congiunto mentre prestava il servizio militare. La rabbia che ci portiamo dentro per la vicenda che è toccata a noi ci dà la forza per muoverci e combattere anche a nome di quelli che, per mille ragioni, si sono chiusi in se stessi. Così, come CO.GE.MIL., combattiamo una battaglia che è di tutti, non solo nostra. La storia e la battaglia mia e di Anna per nostro figlio sono una storia ed una battaglia a parte.

 

F.B.:

Vorrei conoscere qualcosa di più circa le battaglie che portate avanti come CO.GE.MIL.

 

A.G.:

Una delle nostre lotte è quella per la Legge per i risarcimenti. Siamo riusciti ad avere due versioni: una proposta di Legge era quella dell’on. Ramponi (ex generale di AN), l’altra era dell’on. Ruzzante (parlamentare DS). Le abbiamo studiate ed unificate, prendendo da ognuna quelli che ci sembravano gli aspetti migliori. Devi sapere che la gente come noi è stata defraudata fin dall’inizio: nella vecchia normativa si ottenevano 50 milioni per un congiunto che muore sotto le forze armate (che poi erano nati come 150 milioni , ma nel percorso dalla Commissione Difesa al parlamento sono diventati 50), ma SOLO se il ragazzo era di leva. Se era un volontario a ferma breve, sottufficiale, o comunque volontario, non era incluso nel meccanismo di risarcimento.

Siamo arrivati dunque ad avere una proposta di Legge unificata e quindi, almeno in teoria, gradita sia alla maggioranza che all’opposizione, solo che nessuno la discute. Ed è avvilente vedere che al Parlamento si accapigliano (anche in modi a dir poco accesi, come è successo nei giorni scorsi) per programmare la discussione di certi disegni di Legge mentre la nostra proposta viene sistematicamente dimenticata.

Nello scorso maggio ho saputo che alla Camera hanno deciso di dare un risarcimento a 174 Ascari ancora in vita. Gli Ascari erano i soldati indigeni reclutati nell’esercito italiano durante le imprese coloniali del fascismo in Eritrea. Per questi soldati proprio l’on. Ramponi ha presentato un disegno di Legge per concedere loro un riconoscimento economico "una tantum". Io non entro nel merito della legittimità di questo risarcimento, ma per noi non c’è stata uguale sollecitudine: a noi si nega il risarcimento (non parliamo neppure di pensione…), poi ci si preoccupa degli Ascari… Mi sembra paradossale!

Se penso alla proposta di Legge dell’Associazione dei familiari vittime di stragi per l’abolizione del segreto di Stato, proposta anch’essa rimasta "nei cassetti" del Parlamento da vent’anni, mi viene in mente una ben triste analogia! Anche perché la discussione circa l’abolizione del segreto di Stato è una cosa che c’entra con le nostre storie, eccome! Col segreto di stato non si occultano solo le vicende relative alle grandi tragedie delle stragi, ma si nasconde qualsiasi nefandezza sia stata commessa all’interno delle forze armate. Pensa al caso di nostro figlio, che per certi versi potrebbe essere definito semplicissimo (un incidente automobilistico), eppure ci hanno segretato tutto, e per avere alcune parziali risposte abbiamo dovuto lottare per anni.

 

F.B.:

Più avanti torneremo sulla vicenda di vostro figlio, approfondendola come merita. Ora però volevo restare alla dimensione "collettiva" del vostro impegno, chiedendovi qualcosa sul vostro rapporto con i media e con le Istituzioni.

 

A.G.:

In genere si tratta di un rapporto non buono e molto "difficile", a parte sporadiche eccezioni. Quello che manca innanzitutto è un rapporto concreto con le Istituzioni; e questa mancanza di concretezza è dimostrata anche da quanto ti dicevo prima sulla mancata calendarizzazione della proposta di Legge sui risarcimenti. Dalla stampa non ci sentiamo ignorati, a volte ci hanno dedicato spazio, ma il rapporto è spesso ambiguo, e soprattutto si tratta di un rapporto limitato. I giornali trattano le vicende come la nostra come fatti di cronaca, per cui parlano della singola storia, ma non riescono a vedere il valore della battaglia complessiva… La cosa finisce lì: la "notizia del giorno" che fa un po’ di rumore per qualche giorno, e poi perde interesse dopo una settimana. Con internet ed i media alternativi la situazione è già migliore: figurati che io internet ho imparato ad usarlo dopo la morte di nostro figlio, quando abbiamo aperto il sito eccetera… Ed in seguito ne ho scoperto le potenzialità, anche a livello di informazione.

 

F.B.:

Come vivete le battaglie come CO.GE.MIL.? Dove trovate la forza per organizzarvi e per tenere alta l’attenzione da parte dell’opinione pubblica sulle vostre lotte?

 

A.G.:

Noi ormai non abbiamo nulla da perdere… Questo ci porta anche a fare azioni "dimostrative". Per farti un esempio, noi siamo stati i primi in Italia, il 12 novembre 2003, a protestare sotto la Prefettura di Milano per i morti di Nassiriya e a domandare il rientro in Italia delle nostre truppe dall’Iraq. I giornalisti ci ignorarono, in quell’occasione: siamo apparsi su un giornale di Roma, ma non sui quotidiani di Milano. E i giornalisti sapevano della nostra dimostrazione, ci passavano davanti… Noi avremmo voluto che qualcuno ci chiedesse "Perché siete qui?". Avremmo risposto: "Perché noi abbiamo perso un figlio in uniforme. Perché conosciamo tanti altri genitori che hanno avuto la stessa, drammatica esperienza. E sappiamo cosa vuol dire avere i nostri soldati in zone di guerra (altro che missione di pace!!!)". Il giorno dopo, ecco il grande spettacolo mediatico sui caduti di Nassiriya, proprio quando, al contrario, sarebbero stati più consigliati silenzio e discrezione: i morti vanno onorati nel silenzio; in quell’occasione, invece, tanti hanno voluto speculare e ricavare qualcosa da quelle morti…

Tu mi chiedevi prima perché abbiamo deciso di fondare un Comitato fatto da gente come noi, che aveva perso un figlio in uniforme e magari non aveva mai avuto verità sulla morte del proprio caro. Posso dirti che io so che "non sono nessuno", ma so che la rabbia che ho dentro (per quello che mi è successo e per quello che ho visto succedere a tanti ragazzi come mio figlio) mi dà la forza di fare quello che faccio. Io già in ottobre avevo scritto al Presidente del Consiglio per chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq; non mi ha risposto, non ottengo quasi mai risposte, ma io vado avanti… Ho fatto un volume con le lettere che ho mandato e che sono rimaste senza risposta: l’ho chiamato "il milite ignorato"!!!

E’ per questo che abbiamo fondato il Comitato, per avere un po’ più di forza nella nostra voce: ci muoviamo con i nostri mezzi, magari scarsi, ma sempre con il massimo impegno. E cercando di superare mille difficoltà… Ti parlo di mille difficoltà, e so che questo può sembrare retorico: tu hai già parlato con altre persone vittime di fatti di stragi, e TUTTI si sono mossi fra mille difficoltà; questo è chiaro, e bisogna riconoscerlo con grande rispetto. Però bisogna anche riconoscere che nei fatti di stragi i familiari trovano a volte un appoggio da parte di certi politici che sostengono le loro lotte; se parliamo invece del "caso uranio", tanto per fare un esempio, non trovi molti politici pronti ad impegnarsi sul serio. E questo perché se un fatto coinvolge le forze armate ci si trova davanti ad un muro invalicabile.

Non dimentichiamo che le forze armate non sono "davvero democratiche"; sono il braccio armato di una democrazia, che è una cosa ben diversa! Nessuno si mette contro le forze armate.

Tu pensa che, anche se solo a livello di battuta, questa frase ("noi non siamo democratici") mi è toccato sentirla proprio dal Generale Marinelli, uno dei soggetti coinvolti nella vicenda della morte di mio figlio, mentre era ospite di Bruno Vespa. Lo disse, ripeto, in un altro contesto ed a mo’ di battuta, ma è una frase che mi ha colpito: la verità di quella frase, per quel che ho visto io, va ben al di là di una semplice battuta, purtroppo…

C’è da aver paura a mettersi contro le forze armate. Noi stessi abbiamo subito un episodio inquietante, un episodio che non esito a definire quasi un sequestro di persona a scopo intimidatorio…

 

F.B.:

Penso sia giunto il momento di affrontare la vostra vicenda personale, partendo proprio da questo episodio, di cui ho letto sul vostro sito, ma che vorrei approfondire con voi…

 

A.G.:

Ci hanno "prelevato" dopo un incontro con l’allora Presidente della Camera, Luciano Violante, l’8 marzo 2000. Uscendo da quell’incontro riaccesi il telefonino, e trovai i messaggi di due telefonate. Subito dopo mi richiamò un colonnello, dicendo "vorremmo avere un colloquio con voi". Sul momento mi sembrò un’ottima notizia: volevano un colloquio con noi?! Beh, era esattamente quello che ANCHE NOI volevamo da tempo! Mandarono dunque un’auto a prenderci… Non so se ho fatto bene o male ad accettare quell’invito; forse ho fatto bene, perché almeno ho capito qualcosa di più sul rapporto fra democrazia e forze armate…

Ci hanno portato al Ministero della Difesa, in via XX Settembre, nel cuore di Roma. E’ difficile spiegare la sensazione per chi non ci è mai stato: si tratta di una vera e propria fortezza militare. Noi pensavamo di essere invitati ad un incontro "istituzionale", non dico con il Ministro della Difesa, ma col sottosegretario, o un alto funzionario… Invece, in quella stanzetta dove ci ricevettero (per tre ore e mezza, chiusi a chiave…) c’erano solo militari, che ci sottoposero ad un vero e proprio interrogatorio. Oltre a me e ad Anna c’erano 4 uomini. Innanzitutto il generale Marinelli, ex comandante della Brigata Julia, comandante di mio figlio all’epoca della sua morte; poi il colonnello Primicjeri, comandante di battaglione di mio figlio. Quando vidi questi due personaggi, coinvolti nella vicenda di mio figlio (poi sulla vicenda specifica ci soffermeremo in seguito) le mie speranze che si trattasse di un colloquio utile per noi svanirono… Poi c’era il colonnello Battaglini, ed una quarta persona in borghese che non si presentò e non ci presentarono; quest’ultimo non parlò mai con noi: parlava solo sussurrando all’orecchio al colonnello Primicjeri, per darti un’idea della situazione (penso che fosse uno dei servizi segreti).

Noi che avevamo sperato in un incontro in cui, finalmente, le autorità militari dimostrassero sensibilità verso le nostre richieste di chiarezza sulla morte di nostro figlio, ci trovammo di fronte ad un interrogatorio (ripeto: di tre ore e mezza chiusi a chiave in una stanzetta…) con 4 persone (di cui una sconosciuta) che non avevano nessuna autorità per prelevarci ed interrogarci…

 

F.B.:

Cosa vi chiesero, precisamente?

 

A.G.:

Volevano sapere quali elementi avevamo in mano, viste le richieste che facevamo in quel periodo. Noi da tempo chiedevamo la riesumazione di nostro figlio, che ci veniva sempre negata. La chiedevamo perché sospettavamo fortemente che ci avessero mentito su diversi fatti. E parlo di menzogne sia per quanto riguarda la dinamica dell’incidente, sia per quanto riguarda "il dopo". Ci avevano detto di averci negato il riconoscimento della salma per evitarci il dolore di vedere un corpo orribilmente straziato. Ci avevano detto che nella bara il corpo di nostro figlio era stato pulito, ricomposto e vestito con la sua uniforme. Addirittura pensavamo che nelle bare consegnate ai familiari per le esequie fosse stato fatto uno scambio di corpi. E questo solo per parlarti "del dopo": sui sospetti riguardo l’incidente vero e proprio torneremo in seguito… Ti parlo di sospetti, ma in realtà di certe cose avevamo già la certezza. Noi tutti i mesi andiamo in Friuli sul cippo che ricorda nostro figlio. In una di queste visite abbiamo incontrato un ufficiale che presenziò alla chiusura delle bare; fu lui a dirci velatamente che i corpi erano stati messi nudi nelle bare, con al massimo l’uniforme arrotolata in fondo, sui piedi… A questo punto siamo andati all’obitorio a cercare il necroforo che era in servizio quel giorno, che ci ha confermato quanto aveva velatamente detto l’ufficiale: mio figlio ed i suoi commilitoni erano stati lasciati nudi, sporchi e scomposti nelle bare. Tra l’altro in occasione di una delle innumerevoli archiviazioni che abbiamo dovuto subire quando chiedevamo la riesumazione, ebbi modo di consultare il fascicolo della Procura. In questo c’era scritto che i ragazzi erano nudi e avvolti in sacchi di plastica neri, proprio come avevamo sempre detto e come vedemmo poi confermato quando, finalmente, ottenemmo la riesumazione…

Tutto questo per dirti che nel momento in cui venimmo "prelevati" e portati in quella stanzetta del Ministero della Difesa per quello strano colloquio/interrogatorio non avevamo prove materiali da esibire; ma soprattutto quei militari sapevano le nostre accuse (le avevamo peraltro già dette e ridette, sui giornali, in interviste, eccetera), ma non sapevano quali fossero gli elementi in nostro possesso. Quello dell’8 marzo 2000 non fu l’unico episodio in cui le forze armate si sono presentate in modo intimidatorio nei nostri confronti. Una volta venne addirittura un generale (estraneo ai fatti) a dirci "Non cercate inutili vendette, tanto non arriverete a nulla…".

 

F.B.:

Come giustamente dicevi tu, abbiamo parlato dei sospetti riguardanti gli attimi successivi alla morte di tuo figlio, ma anche l’incidente in sé ha contorni oscuri. Visitando il vostro sito ho scoperto che le indagini furono a dir poco approssimative, e soprattutto contrassegnate dalla fretta di chiudere il caso: l’autista dell’autoarticolato coinvolto nella tragedia sparisce in fretta, ed il mezzo stesso fu dissequestrato in pochi giorni. Poi c’è il negarvi il riconoscimento della salma… Ed anche il mettere i corpi dei ragazzi nudi nelle bare dimostra sicuramente insensibilità, ma soprattutto attesta qualcosa di ben più grave: la volontà di chiudere tutto molto in fretta. Vi siete chiesti il perché di tutta quella fretta?

 

ANNA CREMONA:

Innanzitutto: la macchina è esplosa, e una macchina a benzina (per la precisione si trattava di una Peugeot 205) si incendia, si accartoccia, ma non esplode. Noi abbiamo le foto dell’auto: guardale, è rimasto solo il pianale… E lo scrissero pure a verbale: "incidente stradale con scoppio". E se c’è uno scoppio, un’esplosione, si apre un’indagine per appurare il perché di quell’esplosione, mi sembra il minimo… Poi, come dicevi tu, c’è il dissequestro del mezzo in nove giorni, senza neppure una perizia. L’autista dell’autoarticolato, un giovane bosniaco, fu interrogato grazie alla collaborazione di un infermiere dell’ospedale di Gemona che si improvvisò interprete. A quel giovane autista non furono eseguite neppure le analisi del sangue per appurare l’eventuale presenza di alcol nel sangue; e nonostante questa approssimazione l’autista sparì dalla scena in fretta e non si seppe più nulla di lui…

E’ bene precisare che, a nostro avviso, l’autista ha colpe solo relativamente: lui è "solo" quello che ha visto tutto quello che è successo; è più che possibile che quel giovane non sia neanche stato la causa dell’incidente, ma solo uno spettatore, coinvolto dall’esplosione della 205 che gli fa perdere il controllo del suo camion e lo fa uscire di strada.

 

F.B.:

Più precisamente, quali idee vi siete fatti sulla dinamica dell’incidente e sui motivi di quell’esplosione che, a quanto ho capito, nessuno ha voluto spiegare?

 

A.G.:

Le ipotesi sono tante, e molte di queste possono apparire fantasiose. Secondo me l’esplosione è stata causata da una bomba. Una bomba che era stata piazzata sull’auto (magari per uno scambio di vettura); o forse si trattava di un ordigno che stavano trasportando i ragazzi (ma in questa ipotesi mi chiedo come facessero quei ragazzi ad avere una bomba, quando non avevano rapporti con l’armeria). Può essere stato un tragico gioco della terza auto coinvolta, dove qualcuno ha pensato di tirare questa bomba "per gioco" nella Peugeot 205…

Molte di queste ipotesi possono essere definite "illazioni", ma qualcuno mi dovrebbe spiegare prima dove sono infondate. Del resto, se la spiegazione era davvero così semplice ed i ragazzi stavano procedendo a velocità folle, perché non fu eseguita l’autopsia su nessuno, e soprattutto sul guidatore della 205? Perché la Procura militare non aprì un fascicolo, nonostante fossero morti 4 militari? E ti dirò di più: in quell’incidente fu coinvolta anche una donna civile, di cui nessuno parla mai. Quando l’autista del camion perse il controllo del mezzo (a nostro avviso NON direttamente in seguito a collisione, ma perché coinvolto dall’esplosione dell’auto), sbandò a sinistra e sfondò una recinzione abbattendosi sull’abitazione che si trovava nei pressi; la donna anziana che lì viveva è morta d’infarto quella notte stessa, forse per la paura…

Altro elemento che dà da pensare e che dimostra che DA SUBITO ci fu molta fretta di chiudere le indagini è dato dalle modalità con cui si effettuò la rimozione dei corpi: di norma dovrebbe intervenire il Sostituto Procuratore; quella notte intervenne una donna di cui non abbiamo mai saputo il nome o la qualifica. Non solo: poco tempo fa abbiamo parlato con un funzionario di polizia che era presente in quei frangenti: ci ha detto che addirittura chiesero a lui di firmare il verbale di rimozione dei corpi (lui giustamente rifiutò) e che quella notte vide un gran movimento di militari, attorno alla zona dell’incidente.

 

F.B.:

Ma i genitori degli altri ragazzi morti quella sera si sono uniti a voi nella ricerca della verità?

 

A.G.:

Questa è l’ultima disgrazia: loro hanno preferito il silenzio; noi continuiamo a batterci, per nostro figlio e anche per gli altri… Del resto nel nostro percorso abbiamo trovato tante storie persino peggiori della nostra, e questo ci dà ancora più forza e volontà per continuare a batterci. Penso ai tanti ragazzi morti di cui ci siamo interessati in questi anni: Lorenzo Miccoli, Emanuele Scieri, Valery Melis, solo per citarne alcuni. Se penso a questi ragazzi mi dico che non possiamo fermarci…

 

F.B.:

Hai nominato Valery Melis: il suo caso e la sua recente morte hanno riportato pochi mesi fa il "caso uranio" sotto i riflettori dei media. Si tratta di una vicenda che riguarda non solo l’Italia, ma anche gli altri Paesi coinvolti nelle missioni internazionali. Una vicenda che ha coinvolto più di altre l’opinione pubblica, forse perché per certe tragedie si "accetta" il margine di rischio che è sempre presente nel servizio militare, ma il mandare dei giovani a fare un lavoro in zone contaminate, senza informarli dei rischi e senza fornire loro le adeguate protezioni lo si ritiene un crimine imperdonabile. Volevo dunque chiudere questa intervista con un vostro parere su queste vicende.

 

A.G.:

Valery Melis lo conoscevamo da tempo… Quasi tutti i giorni andavamo a trovarlo al reparto oncologico di Milano; siamo rimasti vicini a lui e alla sua famiglia fino alla fine.

Prima della sua morte avevamo scritto una mail per sensibilizzare l’opinione pubblica, una mail che ha praticamente fatto il giro d’Italia ("Salviamo il soldato Melis"), e che mandammo anche al Capo dello Stato, al Presidente del Consiglio, ai Ministri della Difesa e della Sanità; l’unico che mi ha risposto è stato il Ministro Sirchia. Quella mail purtroppo la mandammo in ritardo: i genitori di Melis sono due persone miti e pacate, che hanno cercato sempre di evitare il rumore attorno alla vicenda, nonostante quattro anni di sofferenze. Pochi giorni dopo il lancio di quell’appello, Valery ci ha lasciati; quell’appello ha avuto però il merito di scatenare la discussione e di muovere i media. Ci sono state anche alcune iniziative molto gradite, come la partita in cui il Cagliari Calcio presentò tutti i giocatori con una scritta sulle magliette, dedicata a Melis. Se non altro l’appello è servito a smuovere un ambiente addormentato, e perlomeno Melis ha ottenuto la "causa di servizio"…

Questa della "causa di servizio" può sembrare una cosa secondaria, ma in realtà si tratta di un dramma nel dramma, per quanto concerne i nostri soldati che perdono la vita in tempo di pace, a cui la causa di servizio non viene concessa, se non in casi eccezionali. Insomma, non c’è solo il dramma umano di perdere un congiunto, ma pure il penoso girare ufficio per ufficio senza sapere dove sbattere la testa per ottenere il riconoscimento della "causa di servizio", che serve almeno ad avere il cosiddetto equo indennizzo (circa 27 milioni delle vecchie lire).

I genitori di Melis li ho sentiti ieri. Dovrebbero avere una conferenza stampa a Cagliari con la dottoressa Antonietta Gatti, dell’università di Modena In quell’occasione la dottoressa Gatti renderà pubblico un dossier sull’argomento. Guarda questo articolo:

 

[da "L’Unione Sarda" di lunedì 2 agosto 2004 – articolo di Fabio Manca – ecco un breve sunto della ricerca della dr.ssa Gatti: "Ha analizzato il liquido seminale che Valery Melis aveva fatto congelare in una banca del seme prima di iniziare la chemioterapia. E ha confrontato i risultati delle analisi con quelle dei linfonodi estratti nel ’99 al caporal maggiore dell’esercito scomparso il 4 febbraio scorso a causa di un linfoma di Hodgkin. Ed ha scoperto che 25 militari sono morti e 265 si sono ammalati di tumore a causa dell’inalazione di polveri microscopiche liberate dagli ordigni sparati nelle zone di guerra. … Il rapporto Gatti è destinato ad aprire un nuovo fronte nella battaglia dei familiari dei soldati ammalati per il riconoscimento delle cause di servizio e per una maggiore protezione di quelli che operano in zone di guerra e nei poligoni."]

 

Io non sono un esperto di uranio… ma sono esperto di questi ragazzi! Nessuno, purtroppo, cerca loro o i loro congiunti. Ho conosciuto i genitori di Salvatore Vacca (sua madre è molto combattiva), Massimo Pintus… Luca Sepe non l’ho conosciuto, ma ho seguito la sua vicenda, come quella di Stefano Meloni: ne ho incontrato la moglie e i figli a Milano, dove ho salutato la salma, e da quel momento ci sentiamo spesso. Questa donna ha combattuto la battaglia che aveva iniziato il marito per il riconoscimento della causa di servizio ed ha vinto la causa. Mi ha telefonato una mattina alle 7 per dirmi "abbiamo vinto!"…

Già, una piccola ma importante vittoria… Ed ancora una volta ci siamo detti che dobbiamo andare avanti…

 

Francesco Barilli, di Ecomancina.com