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"L'OSCURA IMMENSITA' DELLA MORTE":
 L'ULTIMO LIBRO DI MASSIMO CARLOTTO SULLA GIUSTIZIA INGIUSTA. 
di Nando Mainardi


E' difficile trovare una definizione compiuta e condivisa di "noir". Potremmo dire che il noir manda in crisi le regole e i meccanismi narrativi del "giallo", deforma fino a sfiorare il paradosso ruoli solitamente strutturati e immutabili, si fa difficilmente prevedibile e affonda spesso le proprie radici nella realtà sociale. In Italia, negli ultimi anni, ha trovato uno sviluppo e una fortuna sorprendenti, fino a creare precisi cliché e ad assumere una valenza ampia: è difficile oggi che un libro abbia successo se non è un po' noir.. Luigi Bernardi, consulente editoriale e scrittore, denunciava poco tempo fa la crescente schematizzazione del noir avvenuta progressivamente con la sua stessa affermazione, il suo codificarsi in genere letterario sradicandosi dal contesto complesso della realtà ("Macchie di Rosso. Bologna avanti e oltre il delitto Alinovi", Zona, 2002). A riprova di questo menzionava la caratterizzazione in tanti libri di successo della figura dell'assassino, sovente un serial killer, che non ammazza quasi mai per un proprio interesse, ma unicamente perché pazzo. Manca il riferimento all'"essere sociale" dell'assassino. E' proprio così nella vita vera? - domandava Bernardi. Seguendo il ragionamento di Bernardi, "L'oscura immensità della morte", l'ultimo libro di Massimo Parlotto edito da e/o, va in gran parte in controtendenza: intreccia la vita di due uomini, Raffaello, un criminale comune in carcere a vita per aver ucciso durante una rapina una giovane donna ed un bambino, e Silvano, distrutto dal dolore della perdita della moglie e del figlio ad opera del primo. I confini che separano torto e ragione, bene e male, giustizia e ingiustizia, perdono la propria nettezza e il proprio senso. In Silvano cresce l'odio, una sete di vendetta legittimata dal dolore e dalla perdita, mentre in Raffaello cresce il desiderio di terminare la propria esistenza, minata da un cancro, in pace e lontano dalle sbarre. Carlotto sa piazzare al lettore abili pugni allo stomaco, in particolare spingendolo nell'inferno della mente di Silvano, la vittima e quindi il personaggio con il quale istintivamente ci si identifica. Sullo sfondo di un nord-est freddo, di piccoli artigiani e commercianti, di giornalisti di provincia perbenisti e forcaioli, emerge tutta la distanza tra la giustizia dei tribunali e delle prigioni e la giustizia che risiede nei difficili percorsi esistenziali dei protagonisti, meno simmetrica ed assoluta. Carlotto ha abbandonato nuovamente, dopo "Arrivederci amore ciao", la saga dell'Alligatore, in cui sono presenti temi e aspetti comuni all'ultimo libro, in particolare proprio la distanza della giustizia ufficiale dalla verità, ma in maniera quasi fumettistica e sicuramente più ironica. Carlotto contribuisce a suo modo, con un romanzo, al dibattito ampio proprio sulla giustizia, sull'istituto della grazia, sull'insensatezza dell'ergastolo. La prospettiva e lo strumento scelti da Carlotto rendono possibile e credibile uno sguardo in profondità, oltre il chiacchiericcio quotidiano e le polemiche che si dimenticano già il giorno dopo. E' per capire di più questo sguardo che riportiamo un'intervista all'autore de "L'oscura immensità della morte", pubblicata da "L'Unione Sarda", e la recensione di Sergio Pent pubblicata su "La Stampa". 


INTERVISTA A MASSIMO CARLOTTO
(L'Unione Sarda, 9 marzo 2004)
Tre anni dopo "Arrivederci amore, ciao", arriva in libreria il suo nuovo Noir, duro e puro, che ci sprofonda di peso al di là del Bene e del Male. Com'è nato il progetto di questo romanzo? 
In questo Paese il tema del perdono e della grazia è diventato all'improvviso d'attualità a partire dai casi Sofri e Mesina e trattato con rara ipocrisia e ignoranza. Lo Stato delega decisioni fondamentali come il perdono alle vittime mentre queste avrebbero dovuto essere completamente appagate dal processo. Questo determina situazioni senza vie d'uscita perché le posizioni sono inconciliabili. 
"L'oscura immensità della morte" è un titolo piuttosto strano… che poi assume un senso preciso all'interno della storia. Perché ha scelto questa frase?
La scelta di un titolo di un romanzo è sempre laboriosa e complicata. In questo caso mi sembrava importante sottolineare come e quanto vivano la morte in maniera estrema i parenti di vittime di omicidio e gli ergastolani.

Il protagonista del romanzo, Contin, è la vittima di un crimine orribile che resta solo con un dolore per il quale non trova pace. Colpisce la precisione con la quale racconta il suo punto di vista. Come ha ricostruito questo tipo di esistenza?
Come sempre documentandomi. Diverse interviste e colloqui con avvocati, operatori carcerari, psichiatri e sacerdoti.
Altrettanto fondamentale nel romanzo è l'ambiente carcerario, il mondo cioè dove vive il carnefice, Beggiato. Il suo agire svela una situazione esplosiva nelle nostre carceri: pessime condizione dei detenuti, scarsa assistenza sanitaria per gli ammalati, corruzione, spaccio e mala amministrazione in generale… E' un atto d'accusa all'attuale stato di cose?
Sì, la situazione penitenziaria in Italia è semplicemente vergognosa e mi indignano le affermazioni di un ministro che descrive le nostre galere come hotel a 4 stelle. L'universo carcerario continua poi a essere estraneo alla nostra società. Eppure gli istituti di pena stanno nel centro o nelle periferie delle nostre città ma nessuno sa cosa succede realmente all'interno delle mura di cinta. Infine è un atto d'accusa contro la pena dell'ergastolo, socialmente inutile e contraria ai principi costituzionali, se ha ancora un senso parlare di costituzione in Italia…
Nel raccontarci questi due mondi in apparenza distinti, vittime e carnefici, si scopre con sorpresa che nella nostra società pagano entrambi un prezzo altissimo in termini di marginalità e solitudine. 
E' diversa la "qualità" di marginalità e solitudine. Ho voluto raccontare la vicenda di un uomo che non ha la consolazione della religione ed è scettico nelle "cure" laiche del lutto e del dolore. La realtà dimostra come siano entrambi insufficienti a rendere sopportabili gli effetti collaterali dei processi per omicidio.
Quanto pesano dunque parole come perdono e vendetta dentro questa storia? C'è un confine distinguibile tra le due?
Il confine è netto e dovrebbe essere tracciato dalla saggezza dello Stato, dalla sua capacità di scegliere nell'interesse generale. Ma questo non è dato. Si pretende che il perdono nasca da dolori devastanti e impossibili da razionalizzare. La vendetta in questi casi è semplice e non costa nulla.
Si segnala come novità assoluta anche la struttura del romanzo, che procede per tutta la storia con una contrapposizione di voci narranti. Il lettore rimbalza dall'una all'altra e il confine trai due punti di vista si assottiglia pagina dopo pagina…
Io credo che il confine tra i due personaggi rimanga netto anche se poi i destini si intersecano. Ho voluto usare questa struttura per sottolineare l'incomunicabilità tra vittime e carnefici, tra liberi e detenuti, tra innocenti e colpevoli.
Rispetto all'ambientazione del romanzo il Nord est sembra essere meno caratterizzato, un po' sullo sfondo. Come se i fatti potessero accadere in realtà in qualunque grande città italiana. E' d'accordo?
Sì. Ho ambientato il romanzo nel Nordest perché mi interessava evidenziare un certo tipo di mentalità, molto pia ma allo stesso tempo espressione di una società dove il denaro è un "valore assoluto". Ma è una storia certamente universale. Il mio traduttore francese mi ha fatto notare che anche nel suo paese il dibattito su questi temi è particolarmente acceso.
Quanto ha pesato, se ha pesato, la sua esperienza personale con l'istituto della grazia Presidenziale?
Il mio caso è talmente anomalo da non poter essere d'esempio in alcun modo ma ho conoscenza diretta di diversi casi in cui dopo molti anni vittime e carnefici si sono ritrovati a confrontarsi sul perdono e la vendetta.
Come ogni anno partirà per un lungo tour di presentazione del libro, che la porterà ad attraversare la penisola. Come si aspetta che verrà accolto questo romanzo?
I primi segnali sono più che positivi. Pare che alla critica piaccia e questo è un primo significativo segnale. Credo che il romanzo solleciterà un dibattito, quanto meno con i miei lettori. I temi sono di grande attualità…
Andrea Melis



Se la giustizia è sorda, la vendetta grida (La Stampa, 27 marzo 2004)
IN una società contraddittoria in cui i grandi temi politici diventano spesso arma da taglio, rivalsa o calunnia da prima pagina, il dibattito sulla giustizia emerge in tutta la sua controversa complessità. Nel mondo sovente autoreferenziale di Massimo Carlotto la giustizia è un tentacolare vizio di forma nel quale vanno a perdersi i destini privi di origine controllata e protetta, e la legge del più forte - o della giungla sociale - diventa quindi il pericoloso risultato di una struttura solida in sé e nelle sue convinzioni etiche, ma incapace di arginare le falle delle sue numerose ramificazioni minori.

Se con Arrivederci amore ciao Carlotto aveva creato il prototipo del fellone perfetto dei nostri tempi, a cui la giustizia nemmeno ipotizza di arrivare, con questo intrigante, fastidioso - in senso morale - L'oscura immensità della morte raggiunge forse il suo scopo più azzardato, quello di mettere il lettore comune di fronte a se stesso e ai propri istinti di conservazione, in un dilemma comunque impossibile da risolvere con un vincitore. In partenza ci sono due personaggi classici: il buono - Silvano Contin - e il cattivo - Raffaello Beggiato. Scolpiti nelle loro certezze di base, diventano vittima e colpevole allorché Beggiato, nel corso di una rapina balorda, uccide la moglie di Contin e il figlio di otto anni. 
Ergastolo per l'assassino, vita devastata - da piccolo imprenditore a oscuro risuolatore di scarpe - per il povero Contin. Quindici anni volano nel vuoto, dal carcere Beggiato, malato terminale di tumore, chiede la grazia e scrive a Contin per ottenere il perdono. Da questo momento comincia la lotta psicologica per il lettore, tenuto abilmente sulla corda da Carlotto, che a piccoli passi conduce l'ex vittima sull'orlo dell'autodistruzione e riveste l'omicida di un alone di umana - necessaria - pietas. Sì, perché Contin, sotto la cenere del buio, ha covato l'istinto di una vendetta che è venuto il momento di perpetrare, a qualunque costo. Uscendo dal carcere, Beggiato potrebbe mettersi in contatto col suo complica sconosciuto di allora, che ha custodito la sua parte di bottino in cambio del silenzio. Dapprima, dunque, Contin rifiuta qualunque compromesso, spera che il nemico crepi in carcere tra atroci sofferenze, respinge l'ipotesi di un perdono che gli viene invocato da Don Silvio e dalla borghesotta arricchita Ivana Stella, volontaria tra i carcerati più per noia che per convinzione. 
Poi, all'improvviso, scatta la molla che conduce il romanzo su una china inarrestabile, e Contin diventa - a passi lenti ma implacabili - qualcosa che nessuno avrebbe mai sospettato, mettendo a nudo la parte oscura di violenza e di delirio che cova in ciascuno, facendoci convinti che chiunque, in un caso simile, potrebbe trasformarsi in una belva spietata. E' giusto che sia il lettore a scoprire - con orrore, ci auguriamo - l'escalation emozionale di accadimenti che stravolgono i connotati logicamente prestabiliti dei protagonisti: vittima e carnefice invertono i ruoli in un gioco al massacro che chiede giustizia ancora una volta là dove la vera giustizia si proclama sorda o quantomeno miope.
Il romanzo è forte, scostante, con un finale amaro ma anche derisorio, e se si percorre in fretta e con urgenza nella sua grana grossa di noir da strada, tenebroso e disperato, svolge altresì - e con piena consapevolezza - il suo compito preciso e disturbante, di metterci di fronte a responsabilità morali estreme nelle quali diventa difficile scindere la logica della giustizia da quella della vendetta privata. Inquietante e malsana nei suoi risvolti, la vicenda sparata da Carlotto in questo Nordest ricco e indifferente lancia un segnale d'allarme ai contenuti sociali di una giustizia che - se è comunque da difendere alla base - talvolta rischia di non difendersi da se stessa. E' vero, nessun lettore onesto e moralmente integro si riconoscerà in Beggiato, ma chiunque - crediamo - potrebbe riconoscersi - in casi estremi - nel giustiziere di se stesso che diventa Contin, in quel terreno incolore e arido in cui si rimane da soli a combattere con l'illogico paravento dei valori supremi utili in tempo di pace. 
Sergio Pent


Chi volesse ancora saperne di più, sul libro e sul suo autore, può visitare il sito www.massimocarlotto.it