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"BUSKASHI"
Recensione dell’ultimo libro di GINO STRADA

di Francesco Barilli


Quando ancora non si sapeva con precisione il numero dei morti intrappolati sotto le rovine delle Twin Towers e del Pentagono, i media statunitensi indicarono in Osama Bin Laden il "ricercato numero uno" per l’attentato terroristico più clamoroso della Storia. Da quel momento fu subito chiaro che per l’Afghanistan, un paese già gravato da più di vent’anni di conflitti, si stava per aprire una nuova pagina di orrore e di morte. Migliaia di profughi cominciarono ad accalcarsi lungo i confini, ed anche le organizzazioni umanitarie si apprestarono a lasciare il paese; ONU, Croce Rossa Internazionale… Tutte tranne una: Emergency, che cominciò il viaggio in senso contrario. E lo cominciò addirittura in anticipo sui fatti dell’11 settembre: già il 9 settembre 2001, infatti, dopo l’attentato al Generale Massud (capo della guerriglia antitalebana), Gino Strada e altri dello staff di Emergency cominciarono a progettare il loro ritorno in Afghanistan.

La testimonianza che troviamo in Buskashì è dunque senza uguali: è l’unica di fonte occidentale sulla guerra che ha portato alla sconfitta dei talebani e al governo dei Mujaheddin dell’Alleanza del Nord.

 

Dopo "Pappagalli Verdi", dopo "Medici di Guerra, Inviati di Pace" (libro però non scritto dal solo Strada ma a più mani – trovate la recensione, completa di intervista all’addetto stampa di Emergency, a questo indirizzo http://www.ecomancina.com/medicidiguerra.htm ) Gino Strada torna a parlarci della guerra in Afhanistan e della guerra in generale ("…la più grande oscenità che l'umanità ha inventato…" – citazione dal discorso dello stesso Strada in occasione della marcia della Giustizia di Quarrata del 14 settembre 2002).

Buskashì è il diario di viaggio compiuto dallo staff di Emergency per raggiungere l’ospedale di Kabul, che l’associazione umanitaria italiana aveva già aperto a suo tempo e che aveva chiuso dopo l’aggressione (il 17 maggio 2001) da parte della milizia talebana. Ma il libro ovviamente non si riduce ad un "diario avventuroso". Nel libro troviamo sì "l’atmosfera" che respira chi rischia la propria incolumità per portare aiuto alla popolazione civile, ma tale atmosfera viene ricondotta senza fronzoli retorici alla dimensione reale dell’avvenimento, smontando sia la versione politica ed opportunistica di questa guerra (ricordando A TUTTI che anche ciò che "è giusto" – o "sembra giusto" – può avere conseguenze terribili), sia quella artificiosa, o mediatica-spettacolare, della guerra in diretta. Nel libro troviamo pure riflessioni sulla politica internazionale o sul comportamento dei media, scritte quasi in "presa diretta", senza mediazioni o meditazioni, e per questo più immediate, toccanti e preziose. E Gino Strada, coerente con la propria vocazione, non dimentica di parlarci anche di Pace, scegliendo di inserire nell’appendice del libro la "Dichiarazione dei diritti umani", un testo che tutti dovremmo imparare a conoscere.

 

Non voglio certo trasformare questa breve recensione in un sunto del libro, ma c’è un episodio che voglio segnalare e che mi è molto caro. Si tratta del capitolo 23 - "Un combattente ferito". In questo capitolo Strada racconta di Hajab, un combattente talebano ferito gravemente, soccorso da Habibullah, un militante mujaheddin. Questo episodio di solidarietà fra nemici ha assunto una grande rilevanza per la storia dell’associazione umanitaria italiana, in quanto ha dato origine al primo scambio fra prigionieri seguito da Emergency. Infatti Habibullah aveva a sua volta un fratello detenuto al carcere talebano di Pul-i-Charki, ed Emergency si è interessata con le due parti in conflitto affinchè avvenisse lo scambio fra il talebano ferito ed il fratello del mujaheddin.

Ma questa trattativa non è stata importante solo per ciò che ha significato per Emergency (a questo scambio ne sono seguiti altri, aprendo per l’Associazione di Gino Strada una dimensione più completa – o comunque nuova – nel campo delle missioni umanitarie), ma pure per il suo significato simbolico. Io credo che a volte l’indifferenza verso le tragedie della guerra potrebbe essere sconfitta da semplici particolari. Provate a pensare a quando fu l’Italia ad essere insanguinata da una guerra civile. Provate ora a sostituire i nomi dei due contendenti Afghani con dei nostrani "Piero", "Matteo", "Carlo" o quello che volete… Attenzione, non sto predicando revisionismi storici che mi sono indigesti quanto lo sono (spero) per voi: semplicemente credo che l’assurdità della guerra diventi ancora più macroscopica ed evidente quando si parla di una guerra "tra fratelli". Devono averlo capito anche Hajab ed Habibulllah, che alla fine del racconto scopriamo essersi incontrati al termine del conflitto. Si sono stretti la mano, ed Hajab ha ringraziato il vecchio "nemico"…

 

Buskashì, come riportato nella quarta di copertina, è anche il nome di un violentissimo gioco nazionale afghano, nel quale due squadre si contendono, senza esclusione di colpi e pressochè senza regole, la carcassa di una capra. Sostituite alle due squadre i contendenti dell’ultimo conflitto afghano, e alla carcassa della capra la popolazione civile e il paragone (forse crudele, ma può aiutare a riflettere) è presto fatto…

 

Francesco Barilli, di Ecomancina

NOTA:

per informazioni su Emergency: http://www.emergency.it/