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Bossi-Fini, intelligenza zero
di Massimiliano Boschi


La legge sull’immigrazione si rivela una trappola senza uscita: niente lavoro senza permesso, niente permesso senza lavoro, tempi biblici per la regolarizzazione. Con molti approfittatori


Duban è un nome finto per una persona vera. Un marocchino di 29 anni alto un metro e settanta, capelli neri, occhi scuri e una faccia più da poliziotto che da criminale. Nel caso lo vediate armeggiare di notte attorno alla vostra automobile non pensate che stia per rubarvela. Cerca solo un posto dove dormire. Duban smette di lavorare come lavapiatti (in nero) all’una di notte e non ha un mezzo per tornarsene a casa, a Sasso Morelli, a una decina di chilometri da Imola. Così in attesa del primo bus utile si rifugia in qualche automobile particolarmente confortevole. Lui l’auto non se la può permettere, e nemmeno un motorino perché per intestarsi la targa serve il permesso di soggiorno. E per averlo si prevedono tempi lunghi. Al momento, delle 13.600 domande di regolarizzazione presentate alla Prefettura di Bologna a seguito della legge Bossi-Fini, ne sono state accettate poche centinaia.
Duban sta però aspettando, come tanti altri, il permesso di soggiorno per un lavoro che non fa. Arrivato in Italia a inizio 2002 ha saputo da amici residenti a Imola che un imprenditore edile compilava false dichiarazioni di regolarizzazione per 2.500 euro (il costo della dichiarazione alla Prefettura è di 700). "Per pagarlo mi sono fatto inviare 2.000 euro da mia sorella che sta in Olanda", spiega Duban, "ma me ne mancavano 500 che mi sono fatto scontare lavoricchiando per lui. Poi ha voluto altri 350 euro per la falsa busta paga". Mentre parla tira fuori copia della dichiarazione per la legalizzazione di lavoro irregolare di extracomunitari, copia della busta paga e perfino le ricevute dei vaglia inviati da sua sorella. "È verità!", sottolinea, "i 350 euro per la busta paga li ho raggranellati con una colletta tra amici. Avrei anche trovato qualcuno disposto ad assumermi in regola, ma vogliono il permesso di soggiorno". Che dovrebbe ottenere grazie a un lavoro che non fa, mentre ne fa un altro, in nero, per pagare il datore di lavoro, falso, che gli ha compilato il foglio di regolarizzazione. Come lui alcune migliaia di immigrati, soprattutto al Sud, che in attesa di regolarizzazioni per lavori che non fanno, lavorano in nero come imbianchini o ambulanti.
Così, a Duban non resta che prendere ogni giorno l’ultima corriera e andarsene in biblioteca, poi nei bar, in attesa di iniziare a lavare i piatti. Se non riesce a essere ospitato da amici cerca un auto per dormire e sono venti notti che la temperatura non supera lo zero. "Per questo non ho paura a raccontare. Prima o poi trovano un motivo per arrestarmi o espellermi".

LA LEGGE DELL’INTELLIGENZA ZERO. Le regolarizzazioni false a Imola sono decine. L’imprenditore edile che sta prosciugando i risparmi della famiglia di Duban sta facendo lo stesso con altre quattro persone. Uno di questi ha già mollato e se ne è tornato in Marocco, spennato a causa della Bossi-Fini, la famosa legge a "intelligenza zero", generata da un brain storming d’eccezione tra il leader della Lega e il presidente di An.
Se alla Cgil imolese è giunta segnalazione di un imprenditore faentino che avrebbe già regolarizzato più di dieci immigrati "imolesi" per i soliti 2.500 euro, è nel capoluogo che il mercato delle false regolarizzazioni fa girare somme favolose. Un imprenditore edile di Bologna è giunto ad assumere (si fa per dire) 120 persone per 2.500 euro l’uno, ed è solo uno che ha fatto le cose in grande. Le truffe sono di tutti i tipi, da quelli che manipolando il nome di una nota impresa di pulizie hanno finto di versare 700 euro alla Prefettura e invece ne hanno versati solo sette (poi hanno corretto a mano la fotocopia), a quelli che sono giunti a distribuire volantini offrendo false regolarizzazioni "tutto compreso". Questo grazie alla Bossi-Fini, una legge costruita non per regolare l’afflusso degli immigrati ma per tranquillizzare i benpensanti xenofobi. Una legge che è riuscita ad accomunare nelle critiche magistrati e avvocati, sindacati e imprenditori.
Lega e An avevano promesso ai loro elettori di bloccare l’arrivo di altri immigrati. Senza fare i conti con la realtà. È stato come produrre una legge sulle terre alluvionate partendo dal presupposto che smetterà di piovere. Infatti, ha diluviato. Circa 700 mila domande in tutta Italia. Prefetture incapaci di gestire la massa di richieste, tempi di smaltimento che variano da uno a cinque anni e intanto chissà quanti dovranno arrangiarsi a dormire in macchina o finiranno nelle mani della criminalità.
"La Bossi Fini ha considerato gli immigrati solo come braccia da lavoro, non come uomini", spiega Roberto Morgantini, responsabile dell’ufficio stranieri della Cgil bolognese. "L’immigrato viene considerato solo come lavoratore, se non lavori devi tornartene a casa. Inoltre si presuppongono contratti a tempo indeterminato che sono sempre più rari. A questo si aggiunga che hanno concesso tutto il potere al datore di lavoro. È lui che deve pagare la regolarizzazione, è lui che la firma. Con il lavoratore nessun contatto. Questo ha dato agli imprenditori un potere ricattatorio fortissimo. Così si spiegano le migliaia di false regolarizzazioni che stanno mettendo sul lastrico altrettante migliaia di famiglie che già non sguazzavano nel benessere".
Grazie alla strana coppia Bossi-Fini, quindi, non solo non si integra chi intende lavorare nel nostro Paese ma lo si deruba di ogni risparmio. "A questo", prosegue Morgantini, "va aggiunta un’altra contraddizione. La Bossi-Fini prevede che, solo al termine della sanatoria, chi abbia perso il lavoro possa ottenere un permesso di soggiorno di sei mesi, periodo entro il quale deve essere assunto da un’altra azienda, altrimenti viene espulso. Visti i tempi biblici necessari per completare le procedure, la norma in questione impedisce di fatto al disoccupato in attesa di sanatoria la ricerca di un’occupazione regolare, incoraggiando il lavoro nero".

PREFETTI DISOBBEDIENTI. In soldoni, la legge prevede che se l’immigrato in via di regolarizzazione perde il lavoro, non ne può cercare un altro. Così, pur cadendo il requisito di permanenza in Italia, non può venir espulso perché in possesso della cedola della sanatoria. Una vera e propria istigazione al lavoro nero. A questo hanno incominciato a mettere una pezza alcuni prefetti italiani tra cui quelli di Bologna, Bergamo e Trento, emettendo una circolare che autorizza i cittadini extracomunitari che abbiano perso il lavoro presso l’azienda che aveva avviato la procedura di regolarizzazione a cercare una nuova occupazione. A ruota li hanno seguiti i prefetti di Genova e Milano, mentre An e Lega si sono imbufaliti. Il vero problema è però quello del potere illimitato concesso agli imprenditori. Alcuni di loro sono riusciti a trasformare il purgatorio dell’attesa del permesso di soggiorno in un inferno.
Tra questi un imprenditore tessile che dopo aver estorto 6.000 euro a una propria dipendente cinese, l’ha licenziata e buttata fuori di casa. Vittima di questo sant’uomo H.C., una cinese di 35 anni, che giunta in Italia nel 2001, ha lavorato, come clandestina, in uno dei tanti laboratori di sartoria cinese per 12 ore al giorno. Approvata la Bossi-Fini, un suo connazionale le ha proposto di regolarizzarsi presso un’impresa italiana con sede tra Bologna e Modena. Costo della pratica, 6.000 euro. H.C. ha accettato. Poi, sempre grazie alla magnanimità dell’imprenditore, le è stata trovata anche una casa in affitto, uso foresteria. A gennaio 2003 però H.C., accompagnata da un’interprete, visto che non parla una sola parola di italiano, ha comunicato all’imprenditore che era al quinto mese di gravidanza. Questi, per congratularsi, l’ha costretta a firmare una lettera di dimissioni e l’ha cacciata di casa, arrivando a cambiare la serratura della porta. H.C. la prima notte ha dormito in stazione, poi ha trovato accoglienza in uno dei tanti appartamenti iperaffollati della provincia bolognese. Rifugi per disperati in cui si ritrovano a dormire venti persone per stanza. Tutto sarebbe passato sotto silenzio se H.C., spinta dalla disperazione e dall’avvicinarsi della nascita del figlio, non si fosse decisa a denunciare il fatto alla Cgil grazie anche al sostegno e alla collaborazione della giovanissima interprete. Una studentessa cinese di 16 anni.
"La comunità cinese", spiega Morgantini, "è quella che cade vittima più facilmente di queste estorsioni. Per la maggior parte arrivano in Italia sapendo parlare solo cinese e senza avere contatti di nessun tipo con istituzioni o associazioni di tutela degli immigrati, e questo gli imprenditori senza scrupoli lo sanno. E ne approfittano".
Per concludere, tra i vari perniciosi effetti, la Bossi-Fini ha anche quello di segregare in Italia gli immigrati in attesa di permesso di soggiorno. Gli immigrati in fase di regolarizzazione, infatti, non possono lasciare il Paese. Non sarebbe nulla se si trattasse di restare bloccati per poche settimane ma ormai sono passati alcuni mesi e si prevedono tempi di regolarizzazione biblici. Così gli immigrati che hanno necessità urgenti di tornare a casa, anche solo per un paio di giorni, non possono farlo, la legge li priverebbe del permesso di soggiorno. Per questo i sindacati stanno spingendo perché i prefetti concedano a coloro che sono in attesa di regolarizzazione di poter espatriare. Ma finora questo è stato negato. Così, una legge programmata per bloccare l’entrata degli immigrati si trova a impedirne l’uscita. Complimenti.
(Ha collaborato Ahmed Hissane)