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SILVIA BARALDINI:
UNA VICENDA DA NON DIMENTICARE

di Francesco Barilli di Ecomancina


Silvia Baraldini - da "La Repubblica"




"Sì, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre idee, che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire."
Da una lettera di Nicola Sacco al figlio Dante - 1927


La triste vicenda giudiziaria che vede come protagonista Silvia Baraldini ha inizio il 9 novembre 1982, data del suo primo arresto; e se proprio ci si vuole "divertire" a giocare con le date, esattamente vent'anni dopo, in occasione della grande marcia per la pace di Firenze che ha chiuso il Forum Sociale Europeo, è nata l'idea di questo articolo. Proprio quel giorno la stampa italiana tornava ad interessarsi di Silvia, riportando la notizia che il tribunale di sorveglianza di Roma stava valutando il rinnovo della concessione degli arresti domiciliari per motivi di salute. (Il 13 novembre il tribunale si è poi pronunciato sulla questione, confermando gli arresti domiciliari ma riducendo i benefici: sono state ridotte le "ore d'aria" in cui Silvia può allontanarsi dal domicilio, originariamente fissate dalle 9 alle 14).

Esistono casi giudiziari sui quali per mesi - a volte per anni - si accendono i riflettori dell'opinione pubblica. Poi l'ottenimento di un primo, parziale risultato (unito magari alla stanchezza per tanti anni di battaglie e alla umanissima tentazione di accontentarsi di quanto ottenuto) può far pensare che lo scopo sia stato raggiunto. Ed ecco che quei riflettori si spengono, la tensione civile cala, le battaglie vengono a cessare…
Con il ritorno in Italia di Silvia (24 agosto 1999) salutammo tutti una vittoria. Una vittoria grande ma non totale (vedremo più avanti di analizzare i motivi di questa affermazione) ed ecco che i riflettori sulla vicenda della Baraldini sembrano essersi spenti. Ma se l'opinione pubblica (già cronicamente distratta) non viene sollecitata anche su quei casi che sembrano parzialmente risolti, si corre il rischio di perdere la memoria, di vedere riscritta la verità storica su quei fatti.
Non credo nei segni del destino, ma voglio vedere nella casualità delle date cui accennavo in precedenza la molla che mi ha spinto a pensare che proprio in un giorno di festa, di vittoria e di speranza come è stato Firenze, era necessario tornare ad occuparsi anche di Silvia Baraldini. E che Ecomancina, come ha cercato di fare per il caso Giuliani (1 2 3), per la strage di Bologna, per il caso Pinelli, doveva fare qualcosa per mantenere quella memoria, quella verità scritta che tante volte è sembrata vacillare quando organi di stampa, anche autorevoli, hanno parlato di Silvia come della "ex terrorista italiana condannata negli USA"… 

LA VICENDA GIUDIZIARIA

Torniamo dunque al 9 novembre 1982. In quei primi anni '80 la morsa delle forze di polizia statunitensi si era stretta attorno agli attivisti del "Black Liberation Army" (un movimento di resistenza armata che lottava contro l'oppressione e le pessime condizioni di vita delle minoranze di colore negli Stati Uniti) e a quei movimenti che confluirono nel BLA (o che fiancheggiavano tale gruppo, tra cui l'organizzazione comunista "19 maggio" di cui faceva parte la Baraldini). L'arresto fu dunque per associazione sovversiva, e la Baraldini venne rilasciata poco tempo dopo, su cauzione. 
Il processo a carico degli attivisti del BLA e delle altre associazioni terminò con una sentenza del luglio 1983. La pena complessiva a cui fu condannata Silvia fu di 43 anni. Cercherò di seguito di riassumerne le motivazioni usando il meno possibile termini tecnici, con qualche approssimazione di cui chiedo scusa da subito. 
· 20 anni per associazione sovversiva. In questo caso fu esteso al caso della Baraldini la legge "Rico", in origine nata per reati ascrivibili al campo della criminalità organizzata mafiosa. In buona sostanza con questa legge i crimini commessi da un elemento di una data organizzazione venivano contestati a tutti i soggetti che componevano la stessa. Dunque la Baraldini pagò per reati contestati al gruppo "19 maggio", indipendentemente dalla personale estraneità ai fatti criminosi.
· 20 anni per concorso in evasione. L'evasione fu quella di Assata Shakur, "l'anima" del BLA. L'evasione avvenne in modo totalmente incruento (2 guardie addette alla sorveglianza nel carcere di Clinton furono prese in ostaggio e liberate poco dopo l'evasione) il 2 novembre 1979.
· 3 anni per "ingiuria al Tribunale" (non so tradurre meglio la definizione originale "Contempt of Court"). In questo caso "l'oltraggio" di Silvia verso la Corte fu di rifiutare di fornire la propria testimonianza circa i nomi degli altri militanti nel movimento "19 maggio". A questo proposito ricordo che, dopo il primo arresto del novembre 1982, l'FBI offrì un'ingente somma di denaro alla Baraldini per denunciare i propri compagni. Questa offerta le fu rinnovata una volta in carcere; la contropartita non fu più una somma di denaro, ma la liberazione. Il rifiuto di collaborare fruttò a Silvia la qualifica di detenuta pericolosa, il trasferimento al carcere di Lexington e l'inasprimento delle sue condizioni detentive. In altre parole, la Baraldini avrebbe potuto mercanteggiare la propria libertà con un "pentitismo interessato", ma ha preferito un percorso di coerenza morale che le ha fruttato grandi sofferenze, ma che forse è stato l'elemento che più di ogni altro ha contribuito a cementare il vasto movimento d'opinione e di solidarietà formatosi negli anni attorno alla sua figura.

Avremo modo di tornare più avanti su questi 43 anni inflitti ad una persona che non si era macchiata di reati di sangue, e così pure avremo modo di riflettere su principi quali la proporzione tra crimine e punizione, il fine rieducativo della pena, eccetera, principi che dovrebbero essere basilari in uno stato di diritto. Ci torneremo più avanti perché ora è il momento di occuparci dell'odissea carceraria di Silvia.

IL CARCERE

Dico subito che eviterò di menzionare con puntualità ogni singolo spostamento di Silvia nei penitenziari americani. Per maggiori informazioni consiglio di visitare la pagina che il sito "Clarence.com" ha dedicato alla Baraldini, dove potete trovare anche materiale tratto dal libro "Il Caso Baraldini" di Elvio Mancinelli - casa editrice DATA NEWS (il libro, molto bello, è del 1995; è aggiornato quindi con elementi precedenti all'estradizione di Silvia in Italia).

La Baraldini fu rinchiusa prima nel carcere di New York, poi in quello di Pleasanton (California) e poi, come ricordato in precedenza, a Lexington, dove fu sottoposta ad un regime carcerario particolarmente severo, disumano e degradante: isolamento, perquisizioni corporali, rigide censure nella posta e limitazioni nelle visite, costante monitoraggio della propria vita carceraria, anche nei momenti più intimi. Solo la dura lotta di Silvia e di altre carcerate produsse un leggero miglioramento in queste condizioni (e l'unità di massima sicurezza di Lexington venne in seguito chiusa, anche grazie all'intervento di Amnesty International).
Ma per Silvia la drammaticità delle condizioni di vita a Lexington fu peggiorata pure dalle condizioni di salute. Dopo aver lamentato continui dolori addominali le fu diagnosticato un tumore maligno (siamo a metà del 1988). Inutile dire che anche nelle cure mediche l'amministrazione penitenziaria statunitense non si dimostrò né efficace né comprensiva, tendendo anzi ad ostacolare, limitare o comunque differire le cure di cui Silvia abbisognava.
Dopo gli interventi chirurgici Silvia Baraldini nel 1990 fu trasferita nel carcere di massima sicurezza di Marianna (Florida). Questo trasferimento fu solo l'ennesimo gesto di spregio da parte dell'Amministrazione Statunitense nei riguardi non solo della detenuta, ma pure del vasto movimento d'opinione che proprio in quegli anni s'era formato, non solo in Italia. Infatti il carcere di Marianna si trova in una località isolata che presenta non poche difficoltà a chi lo vuole raggiungere. In totale serve più di una giornata di viaggio da New York, e dunque è chiaro che (proprio quando in Italia andava intensificandosi - anche attraverso visite personali - l'interessamento verso il "caso Baraldini") gli USA abbiano inteso ostacolare - anche a livello logistico - questo movimento di opinione.
L'ultimo trasferimento carcerario, sempre negli anni '90, fu da Marianna a Danbury, nel Connecticut.

IL MOVIMENTO IN ITALIA

E' nella seconda metà degli anni 80, proprio mentre Silvia subisce le prime due operazioni per tumore (in catene anche sul tavolo operatorio e sul letto di ospedale, come "regolamento impone"…) che l'Italia comincia a mobilitarsi per Silvia. Ed è bello pensare che fu proprio questa mobilitazione popolare a scalfire l'indifferenza e l'accanimento della "giustizia made in USA". Ecco dunque arrivare le prime interrogazioni parlamentari, i comitati di solidarietà che nacquero in varie città d'Italia (confluiti poi nel "Coordinamento Nazionale Silvia Baraldini", il cui portavoce è Gianni Troiani), gli appelli firmati da Dario Fo, Antonio Tabucchi, Umberto Eco e molti altri, l'emozione per la bella canzone che Francesco Guccini le ha dedicato nel 1993 ("Canzone per Silvia", dall'album "Parnassius Guccini"). 
Il movimento purtroppo non raccolse solo consensi. In molti videro alla base dello stesso uno "sterile antiamericanismo". A mio avviso le iniziative di sensibilizzazione erano sottese solo dal semplice desiderio di vedere affermati il rispetto dei diritti umani con imparzialità, senza convinzioni aprioristiche che i modelli di vita e di giustizia a stelle e strisce rappresentino il "migliore dei mondi possibili". Ma già questo è "sterile antiamericanismo", per molti…
In fondo molte cose possono essere cambiate negli USA dagli anni delle prime lotte per i diritti dei neri; possono essere mutate le condizioni storiche-sociali, ma per un bianco l'appoggiare la causa dei neri è ancora oggi negli Stati Uniti qualcosa di assimilabile al peccato originale: un marchio indelebile. Solo così riesco a spiegarmi l'accanimento degli USA nei confronti di Silvia Baraldini. La scelta di vita di Silvia, unita al rifiuto di fornire collaborazione, mi sembra aver pesato molto nella vicenda, e questo sia in America come - di riflesso - in Italia. Mi verrebbe da dire che nell'entità complessiva della pena, il "disprezzo della Corte" abbia pesato molto più che non i tre anni ufficiali…
Non mi piace quando parlo di persone e della loro storia, parlare di "simboli" o di "casi"; una persona non è mai SOLO un simbolo o un caso: è sempre e comunque qualcosa di ben più importante; un essere umano unico ed irripetibile. Ma è fuori discussione che certe lotte di certe persone assumono connotati emblematici, capaci di riassumere la lotta di moltitudini. In questo senso Silvia è un simbolo: un simbolo di quanto certi ideali e certe lotte possano diventare pericolosi per l'ordine costituito.

Con gli anni il movimento di opinione in favore della detenuta italiana cominciò a battersi affinchè la Baraldini potesse almeno tornare in Italia. Uno dei punti nodali della lotta era l'applicazione della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento dei condannati. Tale convenzione prevede il diritto di un cittadino giudicato e condannato in un paese straniero (che però abbia ovviamente sottoscritto la convenzione) di scontare la pena nel proprio Paese natale. Punto debole della trattativa sulla Baraldini era che l'accordo di Strasburgo non obbliga i paesi interessati ad un consenso, né fissa tempi certi per la risposta ad un'istanza di estradizione.
Nel 1992 l'accordo USA-Italia sembrava ormai vicino, ma (sembra a causa di interferenze dell'FBI, che attribuì alla Baraldini uno "status" di pericolosità di livello altissimo) anche stavolta non si riuscì nell'intento, nonostante l'interessamento da parte italiana di personalità di spicco quali il Giudice Falcone.

IL RITORNO IN ITALIA E LE ULTIME VICENDE

Solo alla fine degli anni '90 si riuscì a concretizzare il ritorno in Italia; nell'ambito dell'accordo con gli USA ai sensi della convenzione di Strasburgo è stato anche ridefinito il termine di fine pena nel 29 marzo 2008.
Come dicevo nella premessa, il ritorno di Silvia (avvenuto il 24 agosto 1999) da molti è stato salutato come una vittoria. Tutto giusto, per carità, si è trattato di un enorme passo avanti, ma non di una vittoria. Ancora una volta, infatti, l'Italia ha dovuto presentarsi come uno "Stato vassallo" degli USA per ottenere ciò che le era dovuto, accettando di sottostare a condizioni-capestro solo in nome del raggiungimento dell'obbiettivo principale. In altre parole per ottenere questo risultato si è dovuto partorire una sorta di mostro giuridico: un cittadino italiano può scontare nel proprio Paese la pena inflittagli in un altro Stato, senza poter sperare di usufruire di benefici, sconti di pena o altro previsti dall'ordinamento giuridico della propria Nazione. In buona sostanza anche oggi il caso di Silvia Baraldini, cittadina italiana, è sottratto alla nostra legislazione. Un compromesso, insomma, che è sembrato più una regalia che lo Stato Sovrano ha fatto al proprio Stato Vassallo (forse per ricompensarlo della fedeltà dimostrata in altre occasioni) piuttosto che il risultato di una transazione tra pari.
Inoltre, anche nel ritorno in Italia di Silvia non sono mancate note stonate. Polemiche per il costo dell'aereo messo a disposizione dal Governo italiano (quando erano state le autorità americane a chiedere questa misura, affinchè il viaggio avvenisse in condizioni di sicurezza e riservatezza); illazioni vergognose circa un baratto fra il ritorno di Silvia e la questione della funivia del Cermis; perplessità circa l'accoglienza riservatale all'arrivo a Roma. Insomma, un atto di civiltà (sia umano che giuridico), per di più ottenuto tra mille difficoltà e colpevoli ritardi, è divenuto occasione di nuove e sterili polemiche. Anche questo dà la misura di quale sia la realtà attuale del dibattito politico nel nostro Paese.
E purtroppo devo aggiungere che con il ritorno a Roma le sofferenze di Silvia non sono finite, né è cambiato l'approccio delle "autorità" (ora italiane, prima statunitensi) nei suoi confronti: sembra che l'approccio "umano" al caso debba sempre abdicare a quello giuridico, e che vent'anni di tribolazioni da un carcere all'altro non bastino a fare uscire questo caso dalle maglie della burocrazia e dei cavilli tecnico-giuridici. Il tribunale di sorveglianza di Roma ha stabilito per Silvia gli arresti domiciliari nell'aprile 2001. Per tragica ironia del destino la madre della Baraldini, gravemente ammalata da tempo, era deceduta il 9 aprile 2001. Se in questo ritardo si debba vedere un altro segno del solito accanimento giuridico o se sia stato solo frutto di intoppi burocratici non è dato sapersi. Proprio quando era tornata in Italia, convinta di migliorare le proprie condizioni detentive, ma convinta pure che questo miglioramento le avrebbe consentito di stare accanto alla madre, Silvia ha dovuto subire quest'ultimo affronto; le due donne hanno vissute per mesi recluse in due distinti ospedali.

Da quando ha ottenuto gli arresti domiciliari Silvia ha scelto di evitare ogni tipo di pubblicità attorno alla propria vicenda e, pur dichiarandosi grata a tutti quelli che in questi difficili anni l'hanno sostenuta, ha scelto di non rilasciare più interviste e di limitare al minimo l'attenzione dei media nei suoi confronti. Ma le molte ingiustizie che la Baraldini ha subito non devono essere dimenticate…


Francesco Barilli, di Ecomancina