Il portachiavi

Quando si svegliò non si accorse subito di essere legato ad una sedia. All’inizio sentì solo la testa pesante, un’innaturale sensazione all’occhio destro che non riusciva ad aprire, un forte indolenzimento al collo, e nelle narici un odore di chiuso e di muffa. Solo quando cercò di sollevare una mano per massaggiarsi il collo si accorse di essere legato. E solo dopo qualche altro secondo riuscì con fatica ad aprire entrambi gli occhi e capì qualcosa di più. La sedia cui era legato mani e piedi. L’ambiente totalmente estraneo; sembrava una cantina. La sua giacca gettata ai lati della sedia. E soprattutto si accorse dell’uomo seduto a pochi metri. Un uomo in jeans e maglietta, il volto coperto da un passamontagna, una pistola nella mano sinistra.

- Bentornato fra noi, Onorevole Buscemi, e buona domenica! A proposito, mi dispiace ma le comunico che oggi dovrà rinunciare alla Messa delle 8… -.

L’Onorevole Salvo Buscemi, forse per la prima volta nei sessant’anni della sua vita, si sentì perduto.

- Senti, io… Se sono i soldi che vuoi… -.

L’uomo col passamontagna scosse la testa.

- Stronzo… Sta pure tranquillo che i tuoi soldi te li puoi portare nella tomba -. Si alzò e si avvicinò.

- Te lo ricordi questo? -.

Solo a questo punto Buscemi si accorse del portachiavi nella mano destra dell’uomo. Ma ancora non capiva che per lui il pericolo poteva venire più da quell’innocuo oggetto che dalla pistola. Il portachiavi era assolutamente normale, di una banalità disarmante, con una medaglietta non più grossa di una moneta. Sulla medaglietta il simbolo del partito per cui, per tanti anni, Buscemi era stato prima Sindaco di XXX e poi Deputato.

L’Onorevole Buscemi continuava a non capire. Era sempre stato un pesce piccolo, e da tempo era fuori dal giro che contava. Sempre bene attento a non farsi nemici, sempre scrupoloso nel seguire le direttive del partito, aveva passato la vita barcamenandosi fra vari incarichi di piccolo cabotaggio. La politica per lui era una professione, nel senso più disincantato del termine: solo un lavoro, un modo come un altro per mantenere un buon tenore di vita. Il non aver mai fatto del male a nessuno lo riteneva un merito; e non riteneva una mancanza il non aver mai fatto, in fondo, nulla.

Tutte queste considerazioni (ma con toni molto più autocompiacenti) passarono veloci nella sua mente di uomo pragmatico. Inutilmente; non riusciva a ricordare un solo nemico che potesse aver pensato alla sua eliminazione fisica. E gli sembrava impossibile che qualche gruppo estremista fosse interessato al suo rapimento. Contava troppo poco per essere considerato merce di scambio di qualche valore.

- Non ti ricordi, vero? Già… E’ strano come l’importanza delle cose sia spesso relativa! -.

L’uomo tornò a sedersi. Appoggiò a terra la pistola. Per qualche secondo non parlò, limitandosi a giocherellare con il portachiavi, passandoselo fra le dita. Poi levò il passamontagna.

- Inutile pure questo, vero? Tu nemmeno ricordi la mia faccia -.

Buscemi lo guardò. Non sapeva cosa rispondere. Ancora una volta la sua mentalità di uomo pratico, che andava subito al sodo delle cose, ritenendo i dettagli solo una perdita di tempo per sofisti, prese il sopravvento. E l’unica cosa che riuscì a pensare era che il suo destino era segnato. Aveva visto in faccia il suo rapitore; non c’era più alcuna speranza di salvezza, per lui. Forse per questo o forse per guadagnare un po’ di tempo chiese:

- Ma tu chi sei? E cosa vuoi da me? -.

L’uomo sembrò scuotersi, quasi avesse dimenticato di non essere solo in quella stanza. "E’ un pazzo", concluse fra sé Buscemi.

- Mi chiamo Fabrizio Rinaldi. Nemmeno questo aiuta la tua memoria, vero? Allora facciamo un giochino: dove hai già visto questo portachiavi? -.

- Sì… erano quelli del mio partito. Ma li facevamo così… Vent’anni fa circa, credo… -.

- E bravo stronzo! Prima risposta esatta! Continua ad applicarti, dai. E tu come li usavi? -.

- Come, come li usavo?! Senti, ti prego… -.

- Fottiti! E non pregarmi mai, okay? Sei ancora vivo perché i coglioni non mi girano ancora abbastanza. E poi non pregare MAI un uomo che ti ha pregato inutilmente… Mmmhhh, vedi, non lamentarti: comincio a regalarti pillole di saggezza. Peccato non ti serviranno più a molto… -.

- Tu mi hai pregato? -.

- Esatto, stronzo! Ti dà fastidio se ti chiamo così? Preferisci Onorevole stronzo? -.

- Ti prego… -.

Fabrizio si lanciò verso l’Onorevole Buscemi. Lo colpì in pieno viso col calcio della pistola. L’uomo non urlò, ma lanciò un lungo lamento che a Fabrizio sembrò il guaito di un cane. Non seppe spiegarsi perché, ma gli sembrò il guaito di un cane. E pensò che nella sua vita non aveva mai colpito neppure un cane.

L’Onorevole Buscemi sentì in bocca il sapore del suo sangue. Passò la lingua fra i denti. Erano a posto. La mascella però faceva uno strano rumore, aprendola.

- Ascolta… Io non mi ricordo di te, lo giuro su Dio e sui miei figli. Ho conosciuto tante persone nella mia vita e… -.

- E le hai trattate tutte come me, vero? -.

Buscemi tacque. Fabrizio si accese una sigaretta.

- Ti dispiace se fumo? Beh, ’fanculo, fumo lo stesso -.

Buscemi cominciò a piangere. Era un piangere senza dignità, un piagnucolare che spezzava quel silenzio, provocando una strana sensazione di fastidio in Fabrizio.

- Piantala! -. Poi addolcì il tono. -Vuoi una sigaretta, Buscemi? -.

Il vecchio onorevole represse con fatica i singhiozzi e fece cenno di sì con la testa. Fabrizio accese una MS e gliela passò senza slegarlo; gliela portava alle labbra con la sua mano.

- Allora, questo portachiavi me l’hai dato tu, proprio vent’anni fa. Precisamente ventidue. Beh, non credo sia un pezzo unico, sai? Ne davi via tanti, immagino. Uno a tutti quelli che, come me, venivano a chiederti una casa, un lavoro… una mano, insomma. Tutte storie diverse, non conosco quelle degli altri, faccio fatica a ricordare la mia, figurati. Tu eri il candidato a Sindaco per il tuo partito. Avevo sentito dire che se ti ci mettevi un posto di lavoro per chi te lo chiedeva (e ti prometteva il voto) lo trovavi, ed ero riuscito a prendere un appuntamento con te.

Mi hai dato la mano e hai guardato l’orologio. Questo particolare lo ricordo benissimo: non lo avevi al polso, lo tenevi sulla scrivania, per avere l’orario sempre bene in vista. Ti ho parlato di me, ti ho detto che ero sposato con un bimbo piccolo ed in attesa del secondo. Mi hai dato un numero di telefono. "Basterà dire che la mando io…" hai detto. Poi hai dato un’occhiata all’orologio. Doveva essere passato il tempo che avevi deciso di concedermi, perché ti sei alzato. "Vedrà che tutto andrà per il meglio", e con quelle parole mi hai accompagnato all’uscita. Sulla porta mi hai dato il portachiavi. "Mi raccomando, io in cambio non le chiedo molto, in fondo…" hai aggiunto. Tu magari non l’hai nemmeno mai saputo, ma a quel numero di telefono rispondeva lo studio di un commercialista che cercava segretarie d’azienda… E io ti sembro una segretaria d’azienda?… Beh, comunque di lavoro per me, grazie a quella telefonata, neanche l’ombra. Provai a rintracciarti, dopo le elezioni. Eri sempre molto impegnato, sai? Non sono più riuscito a parlarti nemmeno per telefono.

Ma non mi sembri molto interessato alla mia storia, sbaglio? Beh, taglierò quindi la parte centrale, anche se a me interessa parecchio. Del resto assomiglia troppo a quelle che si leggono sui giornali (e che – immagino – tu segui con la supponente indifferenza del Giusto…). Ti basti sapere che, senza lavoro e con una famiglia sulle spalle, si fa in fretta a scivolare su scelte sbagliate, e che io come ladro di autoradio lasciavo parecchio a desiderare… Nella sentenza del Tribunale che stabiliva che io e mia moglie "potevamo vivere separati" (non so se noti una certa ironia in quelle parole, perché quando la ricevetti io ero in galera, per cui che dovessimo vivere separati era poco ma sicuro…) si affidavano i figli a mia moglie. Una volta uscito di galera una sentenza del Tribunale dei minori pose pure delle limitazioni alla possibilità di vedere i miei figli. Ero inaffidabile, diceva, non costituivo un valido modello morale per i due bambini, o qualcosa del genere. I miei figli io li ho potuti incontrare solo per un’ora alla settimana negli uffici di un’assistente sociale. Finchè mi hanno voluto vedere…

La mia vita si è trascinata fino a qui, oggi, tra pochi "alti" e molti "bassi". Un lavoro poi me lo sono trovato, in una fabbrica poco lontano da qui… E non pensavo più neanche a te, ti assicuro, o meglio, ti ho pensato per tanto tempo, ma ti sbagli se credi che io sia un pazzo che ha meditato e ruminato il proprio odio per vent’anni. Il mio odio tu nemmeno lo meritavi, avevo concluso. Poi, un anno e mezzo fa, poco prima delle elezioni comunali uno dei candidati a Sindaco di XXX pensò di invitare te per la presentazione della sua lista, l’Onorevole di casa, il paesano che era arrivato fino a Roma… Oddio, lasciatelo dire, non avevi fatto una gran carriera da Onorevole, ma per XXX eri una celebrità. Vidi il tuo nome sulle locandine che pubblicizzavano l’incontro con gli elettori. Ma ancora il mio odio dormiva, non voleva saperne di svegliarsi.

Non so perché venni ad assistere a quell’incontro. Forse il mio odio in realtà si era già svegliato ma non l’aveva ancora capito. Quella sera facesti il tuo bel discorsetto. Credo che a nessuno dei presenti sia rimasta impressa una sola delle tue banalità. Tranne che a me, quando alla fine, per sollecitare il voto al tuo candidato, dicesti "non vi chiediamo poi molto, in fondo"… Cazzo!, proprio le stesse parole usate per me! E con lo stesso tono, per di più! Sei proprio un bastardo, Buscemi. E pure coglione. E pure sfigato, perché mica potevi sapere che proprio con quella frase ti eri fottuto -.

Fabrizio si fermò.

- Senti, io… - disse Buscemi, ma Fabrizio gli fece un cenno stizzito, e il vecchio Onorevole tacque.

- Corsi a casa. Cominciai a frugare fra i cassetti, gli scaffali e infine negli scatoloni in cantina: ero sicuro di averlo tenuto, il tuo portachiavi. E infatti lo trovai. Ancora bello luccicante, hai visto?, nonostante fosse un coso da due soldi. E assieme a lui, nello stesso scatolone, ritrovai tutto il mio odio per te… Che poi è sbagliato dire che lo ritrovai, perché in effetti non lo avevo mai sentito così forte, così netto. Tu potevi dare una svolta alla mia vita, bastava che ci mettessi sul serio una briciola del tuo tempo, ma non l’avevi fatto. Perché per te una briciola era già troppo. O forse neanche per cattiveria, ma per superficialità, non so. So solo che la mia vita poteva cambiare, invece dopo quel nostro primo incontro era scivolata nella merda.

Cominciai a prendere informazioni su di te. Non fu difficile; come ti dicevo a XXX sei ancora un personaggio, e anche la tua vita Romana da Onorevole può servire a fare conversazione dal barbiere. E poi tutti gli anni vieni a passare Natale e Pasqua qui… Ho cominciato a studiare le tue mosse, le tue abitudini, i tuoi spostamenti, scoprendo anche la tua passeggiata mattutina, da casa all’edicola e ritorno. Sempre uguale, sempre la stessa strada, e grazie a Dio senza scorta o curiosi che andassero a intralciare il mio piano. La domenica, poi, sei ancora più abitudinario del solito, perché dopo vai a Messa. Ho deciso che era il momento perfetto… -.

Fabrizio si fermò e fissò il vecchio Deputato. Non c’era altro da aggiungere. Buscemi aveva ascoltato ogni parola, senza sentire né rimorso né partecipazione, ma solo una fastidiosa sensazione di estraneità. Quella sensazione lo spinse ad un gesto per lui assolutamente nuovo e inopportuno, che in qualsiasi momento avrebbe evitato con cura: si mise a ridere.

- Ho capito! Tutto ti è andato male per causa mia, vero? Dopo vent’anni finalmente l’hai capito. Non solo non hai trovato il lavoro, ma hai pure perso la famiglia e ti sei fatto la galera per colpa mia. E visto che adesso non posso restituirti né tua moglie e i tuoi figli né questi vent’anni, adesso cerchi la vendetta. Beh, guarda, di falliti come te sono piene le fosse. Quello che ti è successo è colpa tua. Il mondo è pieno di gente che si trova nella merda; c’è chi sa tirarsene fuori e chi ci affoga dentro. E c’è chi ci affoga perché è un incapace e chi perché, in fondo, gli piace. Sì, hai capito bene, gli piace; perché preferisce affogare piuttosto che lottare.

Sei solo un povero stronzo… E adesso ammazzami pure, è quello che vuoi, no? Così potrai dire che nella vita sei riuscito a realizzare almeno uno scopo… -.

Fabrizio si avvicinò. Gli puntò la pistola alla faccia.

- Un fallito, è questo che sono, vero? Sarà, ma non sono io a farmela sotto adesso… E le fosse, come dici tu, saranno pure piene di gente come me, ma adesso sarai tu ad ingrassarle… Comunque hai ragione, io sono un fallito, ma non perché ‘quello che ti è successo è colpa tua’, quelle sono cazzate. A dimostrarlo ci sono tante cose, sai?, ma non quello che mi è successo, che sia o no a causa tua -.

Buscemi chiuse gli occhi. Sentì la canna della pistola premere contro la sua fronte.

- Sai perché sono un fallito? Perché ho atteso per anni questo momento. Ho seguito la tua carriera, studiato le tue abitudini, i tuoi spostamenti, tutto per arrivare a questo momento, per vederti qui, stavolta tu senza speranze, e sentirti implorare. E quando arrivo da te, animale, sai cosa succede? -.

……

……

click

……

……

- che la mia pistola è scarica -.

Il vecchio Deputato riaprì gli occhi. Fabrizio era tornato a sedere e si era acceso un’altra MS. Era abbandonato sulla sedia, totalmente inerte, la sigaretta fra le labbra e il portachiavi fra le mani, e a Buscemi – senza sapersi spiegare perché – sembrò che ora fossero entrambi legati ad una sedia. Sentì esplodere dentro di sé mille emozioni improvvise e sconosciute. E per la seconda volta quel giorno mandò a quel paese la sua anima pragmatica che gli consigliava un silenzio prudente, e parlò.

- Fabrizio… Nella tasca della mia giacca ci sono le Marlboro -.

Fabrizio lo guardò di traverso. Poi si alzò e raccolse da terra la giacca. Sorrise, trovando nella tasca un pacchetto di Marlboro.

- Buscemi, è pure pieno! E’ la prima volta che mantieni una parola, vero?! -.

Accese due sigarette e ne allungò una all’Onorevole.

- Festeggiamo? -.