GALLOWS POLE

Siccome avevo ucciso a colpi di roncola il mio vicino di casa, non fui sorpreso più di tanto dai carabinieri alla mia porta. Fui sorpreso, semmai, dalla loro gentilezza. Il mio gesto, infatti, non era di quelli che ispirano gentilezza o solidarietà. Il mio vicino di casa non m’aveva stuprato la moglie che non avevo, né aveva picchiato a sangue il figlio che mai avevo messo al mondo, non m’aveva sfregiato la macchina nuova, non aveva nemmeno fatto un barbecue in giardino affumicandomi. Non m’aveva nemmeno guardato storto; ma aveva ucciso il mio gatto.

Il mio gatto (che poi era una gatta, nera col petto e le zampine bianche) era sparito da tre giorni, non l’aveva mai fatto prima, ed io piano piano avevo capito cos’era successo. La verità l’avevo messa a fuoco lentamente in quei tre giorni. All’inizio avevo pensato che nessuno avrebbe potuto fare del male ad una creatura così dolce ed indifesa; poi ero passato ad analizzare i fatti, i primi indizi. A Briciola piaceva uscire, la sera. A volte tornava e dormiva nella sua cesta, sotto il portico. Altre volte passava attraverso la recinzione lacerata nel giardino del signor Pretini e qui – su una delle sue sedie da esterni che mica gli avevo detto io di lasciare fuori – si accoccolava.

Il signor Pretini era un maniaco: nessun altro avrebbe potuto avere il giardino così curato, con neanche un filo d’erba fuori posto. Io, infatti, non l’avevo. Il mio giardino era perfettamente incasinato. Non avevo neanche seminato il prato perché tanto l’erba ci cresceva lo stesso. Ci lasciavo fare i propri bisogni anche al mio cane, il grande Max. Nessun altro, dicevo, avrebbe continuato con testardaggine e pervicacia, in pieno novembre, a spazzare le foglie che cadevano dai bagolari del nostro viale, quando questo lavoro sembra un supplizio terreno equivalente, nella sua eternità, a quello di Prometeo, una lotta impari contro le forze della natura. Io, infatti, riposavo e guardavo le foglie cadere. Eddoveddovevano andare le foglie in autunno?! E poi il tappeto di foglie davanti a casa mi piaceva.

Io, insomma, ero una persona perfettamente normale (e questo l’avrete capito), mentre il signor Pretini era uno spietato maniaco. L’intera via dove abito deve essere una via di maniaci, perché c’hanno tutti, chi più e chi meno, il giardino in ordine e spazzano tutti, chi ogni giorno chi più raramente, la propria fetta di marciapiede.

Insomma, quel che era successo mi apparve, a poco a poco, sempre più evidente: Briciola era stata sorpresa dal signor Pretini nel suo giardino, magari mentre stava cercando di annetterlo al proprio territorio, marcandolo. Qualcosa (che so, un filo d’erba piegato, qualche "regalino" qua e là, pericoloso per la suola delle scarpe, magari proprio quel gesto di annessione, che suonava come un affronto) l’aveva fatta condannare a morte. La molla omicida era scattata nel Pretini, e Briciola (proprio lì a pochi metri da casa e dalla Salvezza, senza nemmeno poter implorare aiuto o pietà) era stata brutalmente uccisa da quell’individuo losco viscido e pelatuccio.

Posso giurarvi, anche se probabilmente non mi crederete, che se il giorno successivo mi recai dal Pretini con in mano la mia roncola fu solo per caso. Quella mattina, infatti, mi ero alzato col cuore oppresso e con l’anima stanca, ed avevo deciso di sfogare la mia rabbia e la mia tristezza in qualcosa che fosse al tempo stesso liberatorio ed utile. Avevo due pini in giardino, di cui da tempo volevo liberarmi. Erano alti ingombranti e parevano fuori posto, quasi molesti. Avventarmi con la vanga contro le loro radici, tagliate poi a colpi di roncola, poteva farmi dimenticare, pensai, la triste fine di Briciola, pensiero che combattevo ancora dentro di me con l’ombra del dubbio e della speranza. Vedere il signor Pretini oltre la recinzione che passava con la falciatrice il suo giardino, capirete, non era esattamente quel che mi ci voleva.

Devo fare una parentesi, qui. Non credo che il povero signor Pretini avesse una gran stima di me. Non so perché: sono una personcina a modo, per bene, disponibile, un po’ strano forse, ma paziente. Ho poche qualità ma conosco i miei difetti, e cerco di essere gentile con tutti… Beh, col Pretini avevo sempre avuto qualche problema. Mi sembrava che lui mi evitasse, meglio, che non sopportasse nemmeno la mia vista. Insomma, mi sembrava di stargli proprio sulle palle.

Quella mattina mi presentai al suo cancelletto. Gli dissi se potevo entrare. Non rispose ed io entrai.

- Checc’è? – mi chiese.

Gli domandai di Briciola. Disse che non l’aveva vista e si rimise a falciare il prato. Gli chiese se era proprio sicuro. Mi rispose di sì e si rimise a falciare. Gli domandai se ne era proprio proprio sicuro. Mi sembrò un filo seccato e mi rispose di sì. Gli dissi "Ma davvero ne è sicuro?".

Stavolta smise di lavorare e mi guardò con un’aria un po’ strana e un po’ cattiva, che mi convinse che facevo bene a considerarlo scemo. Poi pronunciò una frase che secondo me non c’entrava proprio niente con la nostra conversazione.

- Lei -, mi disse, - è proprio una testa di cazzo -.

Mollò la falciatrice e mi si avvicinò. Mi puntò 3 o 4 volte l’indice nello stomaco, ripetendomi che il mio gatto non l’aveva visto, che se l’avesse visto un’altra volta cagare nel suo giardino, come già gli era capitato, avrebbe avuto molto piacere di restituirmelo, dopo averlo scuoiato personalmente. Fu a questo punto che decisi di dargli un cazzotto, solo che glielo diedi con la mano sbagliata, cioè, era la mano giusta (la destra), solo che ci tenevo la roncola e lo colpii con la lama sopra l’orecchio. O gli feci davvero molto male o non gliene feci abbastanza, perché si mise ad urlare come un cretino, e io a dirgli "Oddio, oddio, scusi!, scusi davvero!", perché mica l’avevo fattapposta!, ma lui continuava a starnazzare e a venirmi addosso, e allora io gli diedi un’altra sberla, ma così, tanto per dirgli "ma va’ via, va’, che non l’ho fatto apposta!", solo che sbagliai ancora mano e per di più il fesso si spostò e beccò la lama dritta in gola. Starnazzò ancora un po’, ma stavolta proprio non capii cosa dicesse. Qualcosa tipo "AahaHHHH..G.. GL…..GL…..GHHHHhhhhhhhh…", poi cascò verso di me con un gran sospirone, contro la mia roncola, e se la infilzò nello stomaco cadendo a terra.

- Oddio!, guardi cosa s’è fatto! – urlai cercando di aiutarlo, ma quando sua moglie uscì di casa ci vide e si mise ad urlare "ASSASSINO! ASSASSINO!", e io capii subito che non era il momento migliore per spiegarmi, piantai lì la mia roncola e scappai a casa.

Potete immaginare la mia sorpresa, il mio disappunto e anche il mio rimorso quando Briciola, quella sera, tornò a casa, reazioni che del resto sparirono di fronte all’immensa, liberatoria gioia alla vista delle sue zampine bianche. Era magra magra, quattro giorni che non mangiava. Mi venne in mente che era la stagione degli amori per i gatti…

 

E qui torniamo ai due carabinieri alla mia porta.

- Lei è Fabrizio Rinaldi? -.

- Sì -.

- Dovrebbe seguirci – mi dissero cortesemente. Qui devo aver assunto un’espressione scema, tipo quella di Val Kilmer alla fine di "The Doors", quando fa il povero Jim e la sua morosa lo trova morto nella vasca da bagno. Dico così perché il carabiniere che parlava guardò l’altro per un paio di secondi, che gli rispose con un’altra faccia da Val Kilmer/Morrison, poi tornò a me con un tono ancora più gentile, scandendo le parole: "Dovrebbe seguirci".

Dissi che andavo a prendere il portafogli con i documenti, in casa. Mi lasciarono fare. Non credo sia la prassi e penso che quei due abbiano avuto poi una bella lavata di capo, perché non tornai. Mi barricai in casa e gli strillai "VENITEMI A PRENDERE, SE SIETE CAPACI", che era una gran cazzata (in casa non avevo non dico un’arma, ma neanche una lima per le unghie), ma fu la prima cosa che mi venne in mente e poi dovevo averla sentita in qualche film.

Non ho vergogna di dire che ero disperato. La gravità di quel che avevo fatto e soprattutto delle conseguenze cui andavo incontro mi era calata addosso di colpo. Pensai di fuggire, ma il mio cane e il mio gatto avevano bisogno di me. Non potevo concedermi il lusso di una fuga. Fuggire è sempre una scelta imbarazzante per una coscienza refrattaria come la mia alle decisioni, con un cane e un gatto diventava pressochè impraticabile. Ma solo la mattina dopo, quando sentii la voce frastornata irreale e perentoria del megafono che mi intimava di uscire con le mani bene alzate, capii che per me si metteva DAVVERO male.

Sbirciai dalla finestra. Tre gazzelle dei carabinieri, oltre ad un buon numero di curiosi che ai miei occhi, strizzati dietro le persiane, parevano tante ridicole formichine, tutte ammassate contro la mia recinzione, in piedi sul mio tappeto di foglie.

Eccheccazzo!, mi dissi, sapevo di averla fatta grossa, ma non di meritarmi quel casino! Quasi contemporaneamente squillò il telefono. Una voce rampante ed eccitata. Mi disse che era del TG4, e già qui avrei dovuto mandarlo a quel paese. Mi disse che, se ero interessato e disponibile, avrebbero voluto fare per il giorno successivo un servizio su di me (lui disse "sul Mostro di Codogno", testuali parole!), con un’intervista. Al "Mostro di Codogno" avrei dovuto sfruttare la seconda occasione per mandarlo a quel paese, ma non seppi dire di no al mio egocentrismo. Fissammo l’appuntamento per quel giorno stesso alle 14. Gli domandai come avrebbe fatto coi carabinieri. Mi rispose che non c’erano problemi. La sua risposta mi sorprese molto, non mi sembrava naturale, ma non mi fermai più di tanto a rifletterci: ero dunque diventato qualcuno… IL MIO SOGNO!

Telefonai ai Carabinieri. Domandai se potevano portarmi un giornale, anzi due o tre. Volevo vedere cosa dicevano di me Il Corriere della Sera, La Repubblica e Il Giornale. Alla prima telefonata mi presero per un mitomane. Alla seconda mi risposero male, ma proprio male; mi domandai se per caso avessero conosciuto il Pretini, per la preoccupante analogia nella scelta dei termini di paragone usati verso la mia testa. Siccome capii che alla terza telefonata o m’avrebbero tenuto al telefono per mezz’ora per farmi una perizia psichiatrica volante o avrebbero cercato di distrarmi per fare irruzione in casa mia, smisi di telefonare ed attesi paziente la visita dell’inviato del TG4.

Ero emozionatissimo… Andai a rovistare fra i miei dischi. Tirai fuori Led Zeppelin III. Era da quando avevo 15 anni che d’abitudine, quando avevo bisogno di caricarmi, ascoltavo i Led Zeppelin. Forse per me gli Zepp non erano i migliori in assoluto (se non lo erano ci andavano molto vicino), ma ascoltarli aveva un che di propiziatorio. Non tutto. Since I’ve been loving you, specie l’inizio. Whole lotta love. E specialmente Gallows Pole. Mai sentita?

Hangman, hangman, hold it a little while,

think I see my friends coming, riding many a mile.

Friends, did you get some silver?

Did you a little gold?

What did you bring me, my dear friends, to keep me from the Gallows Pole?

What did you bring me, to keep me from the Gallows Pole?

I couldn’t get no silver

I couldn’t get no gold

You know that we’re too damn poor to keep you from the Gallows Pole…

Dopo una veloce riflessione sulla traduzione del testo e dopo essermi visto penzolare dal patibolo col boia accanto che rideva, abbandonai lo stereo ed aspettai.

L’inviato del TG4 arrivò puntuale. Mi chiese se disturbava. Risposi di no, che era arrivato all’ora concordata. Era seguito da due operatori, due tizi che trafficavano fra cavi e telecamere. Mi chiese se disturbavano. Risposi di no. Chiese se guardavo mai il TG4. Risposi "sempre!". Chiese se poteva sedersi. Risposi di sì, di stare tranquillo che per quella settimana avevo già ucciso (EHEHEHE!!!). Sul resto dell’intervista meglio stendere un velo pietoso, primo perché (fra quell’intervistatore impaurito ed imbranato e la smania – accidenti a me! – che mi prese di atteggiarmi da duro) non venne fuori proprio niente di interessante o intelligente, secondo perché fra poche righe torneremo sull’argomento…

Accesi dunque il televisore per godermi la mia apparizione sul Tg4 delle 19. Superate le prime notizie con fastidio (fastidio aumentato dal fatto che speravo di avere, se non la copertina, una delle notizie di apertura) ecco arrivare il mio momento.

Purtroppo m’attendeva una brutta sorpresa, perché il servizio era stato abbondantemente tagliato. Introduzione. Primo piano del giornalista, sullo sfondo la mia casa presidiata dai Carabinieri. Immagini di repertorio della mia roncola. La mia foto (sempre la stessa i tutti i tiggi, e non sono nemmeno venuto bene). Una carrellata veloce sul mio soggiorno. Zoomata sulla biblioteca, la mia collezione di "Preacher" e "Hellblazer". Voce fuori campo: "Ecco le sue letture…". Credo si voglia assegnare una qualche valenza negativa ai miei fumetti. Imbecilli. Avessero zoomato più a sinistra avrebbero trovato l’opera completa di Turgenev, una buona parte della narrativa di Pirandello. Sartre. Camus. Un poster di Linda Lovelace. Tante altre cose, insomma. L’intervista si limitava a due battute dalla scelta infelice e ovviamente a quella mia splendida uscita:

- Insomma, non facciamola lunga, io mica l’ho fattapposta! -

Restai come un ebete davanti alla televisione, deluso. Un ebete deluso. Poi mi arrabbiai, pensai che non era giusto…

Io non sono una persona che si altera facilmente. Non sono nemmeno eccessivamente egocentrico o vanaglorioso. Se mi arrabbiai non fu perché mi sembrava di non meritare un trattamento del genere, ma perché mi sembrava che quel servizio fosse un attentato alla verità. Le cose non stavano così come venivano mostrate. Non sapevo esattamente come stavano, ma non così.

La mattina dopo mi avvicinai alle persiane. Davanti a casa avevo la consueta ressa. Andai in cucina. Il frigorifero piangeva. L’ultimo mezzo litro di latte mi garantiva la colazione, poi ciccia. Anche cane e gatto cominciavano ad essere a corto di cibo. Ero sconfitto in tutti i sensi. Non mi restava che la resa.

Aprii un po’ le persiane.

- MI ARRENDO. VENGO FUORI – urlai.

Sentii un vociare strano ed eccitato, poi il solito megafono mi rispose di uscire con le mani bene alzate.

Obbedii. Era una bella mattina di pieno autunno, non limpidissima ma non fredda. Sentii solo un colpo secco, come di un ramo spezzato, e (quasi subito ma non immediatamente) le mie gambe svuotarsi di forza. Caddi faccia a terra, pensando che mi toccava pure fare la figura dell’imbranato. M’arrivò in bocca un sapore strano, pensai all’erba ma era troppo caldo e liquido. Con uno sforzo che non m’aspettavo portai la mano alla bocca: tutte e due erano sporche di sangue.

Non capivo proprio perché m’avessero sparato, e fu così che arrivò anche il dolore, sensazione sgradevole, devo dire, ma non priva di una certa dolcezza. Perché quel sangue che sgorgava, lo sentivo, mostrandomi l’enormità di quel che m’avevano fatto, mondava tutti i miei peccati e le mie ferite, lasciandomi a terra innocente come Gesù bambino. E quando i miei occhi appannati furono maturi per un ultimo sguardo, rivolsi l’ultimo pensiero a Briciola e al grande Max, più innocenti di me, più innocenti dei miei carnefici, di tutti noi messi assieme, preoccupato per il loro futuro.