BIGLIETTO DI RITORNO DAL GRANDE SALTO

 

Guardavano entrambi il soffitto quando lei disse:

- Da lunedì sono via per due settimane. Mandano ancora Giancarlo all’estero per un convegno, stavolta in Tunisia, e mi ha chiesto se voglio andare con lui -.

- E ci porti anche Amos? - rispose lui.

- Sì -.

- Cazzate -.

Lei sbuffò e si girò su un fianco.

- Già. Tu sei un grande intenditore di bambini, vero? -.

Alessandro si fermò un attimo a guardarla. Samantha gli era sempre piaciuta in quella posizione, ma stavolta la guardò senza desiderio. Riusciva solo a pensare che lei era abituata a rivolgersi al figlio in inglese ("perché al giorno d’oggi è necessario che lo imparino da piccoli, e NON come seconda lingua"), ma che tutti gli altri aspetti dell’educazione di Amos li delegava ad una costosissima scuola privata, alla governante, giungendo fino alla cameriera filippina (che si occupava di vestirlo ogni giorno, accostando indumenti e colori secondo le incombenze quotidiane).

- No. Non me ne intendo, ma non mi sembra il caso di prendere un bambino di 7 anni e portarlo in Tunisia. Facendogli perdere due settimane di scuola, per di più -.

Lei non rispose. Lui sistemò i cuscini dietro la testa e accese una sigaretta.

- Quindi per due venerdì non vengo qui, giusto? -.

- E’ questo che ti sta sul cazzo, vero? - rispose Samantha, sempre senza voltarsi.

"Sì. Mi sta sul cazzo che per due settimane non posso scoparti!" pensò Alessandro. Ma preferì tacere. E poi gli venne in mente che quello era in ogni caso il loro ultimo incontro; era già scritto. Per la prima volta negli ultimi tre giorni sentì un brivido percorrergli la schiena e la paura mordergli la gola. La sua voce assunse un tono malinconico molto diverso dalle sue intenzioni, un tono che lo sorprese.

- Non è questo il punto, Samantha. Mi dispiace e basta -.

Samantha sospirò e si voltò.

- Senti, lo sai come stanno le cose, no? -.

- No. Non so come stanno le fottutissime cose! -. Alessandro allungò un braccio alla ricerca del posacenere. Lo afferrò e l’appoggiò sulle ginocchia. - Il punto è che proprio non so perché stai con me -.

- Non dire queste stronzate, Alessandro. Non sono da te -. Samantha allungò una mano verso l’uomo. Alessandro le passò il pacchetto di sigarette, e anche Samantha ne accese una.

- Sto con te - riprese Samantha, - perché sei meglio di quel coglione di mio marito. Perché sei di poche parole, non pensi a portarmi alla mostra dei pittori impressionisti o a farmi leggere Borges. Per te il tuo mondo (o il tuo mondo con me) comincia e finisce qui, in questa camera da letto. E sto con mio marito per mio figlio e perché solo una deficiente cambierebbe un chirurgo da trenta milioni al mese con un bancario, anche quando il bancario è un grandissimo scopatore. Ho reso l’idea?… Passami il posacenere -.

Alessandro spense la sigaretta e le passò il posacenere. Si alzò e si vestì. Samantha restò a guardarlo stizzita.

- Vai pure, stronzo! Tornerai anche tu con la coda fra le gambe, sai? -.

"No, non tornerò" pensò l’uomo, ma se ne andò senza rispondere.

 

Tornato a casa, gettò con noncuranza la giacca sul divano e sedette su una poltrona. Aveva fame, la discussione con Samantha sembrava avergli prosciugato le ultime forze, ma pensò che mangiare era una perdita di tempo. Erano quasi le otto di sera; come tre giorni prima, le fitte al petto cominciavano ad essere più frequenti e l’aria sembrava mancargli. G.C. (come si era presentato martedì sera) gli aveva promesso che sarebbe tornato dopo tre giorni esatti.

Come poco prima, a letto con Samantha, venne ancora sorpreso dalla paura. Ma stavolta era una paura diversa – non più acuta, ma vasta e profonda – e sentì che gli veniva da piangere. Questo non se l’aspettava. Avvertì una fitta poco più forte delle altre. D’istinto chiuse un attimo gli occhi, e quando li riaprì G.C. era già seduto sulla poltrona accanto a lui, ancora con la stessa tunica bianca come tre giorni prima, lo stesso sguardo tranquillo, stavolta un po’ deluso.

- Non hai fatto un grande uso del dono che ti ho fatto, Alessandro -.

- Non era un grande dono -.

- Dici? -.

- Dico -.

- E’ più di quanto capiti alla maggior parte degli uomini -.

- Lo so. Ma non era una grande dono, credimi -.

G.C. guardò la bottiglia sul tavolino fra le due poltrone. L’afferrò.

- E questa? Cos’è? -.

- Vin santo… Ho pensato ti facesse piacere… - sogghignò Alessandro.

Anche G.C. sorrise. - Dissacratore anche in questi momenti… -. Poi si fece serio. - Che spreco, Alessandro! Che spreco! -. Si versò un bicchiere di vino. Fece un cenno con la bottiglia verso l’uomo, che accettò.

- Perché Alessandro? - riprese con tono sinceramente addolorato, - Potevi fare mille cose in questi tre giorni, invece… Tu sai che non pretendevo molto per dire che avevi almeno provato un riscatto -.

- Senti G.C.… - disse Alessandro con tono infastidito, ma G.C. alzò semplicemente una mano. - Zitto, per favore - aggiunse guardandolo negli occhi con il suo sguardo profondo e limpido. Alessandro pensò che era evidente come avesse saputo travolgere tanta gente con le sue idee, duemila anni prima.

- Sei un uomo cattivo, Alessandro. Sei stato un cattivo figlio, ingrato fino allo spregio totale, quando hai mancato il funerale di tua madre perché eri in vacanza. Hai ottenuto il posto di lavoro con l’inganno verso un tuo amico. Hai vissuto in maniera dissoluta, soddisfacendo la tua carne senza mai curarti dei sentimenti altrui o delle conseguenze delle tue azioni. Ultimamente hai avuto una relazione con una donna sposata e con un figlio, senza amarla e senza essere amato da lei, solo per poterla avere tutti i venerdì… -. G.C. si interruppe. Fissò in silenzio Alessandro che sostenne il suo sguardo. Scosse la testa e si versò un altro bicchiere di vin santo.

- Quando tre giorni fa hai avuto quell’infarto improvviso ti ho offerto un’occasione rara, credimi: tre giorni per farmi cambiare idea, per convincermi che meritavi la Salvezza… Mi sarei aspettato qualunque cosa da te, ma non la completa apatia. Sei andato avanti a vivere esattamente come prima, nel vuoto più assoluto… Ora sai cosa ti aspetta, vero? -.

- Sì. Lo so… - rispose Alessandro dopo un lungo silenzio. - Ma ora almeno puoi dirmi perché mi hai dato questi tre giorni? -.

G.C. si fermò a guardare l’uomo, che ora taceva, gli occhi bassi.

- L’ho fatto per Anna. Già, proprio lei, la Signora Pellizzoni, come la chiamavi anche dopo 15 anni, la tua ex collega. Quella che l’anno scorso è stata licenziata perché non si era ancora ripresa dall’improvvisa morte del marito prima e del figlio poi… Sei andato dal Direttore della Banca e gli hai detto "Sapevo che eri un figlio di puttana. Lo sei sempre stato. Dimenticavo, tua moglie fa dei pompini favolosi", e quando si è alzato lo hai steso con un manrovescio. Poi sei andato dalla Pellizzoni, che piangeva, e quella sera l’hai portata a cena -.

Alessandro sorrise. - Già… "Avevo fame e mi avete dato da mangiare; ero nudo e mi avete vestito…" -.

G.C. annuì con la testa. - Più o meno, più o meno. Con i tempi che cambiano bisogna anche saper attualizzare certi concetti… La Pellizzoni non era tua amica, non avevi mai legato con lei, o non più di quanto avessi fatto con gli altri colleghi. Aveva 56 anni, e di certo non era nemmeno "una preda" allettante per te… No, non eri obbligato a fare nulla per lei, neanche secondo il tuo ridottissimo e discutibile codice morale.

Sai, ne ho viste di persone tentare di raddrizzare la propria vita con un singolo gesto di bontà, ma era sempre, o quasi, spiegabile. Si trattasse di qualche aiuto dato ad un amico o ad un parente, o di qualche momento di generosità apparentemente senza spiegazioni, c’era sempre modo di ricondurre quei gesti alla moralità generale o all’etica particolare di quel certo individuo. A volte ho ritenuto che quel singolo gesto bastasse a riscattare un’intera vita, altre volte no. Ma il tuo caso era diverso. Non mi era mai capitato di vedere un uomo totalmente amorale commuoversi e compiere gesti totalmente disinteressati (e, come è stato per il cazzotto che hai tirato al tuo capo, rivelatisi pure compromettenti) per uno sconosciuto, per tornare poi a chiudersi nel proprio guscio, come nulla fosse successo… Perché l’hai fatto, Alessandro? -.

- Perché ho aiutato Anna dici? Non lo so… Per niente di particolarmente nobile, credo. Probabilmente avevo sempre desiderato sbattere in faccia al capo che sua moglie era solo una baldracca e spaccargli la faccia… -. G.C. scosse il capo.

- No, hai ragione - riprese l’uomo. - Non c’entra. Io Anna l’ho difesa perché mi sembrava giusto. Era una brava donna, aveva già sofferto tanto, non meritava di essere trattata a quel modo. Non era la prima ingiustizia a cui assistevo, ma è stata la prima e l’unica che mi ha coinvolto -.

- Tu forse nemmeno te ne sei reso conto, ma per Anna diventasti il migliore uomo sulla terra… Non c’è niente da ridere, dico sul serio. La Pellizzoni, hai ragione tu, è una gran brava donna, semplice e diretta: dove non arriva con l’intelligenza arriva con l’intuito, ed è così che ha capito che il tuo gesto era per te eccezionale, disinteressato, privo di secondi fini. E fu anche grazie alla tua solidarietà che recuperò la voglia di vivere e di lottare… Perché non le hai mai detto che fosti tu a trovarle il nuovo lavoro? -.

Alessandro alzò le spalle. - Che bisogno c’era? Sapevo che in quella Ditta cercavano un ragioniere, ma una donna di 56 anni non aveva molte possibilità. Dopo un licenziamento, poi… Ma non volevo che lei si sentisse in debito con me. E’ una tipa a posto e il suo lavoro lo sa fare come e meglio di tante ragazzine -. Alessandro sospirò ed abbassò lo sguardo. - No, davvero non so perché l’ho aiutata. Forse proprio perché non ero andato al funerale di mia madre -.

- Già… Ma Anna verrà al tuo. E sarà l’unica a piangere… -.

G.C. restò a guardare l’uomo. La sua voce si fece più grave.

- Mi dispiace Alessandro, ma è il momento -.

A queste parole l’uomo si sentì scosso da un brivido che non avrebbe mai creduto di poter provare. G.C. se ne accorse (meglio, sapeva che sarebbe successo). Si alzò e si avvicinò all’uomo.

- Coraggio - disse. Lo aiutò ad alzarsi e lo prese sotto braccio.

Alessandro si sentì rincuorato.

- Senti io… Scusami, ma c’è una cosa che vorrei davvero sapere -.

G.C. scosse la testa. - Lo so. Sei proprio sicuro di volerlo sapere? -.

- Sì -.

G.C. sospirò. - Samantha morirà tra due anni. Finirà fuori strada con la sua Mercedes tornando dalla casa del suo nuovo amante, che l’aveva appena piantata. Amos crescerà bene. Certo, il dolore per la perdita della madre sarà enorme, ma Giancarlo farà bene il suo mestiere di padre. Amos diventerà un attore teatrale molto bravo. Vuoi sapere altro? -.

Alessandro sorrise. - No. Mi dispiace per Samantha, ma sono contento per il piccolo. Merita il futuro migliore che ci sia… -.

Anche G.C. sorrise. Pensò ancora "Che spreco, Alessandro!", ma preferì tacere.