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TERMINATI I LAVORI DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULL’”ARMADIO DELLA VERGOGNA”
PER LA MAGGIORANZA DI CENTRODESTRA NON CI FU ALCUN OCCULTAMENTO
saverio Ferrari - redazione Osservatorio Democratico

NEI DOCUMENTI ACQUISITI LE PROVE DEL RECLUTAMENTO NEL DOPOGUERRA DA PARTE DELLA CIA DI NAZISTI E FASCISTI

Con la fine della legislatura, chiude oggi anche la “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi ai crimini nazifascisti”, istituita per legge il 15 maggio 2003. Composta di 15 senatori e 15 deputati, il suo compito era di indagare sull’insabbiamento di 695 faldoni, contenenti spesso moltissimi elementi probatori sulla responsabilità di centinaia di eccidi, commessi da soldati tedeschi e fascisti, contro la popolazione civile, nel corso della seconda guerra mondiale. Lo scandalo ebbe inizio nell’estate del 1994, quando occasionalmente venne rinvenuto a Palazzo Cesi, sede degli uffici della Magistratura Militare, un armadio contenente i fascicoli, sepolti con un provvedimento assolutamente abnorme, anche sotto il profilo giuridico, di “archiviazione provvisoria”.

In questi tre anni la Commissione ha ascoltato i soggetti ancora in vita, coinvolti nelle vicende, e acquisito documentazione presso enti ed organismi in Italia e all’estero. Materiali di notevole interesse. In particolare negli Stati Uniti sono stati visitati il Museo dell’Olocausto, gli archivi dell’ONU, i National Security Archives della George Washington University, ma soprattutto incontrato i responsabili dei National Archives § Records Administration, dove, grazie ad una legge varata nell’ottobre del 1998 dall’amministrazione Clinton, sono affluite le carte declassificate provenienti dal Dipartimento di Stato, dall’Office of Strategic Services (Oss) e dalla Cia, sui criminali di guerra nazisti e fascisti. Più di un milione di documenti.


I NAZISTI E LA CIA

Di estrema importanza, in questo quadro, il rinvenimento di riscontri relativi al reclutamento, al termine del secondo conflitto mondiale, da parte dei servizi di informazione statunitensi, sia di ufficiali tedeschi, della Wermacht e delle Ss, che di ex-funzionari di polizia. Un fenomeno non circoscritto, ma assai ampio e diffuso, frutto di scelte pianificate nel contesto della guerra fredda. In più di un caso, il passaggio di campo si concretò addirittura ancor prima del crollo del regime nazista. Tra le figure di primo piano, che entrarono a far parte dell’intelligence americana: il colonnello Eugenio Dolmann, uno degli imputati per la strage alle Fosse Ardeatine, poi prosciolto, addetto in Italia ai rapporti con la Rsi; il colonnello Otto Skorzeny, il liberatore di Mussolini dalla prigionia al Gran Sasso, per decenni figura mitica del neonazismo europeo, tra gli organizzatori della rete Odessa, grazie alla quale fuggirono in Sudamerica e in altri paesi migliaia di nazisti; il colonnello Reinhardt Gehlen, capo dei servizi di spionaggio hitleriani, reclutato già nell’estate del 1945 insieme a tutta la sua rete di almeno 300 agenti, nucleo attorno al quale si costituì nel 1956 il nuovo servizio segreto della Germania federale. Anche 5 stretti collaboratori di Adolf Eichmann, tra i principali responsabili dei campi di sterminio, finirono per mettere la loro esperienza al servizio degli Stati Uniti. Emblematica la vicenda dell’ex-maggiore delle Ss, operante in Italia, Karl Hass.

Condannato all’ergastolo dal tribunale militare di Roma nell’ultimo processo, insieme a Erich Priebke, per corresponsabilità nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ebbe un ruolo fondamentale di collegamento fra la struttura americana e le formazioni paramilitari neofasciste, alla vigilia delle elezioni del 1948, per predisporre un piano di occupazione, in caso di vittoria elettorale delle sinistre, dei principali edifici pubblici e del trasmettitore di Monte Mario. Protetto da un falso passaporto italiano gli venne garantita l’impunità. Il suo nome era anche comparso nelle recenti indagini sulla strage di Piazza Fontana, ancora una volta, per compiti di raccordo fra le cellule clandestine di Ordine Nuovo e i servizi di sicurezza americani interni alle basi Nato del Veneto. Non meno significativa la storia di Theo Saevecke, responsabile in Lombardia della Sipo-Sd, e cioè della “Polizia e Servizio di Sicurezza”, organizzatore dell’eccidio di 15 patrioti a Piazzale Loreto, a Milano, il 10 agosto del 1944. Fu reclutato alla fine degli anni quaranta con il nome in codice “Cabanio”. Questa la ragione per cui il fascicolo di questa strage, il 2167, intestato a lui e ad altri 12 tedeschi e 4 italiani, finì nell’”Armadio della vergogna”, nonostante fin dall’inizio fosse corredato da oltre 40 testimonianze raccolte dallo Special Investigation Branch. Nei documenti acquisiti dalla Commissione negli Stati Uniti addirittura la piena confessione di Saevecke alle autorità militari americane riguardo la fucilazione di Piazzale Loreto e di altri 8 civili per rappresaglia, a Corbetta in provincia di Milano, sempre nell’estate del ’44.


I CRIMINALI ITALIANI

Ma i servizi segreti statunitensi reclutarono anche ex-appartenenti alle milizie fasciste, con una particolare predisposizione per la Decima Mas del “Principe nero” Junio Valerio Borghese, sottratto ad un immediato processo dal capo delle Operazioni Speciali dell’Oss, James Jesus Angleton, grazie ad un travestimento da ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti che gli consentì di mettersi in salvo.

Nelle carte statunitensi desecretate anche molte notizie che consentiranno finalmente di chiarire vicende a lungo rimaste insolute come la strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio del 1947. Emerge, infatti, da una loro lettura, come a fianco dei banditi di Salvatore Giuliano, vi fossero gli uomini della Decima Mas, trasportati a Palermo con un aereo per assassinare i manifestanti comunisti. Nell’archivio dell’ONU a New York, nei fondi consultati, anche i casi di accusa istruiti dalla United Nations War Crimes Commission contro militari italiani per i crimini da loro commessi in altri paesi. Una lettura impressionante. Jugoslavia, Grecia ed Etiopia chiesero di poter processare i nostri soldati responsabili di eccidi e rappresaglie. Venne stilata una lista con più di mille nomi. Al primo posto il generale Mario Roatta, comandante della 2a Armata di stanza in Jugoslavia. Tutto ciò inutilmente. La guerra fredda era già cominciata.


RISEPPELLIRE TUTTO

Anche per questo, come era facile prevedere, due saranno le relazioni conclusive della Commissione, con il tentativo da parte dell’On. Raisi di An, a nome della maggioranza, di seppellire nuovamente tutto. Lo sconcerto non è solo di gran parte dei consulenti, ma dello stesso presidente, Flavio Tanzilli dell’Udc, che si è dichiarato “sorpreso”. Grave è soprattutto l’intenzione del deputato di An di concludere negando l’occultamento dei fascicoli, dovuti ad una semplice “negligenza burocratica” e a “colpe individuali di alcuni magistrati militari che non hanno rispettato le procedure previste dalla legge”. Ma c’era di peggio: nella relazione presentata da Raisi era contenuta la scandalosa definizione dei crimini di guerra come “reati di natura politica”, dunque già abbondantemente amnistiati. Una formulazione che, grazie alle critiche dell’opposizione e alle contraddizioni della stessa maggioranza, al momento è stata ritirata. Per altro, si sarebbe trattato di uno sbocco in contrasto con la stessa sentenza della Cassazione che nel 2003 condannando Priebke, riconobbe l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità, ma anche delle conclusioni del Consiglio della magistratura militare del 1999, sull’occultamento dei fascicoli, e della Commissione Giustizia della Camera del 2001. Verrebbero in questo modo, per altro, smentiti alcuni degli stessi responsabili degli insabbiamenti, che già chiarirono il loro operato. Tra gli altri, Paolo Emilio Taviani, più volte Ministro dell’Interno, che esplicitò il fatto che i processi avrebbero negativamente “colpito l’opinione pubblica”, e il direttore generale della Farnesina, il conte Zoppi, che nel 1948 sottolineò come ”le accuse che noi facciamo ai tedeschi sono analoghe a quelle che gli jugoslavi muovono contro gli imputati italiani”.

L’”Armadio della vergogna” venne inventato per questo. Grande disagio avrebbe suscitato, da un lato, la richiesta di processare soldati tedeschi nel pieno del riarmo, in ambito Nato, della Germania, ma anche, dall’altro, il fatto di dover rispondere delle stesse accuse. Una vicenda che crea ancora oggi imbarazzi, come scoprire il reclutamento di nazisti e fascisti nel dopoguerra. Meglio continuare sulla strada dell’oblio. Ai parlamentari di Alleanza nazionale il compito di difendere gli aguzzini di ieri. Un ruolo, per loro, forse non così complicato.