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DA MOLLICONI AD AMADEUS: L’INVOLUZIONE DELLE FACCE ITALIANE

 

 

Giorni fa è passato in tv un programma su Pasolini. Rai tre quasi di notte, in terza serata dopo il meschino voyeurismo di "Chi l’ha visto?" dopo i notiziari e gli "approfondimenti". Erano filmati più o meno noti, soprattutto interviste al poeta. O momenti in cui lui spiegava cosa cercava con la macchina da presa; interessante la breve lezione sull’inquadratura dal basso di Orte, un paese non lontano da Roma pieno del suo fascino medievale.

Significativo il documentario in cui il poeta intervista sul litorale romano uomini e donne in merito al rapporto di coppia e al divorzio. Siamo nel 1963, in un’Italia ancora lontana dallo scossone anticlericale rappresentato dal Referendum con cui il popolo rifiutò d’abrogare la legge che introduceva quell’istituto civile. Ma siamo ormai fuori dalla nazione che solo qualche anno prima si scandalizzava per la vicenda dell’amore extraconiugale della "dama bianca" con Fausto Coppi. E se chiudeva un occhio lo faceva per la popolarità del campionissimo.

 

Molte fra le risposte che Pasolini registra in quell’intervista sono già affermative verso un atto di conquista di libertà. Ma non di questo volevamo parlare bensì dello spirito espresso dagli intervistati. E delle loro facce.

Facce di popolo ancora leggibilissime, che non nascondono origini e radici, che la divinità del consumo non ha ancora trasformato, pur essendo quegli uomini e quelle donne dediti all’uso di prodotti di mercato. I costumi da bagno con cui stanno al mare ne sono un esempio. Ma il martellamento della moda e la manipolazione della personalità attraverso atteggiamenti, linguaggio, modelli di comportamento, fenomeni da imitare non s’è ancora compiuto.

Quel totem dell’omologazione rappresentato dalla tv non ha ancora mietuto vittime fra il ceto popolare. E forse, all’inizio dei Sessanta, neppure far i ceti medi. Invece in un filmato di qualche anno più tardi osservando i volti degli studenti seduti accanto al poeta in uno studio televisivo, si nota come la moda beat sia sulla faccia e sui vestiti di tutti. E magari nelle loro teste.

 

E dagli abiti s’introduce nei corpi e nelle menti col pericolo concreto di snaturare personalità che potrebbero essere simili ma non identiche, che col passare del tempo lo diventeranno sembrando addirittura clonate.

Oggi si resta allibiti davanti a quei giovani presumibilmente d’estrazione popolare (vera, falsa ? lo sanno gli autori-truffatori dei programmi tv) presenti in trasmissioni modello "C’è posta per te" o in quegli intrattenimenti pomeridiani di Rai due dove una conduttrice biondina che prova a far la prima della classe e un cicisbeo che l’affianca – scusate ma i nomi proprio non so farli – blaterano su amori e psicologie d’accatto fra presunti fidanzati. Poi sottopongono i casi a "esperti a gettone" che miseramente si prestano al chiacchiericcio da bar.

Le facce, il famigerato look con cui sarti e sartologi hanno bombardato il Paese negli anni Ottanta, le parole usate, e soprattutto il modo di pensare sembrano usciti da una catena di montaggio. Con la differenza che per decenni Agnelli dalla catena sfornava prima le Balilla quindi le Seicento e le Millecento, ora Berlusconi e Murdock e Petruccioli (poiché la tv di Stato con consigli d’amministrazione di Destra o Sinistra è abbastanza simile cioè propagandista, lottizzata, clientelare, falsa, manipolatrice, futile) clonano linguaggi e cervelli.

 

Dicono che il sistema mediatico sia questo, che il pubblico vuole il trash e c’è chi ne fa metafora. Ricordate Ferrara-orco che usciva dal cassonetto dell’immondiazia ? Pleonastico. Non serviva affatto la sceneggiata, gli sarebbe bastato mostrasi così com’è: untuoso, arrogante, fazioso, servile. Disgustoso in natura. O come si legge su un muro di Testaccio: "Ferrara se fossi magro per quanto sei stronzo saresti Twiggy". Potere delle pasquinate. Nessun critico televisivo, anche severissimo, avrebbe riassunto in un verso tanta dissacrante verità.

 

Enrico Campofreda, novembre 2005