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AGGIORNAMENTI SUL CASO CARLO GIULIANI
E SUI FATTI DI GENOVA
di Francesco Barilli

 

Al termine dell’inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani, il 2 dicembre 2002 il PM Silvio Franz ha depositato la richiesta di archiviazione del caso. Mario Placanica, il Carabiniere che avrebbe sparato a Carlo, avrebbe dunque agito per legittima difesa…

Avrete notato l’uso del condizionale non solo sull’aspetto della legittima difesa: questo perché il materiale emerso in questi mesi ha alimentato dubbi anche sull’identità dell’uomo che fece fuoco dall’interno della camionetta dei Carabinieri in Piazza Alimonda, nonché sul numero degli occupanti del Defender. Sul caso Giuliani (e sui "fatti di Genova" in generale) Ecomancina è già intervenuta in più occasioni, spesso cercando di contribuire a quelle inchieste di informazione indipendente che hanno portato alla maturazione di questi dubbi. Questa volta, nell’attesa della decisione del GIP, abbiamo pensato di presentarvi altri documenti utili alla comprensione del caso, che chiariscono quanto la richiesta di archiviazione, oltre che discutibile sul piano morale, sia illogica dal punto di vista di una rigorosa ricostruzione dei fatti.

 

Poi, il 9 dicembre, due esplosioni nei pressi della Questura, a dieci minuti l’una dall’altra, hanno riportato ancora maggiormente Genova al centro delle cronache. E hanno riportato la memoria della Repubblica alla triste stagione delle bombe ("ad orologeria" in più di un senso…).

Molti hanno collegato i due ordigni alle tensioni che si sono accumulate a Genova dopo i fatti del G8 del 2001; le indagini forse chiariranno l’esistenza e la natura di questo legame. Io voglio solo ricordare la strana coincidenza delle due esplosioni, immediatamente seguenti l’inasprirsi delle iniziative nei confronti dei manifestanti "contro" il G8 ed immediatamente precedenti la grande manifestazione prevista a Genova per il 14 dicembre (sempre su Ecomancina potete trovare il Comunicato stampa che pubblicizza tale iniziativa, promossa da: Forum Sociale di Genova, Comitato Piazza Carlo Giuliani, Comitato Verità e Giustizia per Genova e dalla CGIL).

 

I documenti:

Il primo documento è un’intervista a Massimiliano Monai, ormai noto come "l’uomo della trave" (ossia l’uomo che prese d’assalto il Defender dal lato destro, colpendo la camionetta con una trave di legno e, forse, ferendo Placanica).

 

Il secondo documento è una lettera aperta al P.M. Silvio Franz scritta da Lello Voce (che molti di voi sicuramente conosceranno per i numerosi interventi sui fatti di Genova, principalmente pubblicati su http://www.piazzacarlogiuliani.org/ e su http://www.sherwood.it/).

 

Il terzo Documento è un articolo di Antonella Marrone apparso su L’Unità on line (autrice di "Un Anno senza Carlo", trovate qui la recensione di Ecomancina - completa di intervista ad Haidi Giuliani – al termine della quale trovate i link agli altri articoli da noi pubblicati sui fatti di Genova).

 

Il quarto documento è un articolo apparso su "Il Manifesto" del 3 dicembre 2002. Molto interessante perché riassume tutti i dubbi, già citati, circa il numero dei militari presenti nel Defender di Piazza Alimonda e l’identità di chi ha sparato. In buona sostanza si tratta di un sunto per chi non avesse voglia e/o tempo di recuperare tutto il materiale che principalmente Indymedia e Sherwood hanno pubblicato sull’argomento.

 

Il quinto documento è un intervento di Giuliano Giuliani apparso su L’Unità on line.

 

Francesco Barilli di Ecomancina

 

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intervista a Massimiliano Monai - dal "Secolo XIX" del 4.12.02

 

"Ho fatto barricate, ho tirato pietre, colpito blindati dei carabinieri. Non mi tiro indietro e per questo pagherò. Ma la ricostruzione del pm, su cui si basa l'archiviazione di piazza Alimonda, è completamente sbagliata. Confonde strade e situazioni e non è vero che sono stato con la trave in via Tolemaide. È tutto da rifare".

Massimiliano Monai, il barista genovese che il 20 luglio 2001 si trovava attorno al defender dei carabinieri armato di una trave di legno a due passi da Carlo Giuliani, accusa Silvio Franz. Non si proclama innocente, anzi. Ma ribalta le ricostruzioni del pm. Poi ribadisce la sua tesi: "Dentro la jeep erano in quattro, non in tre".

Monai, perché queste accuse? La sua posizione non cambia. E poi la ricostruzione dei fatti si basa su un "imponente materiale videofotografico". Come negare?

"So perfettamente che presto avrò un processo e che questi dettagli non cambieranno nulla. Ma è incomprensibile questa differenza tra la verità (per quanto pesante contro di me) e la ricostruzione. Quella scritta dal pm è un'altra storia".

Vediamo i vari passaggi. Lei non era insieme a Carlo Giuliani e Eurialo Predonzani?

"Primo, questi ragazzi non li conoscevo. Li avevo visti qualche volta al bar e a Genova, di vista, ci conosciamo tutti. Ma non eravamo amici, non eravamo un gruppo. Tantomeno un gruppo organizzato. Ci siamo trovati in quella piazza per caso, travolti da ore di cariche di polizia e in preda all'ansia e alla paura".

Questo spiega l'assalto al blindato dei carabinieri in corso Torino poi dato alle fiamme?

"Io non ero lì. E neppure ho lanciato pietre contro quel blindato. No, Franz si sbaglia. Ripeto, non mi tiro indietro: ho partecipato all'attacco a un blindato, come si legge sulla richiesta di archiviazione, ma non di quello. Eravamo in una traversa di corso Torino, c'erano delle barricate. Ho tirato pietre e picchiato con un bastone. Ma non dove dice il pm: ci sono le immagini di Tg1 e Canale 5, sono attorno a un blindato; ma un altro".

Poi: "Monai con una trave e Giuliani con un bastone in prima fila in via Tolemaide".

"Altra cosa non vera. Non ho mai nascosto di essere l'"uomo della trave", mai. Ma quella trave l'ho presa in via Armenia e sono finito direttamente in piazza Alimonda. Poi l'ho gettata. In via Tolemaide con la trave non ci sono mai passato".

Ancora: "Monai con pietre in mano nell'atto di lanciarle in via Tolemaide".

"Quello è vero".

I fatti, bene o male, sono quelli descritti...

"Senta, di foto ne ho centinaia anche io. E raccontano un'altra storia, quella vera. Diavolo, non sto dicendo che non ho fatto nulla. Barricate, pietre, trave. Solo non in quel modo. E se anche le mie colpe restano le stesse, questa cosa dimostra come una ricostruzione così importante sia da rifare. Decide un'archiviazione... Che peso ha un'archiviazione arrivata in questo modo?".

Le foto della procura dicono altro.

"Di foto la procura non ne ha. Ci metto la mano sul fuoco e sono pronto alla macchina della verità. Ho la coscienza pulita".

Coscienza pulita? Ma lei stesso ammette barricate e assalti...

"Certo. Ma non come le vuole disegnare la procura. Bisogna ripartire da capo. E lasciamo perdere quel defender".

Cosa vuol dire sul defender?

"Che resto convinto: su quella jeep erano in quattro. Quando sono arrivato lì sotto con la trave c'era un carabiniere al volante, quello con la pistola e uno che lo copriva. Ma anche uno accasciato proprio sotto il finestrino dove puntavo la trave".

Non cambierebbe molto...

"È da vedere. Ma perché il pm non vede quello che abbiamo visto tutti? Da un anno e mezzo diciamo le stesse cose. Senza paura di essere un giorno condannati. Tra dieci anni la storia sarà sempre uguale. Altri hanno cambiato versione almeno dieci volte".

Chi?

"Il carabiniere Mario Placanica. Prima ha sparato, poi non ha sparato, poi copriva la pistola con la fondina, poi ha aiutato il suo collega all'ospedale, poi lo ha aiutato l'altro. Ha cambiato storia e avvocato. Io sono rimasto fermo".

 

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la lettera aperta di Lello Voce al P.M. di Genova

 

Gentile Dott. Franz,

 

nonostante sia dimostrato da svariate foto che Carlo Giuliani è stato l’ultimo ad arrivare vicino a quel Defender, il 20 luglio 2001, nonostante altre foto, chiarissime, dimostrino, oltre ogni ragionevole dubbio, che quella pistola era puntata ad altezza d’uomo già da molto tempo prima che Carlo impugnasse l’estintore e che , dunque, con buona probabilità, Carlo lo raccolse solo per proteggere se stesso e gli altri da una minaccia "grave e imminente", nonostante che, come è evidente, la distanza di Carlo dal Defender fosse, al momento dello sparo, certamente superiore ai 3 metri, nonostante che in un filmato della polizia scientifica si veda con chiarezza che Carlo viene colpito prima ancora di avere la possibilità di lanciare l’estintore, il quale giunge di lato alla jeep spinto dal semplice impulso inerziale, nonostante che filmati e fotografie mostrino con chiarezza impressionante che Carlo era ancora vivo al momento in cui il Defender condotto da Cavataio lo travolge per due volte, nonostante una serie di inchieste giornalistiche e di contro-informazione abbiano messo in dubbio che nel Defender ci fossero solo tre persone, nonostante chi ha sparato, in spregio a qualsiasi regola di ordine pubblico, non abbia sparato prima in aria e abbia invece mirato subito davanti a sé, ad altezza d’uomo, nonostante sia sparita ogni traccia magnetica della TAC che certifica che un mezzo che pesa tonnellate può passare sul corpo di un ragazzo minuto, alto 1,65, senza procurargli alcun danno, nonostante una serie di rilievi dimostrino che quella jeep in realtà non urtò mai il cassonetto delle immondizie e che quel cassonetto, comunque, era posizionato al centro della strada, dove, non dico un Defender, ma addirittura una Panda l’avrebbe potuto agevolmente spostare, nonostante quell’estintore fosse vuoto e nonostante di questo fossero probabilmente a giorno i militi che erano nel mezzo, uno dei quali, probabilmente lo stesso che poi sparerà, lo aveva appena respinto fuori a calci, nonostante esistano allo stato – sempre sulla base di numerose foto e filmati – dubbi fondati che a sparare sia stato proprio il carabiniere Mario Placanica e non qualcun altro presente nella jeep, nonostante sino ad oggi Placanica abbia cambiato almeno cinque volte la sua versione dei fatti, al punto da indurre il difensore che gli era stato assegnato dall’Arma alle dimissioni, nonostante una serie di inchieste di contro-informazione abbiano dimostrato che a comandare i Carabinieri in Piazza Alimonda c’erano ufficiali in qualche modo coinvolti negli abusi commessi dai militari italiani in Somalia e che qualcuno ha collegato all’omicidio di Ilaria Alpi, nonostante recentemente sul sito di Radio Sherwood siano comparse una serie di foto che ci inducono a ipotizzare che i primi a fuggire di fronte alla reazione dei dimostranti in Via Caffa siano stati proprio gli ufficiali dei Carabinieri e il Funzionario di Pubblica Sicurezza incaricato del comando, cosa che, insieme a tanti altri particolari noti già da tempo, probabilmente avrebbe potuto indurLa a indagare sul comportamento della catena di comando attiva in Piazza Alimonda, nonostante che, con buona probabilità, si sia infierito sul corpo di Carlo anche dopo la sua morte, nonostante che – qualsiasi cosa ne pensi al proposito il Dott. Balossino – nel nostro universo fisico la luce viaggi più veloce del suono e dunque sia impossibile che quel calcinaccio abbia colpito il proiettile che poi ha attinto Carlo, nonostante tutto questo, Dott. Franz lei ha deciso di chiedere l’archiviazione per Placanica in quanto avrebbe agito per legittima difesa. E probabilmente anche per Cavataio, anche se non so proprio immaginare per quale ragione, visto che certo non si tratta di legittima difesa, poiché quando il Defender lo ha travolto Carlo era a terra e certamente anche Cavataio ha contribuito alla morte di uomo dal cui volto usciva una fontanella di sangue ancora qualche minuto dopo i fatti e il cui cuore batteva, seppur flebilmente, al momento dei primi soccorsi.

Bene, vorrei dirle, Gentile Dott. Franz, che, nonostante la sua decisione, noi tutti continuiamo ad avere fiducia nella Magistratura italiana ed attendiamo con serenità che il GIP decida se l’Italia è una Repubblica Democratica tanto matura da poter mettere sotto processo anche i suoi cittadini in divisa, qualora vi sia il fondato dubbio che possano aver commesso un reato nel corso di una manifestazione politica.

Voglio dirle, però, anche un’altra cosa e cioè che anche se la decisione del GIP ci sarà avversa, tutti noi che da quel 20 luglio 2001 ci stiamo battendo perché a Carlo sia resa verità e giustizia non ci fermeremo. Continueremo, tutti, a cercare la verità e, non abbia dubbi al proposito, la scoveremo, qualunque essa sia e dovunque essa si sia nascosta. E la renderemo pubblica, anche se essa sarà scomoda, per noi o per coloro che hanno deciso in quei giorni di luglio di sospendere ogni legalità democratica. La renderemo pubblica perché sia la gente, infine, a poter giudicare e, mi creda, si tratta di un giudizio che durerà nel tempo.

L’Italia, Dott. Franz, ci è abituata, ha già dovuto farlo per le stragi e per decine di delitti politici da Pinelli a Giorgiana Masi, Franco Serantini ed Ilaria Alpi. Lo farà anche per Carlo. Le sue conclusioni, mi perdoni, possono essere condivisibili o meno, ma certamente non hanno il pregio dell’originalità.

 

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"Archiviazione e controinchieste"

di Antonella Marrone – da l’Unità on line 2.12.02

 

La richiesta di archiviazione per il "caso Giuliani", era nel conto: temuta, ipotizzata, prevista, paventata. Haidi, Giuliano, Elena, Fabrizio e tutti gli amici di Carlo e i soci del Comitato Piazzacarlogiuliani hanno aspettato fiduciosi. Ora il pm Silvio Franz ha deciso. Mario Placanica ha sparato per legittima difesa e le pur corpose perizie portate dai legali e dai periti della famiglia Giuliani non hanno fatto breccia nell’intuito del pubblico ministero. Ma non è detta l’ultima. Può darsi che il gip decida di arrivare al processo, può darsi che gli elementi, vecchi o nuovi, della perizia di parte Giuliani possano essere ritenuti degni di attenzione. Può darsi che il gip abbia una marcia in più rispetto al pubblico ministero. O potrebbe essere solamente più curioso. In fondo ci vuole poco, in un caso come questo, a non essere convinti fino in fondo. Si tratta di andare a "vedere", di scoprire le carte, capire che cosa hanno in mano gli altri. Potrebbe essere un azzardo per il giudice, potrebbe trovarsi davanti qualcosa di molto concreto e non un bluff. Potrebbe dover scoperchiare bidoni "tossici" per tutti, chiedere spiegazioni a chi, dall’alto della propria funzione, ritiene di essere al di sopra di ogni sospetto. Eppure di cose da capire, da approfondire ce ne sono tante. Bisogna essere coscienziosi e leali e onesti per seguire tutti i fili della vicenda. Se non si arriva al processo non si saprà mai come sono andate le cose. E la famiglia e gli amici di Carlo non chiedono altro: verità e giustizia, non vendetta, hanno sempre sostenuto. Hanno ancora fiducia nella magistratura. I genitori di Carlo, la sorella Elena e il fidanzato Fabrizio, hanno passato notti ad ispezionare documenti e testimonianze, hanno lavorato con i periti. Sapete che su piazza Alimonda sono state condotte diverse inchieste di controinformazione? Niente di ufficiale: siamo nell’ambito di gente che non vuole mangiare la foglia, che si è messa al lavoro su centinaia di foto, di immagini in movimento e di testimonianze. Se state leggendo questo pezzo on line è possibile che siate persone che utilizzano Internet per conoscere ed informarsi al di là dei consueti canali dell’informazione. Allora vi consigliamo di leggere queste contro-inchieste, tanto per farvi un’idea di che cosa si può fare se si vuole andare "oltre" quello che viene imposto. Sono di parte, dichiaratamente, sono state costruite con passione (e con una certa esperienza) e con la convinzione che sulla vicenda ci siano troppi fatti strani, troppi conti che non tornano. Potreste commentare che sono tutte illazioni, che non c’è niente di provato. Ma resterete scossi, scossi dalla quantità di cose che non sapevate di quel 20 luglio del 2001 a Piazza Alimonda, scossi dalla considerazione che, invece, potrebbe essere vero quello che dicono Arto, Franti e Lello Voce (gli autori delle inchieste). Scossi dal fatto che, se tutto dovesse essere archiviato, non saprete mai chi ha veramente sparato a Carlo Giuliani, perché e come. Non saprete mai se Carlo, quando fu travolto dalla camionetta per ben due volte era già morto (come sostiene il pubblico ministero) o ancora vivo (come sostengono molte testimonianze dei soccorritori). Non saprete mai se si può parlare di legittima difesa per un carabiniere con una pistola dentro una camionetta a quasi quattro metri da un ragazzo con un estintore vuoto in mano. Non saprete mai la dinamica dei fatti. E Genova 2001 sarà ufficialmente "cancellata", resterà sospesa con il suo carico di lutti e di vergogna, come tanti altri misteri italiani, sopra le nostre teste. Lello Voce ha scritto una bella lettera aperta al pm Franz. Ne andrebbe scritta un’altra, al gip, a colui (anzi a colei perchè è una donna) che dovrà scegliere tra la ricerca della verità e la comoda difesa del più "forte", a colei che dovrà dare la speranza, non solo alla famiglia di Carlo ma a tutti i cittadini onesti, che la giustizia non è stata definitivamente annientata in questo paese; a colei che dovrebbe essere il primo e il più severo sostenitore della verità, colei che con un processo può dare la possibilità alle testimonianze di venire allo scoperto e ai dubbi di sciogliersi. Una lettera al signor giudice perché non si lasci irretire dalle convenzioni, dalla paura, perché ascolti la sua coscienza di persona giusta. Perché non uccida Carlo ancora una volta.

 

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"Siamo sicuri che ha sparato lui?"

Da "il Manifesto" – 3 dicembre 2002

 

Davvero è stato Mario Placanica a sparare? Nemmeno su questo c'è certezza. A parte le dichiarazioni del giovane carabiniere calabrese, che fin dalla notte del 20 luglio 2001 dichiara di aver esploso il colpo mortale, c'è solo una guardinga relazione peritale sulle foto di piazza Alimonda. Nemmeno i consulenti del pm Silvio Franz, che pure non hanno esitato a dare per certa l'ipotesi del proiettile deviato dal sasso, si sono mai espressi in termini perentori. Per loro Placanica è solo "associabile", "maggiormente aderente", "compatibile" con il carabiniere che ha sparato. Insomma è probabile che abbia sparato lui. Di più non dicono e forse non basta. Su Piazza Alimonda ne sono state scritte tante. Un primo perito aveva detto che l'arma del delitto non era quella di Placanica (ma poi altre due perizie hanno concluso in senso opposto), prima ancora il fotografo francese Charles Rousseau aveva indicato il tiratore nel drappello dei carabinieri a piedi e non nella jeep, poi era venuta fuori la storia del misterioso "quarto uomo" all'interno del Defender, raccontata da un testimone che non è stato mai sentito dal magistrato. Ma l'ipotesi che si fa ora è diversa, del tutto compatibile con quel poco di certo che c'è dopo diciassette mesi di indagini. Almeno due elementi, infatti, fanno pensare che Placanica non fosse il carabiniere che impugnava l'arma ma quello che, all'interno del mezzo attaccato dai manifestanti, copriva con il corpo il collega, dando le spalle alla piazza e a Carlo Giuliani, quando ormai la pistola era già spuntata dal retro della jeep. L'immagine che conta è del fotografo Devin Ash. Nel Defender bloccato in piazza Alimonda si vede un carabiniere che si porta la mano al volto, o alla testa, tamponando il sangue che gli cola sul lato sinistro del viso. Sotto di lui, protetto da lui, c'è un altro militare. E può essere solo questo secondo a sparare: solo la sua mano, infatti, può arrivare a impugnare la pistola che già minaccia i manifestanti, lo stesso movimento è del tutto impossibile per l'uomo girato di spalle. Ora, secondo un minuzioso confronto tra quel poco che si vede del carabiniere di spalle e il volto di Placanica, ripreso furtivamente poco dopo la tragedia all'ingresso all'ospedale Galliera di Genova, la somiglianza è impressionante. Così si conclude la ricostruzione diffusa in rete da Sherwood.it e Italy.Indymedia.org, firmata dagli anonimi "Arto & Franti" che hanno usato un software banalissimo come Photoshop. E c'è dell'altro. Anche la ferita sembra la stessa: il carabiniere girato di spalle in piazza Alimonda è ferito alla testa sul lato sinistro, come Placanica al pronto soccorso. Invece le lesioni non corrispondono a quelle di Dario Raffone, il secondo militare che ha dichiarato di trovarsi sulla parte posteriore della jeep.

I periti del pm Silvio Franz, invece, ritengono che sia proprio Raffone, simile a Placanica per corporatura, con gli stessi capelli cortissimi ma con la fronte meno ampia del collega. "All'interno del defender - si legge nelle loro conclusioni - si intravede il volto di un soggetto. Sono state acquisite immagini fotografiche di Placanica e di Raffone al fine di verificarne la compatibilità fisionomica e antropometrica. Occorre precisare che la zona che si può apprezzare è la porzione della fronte che evidenza una maggiore aderenza con quella del secondo soggetto; il primo infatti ha una fronte abbastanza ampia, mentre lo è di meno quella di Raffone". Una complessa analisi metrica ha condotto i consulenti a un giudizio meramente probabilistico, secondo il quale i coefficienti ricavati dall'immagine di Raffone si avvicinano a quelli del misterioso carabiniere di spalle più di quelli di Placanica. Ma è tutto fuorché una certezza. Non diventa una certezza neanche alla pagina successiva quando i periti, dopo aver confrontato le mani di Placanica con quelle che impugnano l'arma, aggiungono: "Si può osservare come l'aspetto della conformazione delle dita e del palmo siano associabili a Placanica. La mano destra che impugna la pistola e quella sinistra, in posizione quasi chiusa, sono altamente attribuibili a Placanica". Da nessuna parte, comunque, c'è il confronto che hanno fatto "Arto & Franti" tra il carabiniere di spalle e il Placanica dell'ospedale Galliera.

L'altro elemento, forse ancor più rilevante, lo hanno offerto gli stessi Placanica e Raffone nei primi interrogatori dopo l'omicidio. La sera del 20 luglio, alle 23, davanti ai pm Anna Canepa, Francesco Pinto e Andrea Canciani, il carabiniere ausiliario Placanica dichiarava: "(...)Io mi sono messo a gridare, dicendo all'autista di scappare e urlando che ci stavano ammazzando; eravamo circondati dai manifestanti, io ho inteso che ce ne fossero centinaia; in quel momento ho visto in difficoltà il mio collega e ho pensato che dovevo difenderlo; l'ho abbracciato per le spalle ed ho cercato di farlo accucciare sul fondo della jeep; io scalciavo perché i manifestanti mi tiravano per una gamba (...)". L'indomani, il 21 luglio alle 12,30, toccava a Raffone, sentito dal pm Pinto insieme al collega Silvio Franz, titolare dell'inchiesta. Ecco l'estratto del verbale (una paginetta e mezza) del suo unico interrogatorio: "Cercai di proteggermi coprendomi il volto mentre il carabiniere che mi stava davanti cercava a sua volta di rannicchiarsi sopra di me e di proteggerci. A quel punto non vedevo più niente ma sentivo le urla e i rumori dei colpi e degli oggetti che arrivavano nell'abitacolo". Insomma sembrava tutto chiaro, o almeno sembrava chiaro che Placanica era quello sopra e Raffone quello sotto. Certo, è sempre possibile che i due abbiano sbagliato: però avrebbero fatto lo stesso errore, attribuendosi ciascuno la posizione dell'altro. Non a caso Placanica, benevolmente intervistato da Repubblica il 23 agosto scorso, ha cercato di parare il colpo facendosi immortalare mentre fa il gesto di sparare dalla posizione "semidisteso", quella cioè che si era attribuito Raffone.

Ma per l'Arma dei carabinieri Raffone e Placanica hanno lo stesso valore, poco più di zero. Sono entrambi ausiliari, cioè giovani di leva, bassa forza del Battaglione Sicilia. Se dunque Placanica è stato indotto ad autoaccusarsi di un omicidio, non è certo per coprire Raffone ma, al massimo, per tenere al riparo dai guai qualcuno che non poteva permettersi di invocare la legittima difesa. Per lo meno un sottufficiale se non qualcosa di più.

 

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"No, non si può voltare pagina"

di Giuliano Giuliani - da l’Unità On line del 3 dicembre 2002

 

Il provvedimento di archiviazione, non atteso ma inopinatamente previsto, è arrivato. È persino ovvia la necessità di leggerne con la dovuta attenzione le motivazioni. Altrettanto ovvia la opposizione che i nostri legali solleveranno con gli strumenti che le norme ancora in vigore consentono.
Perché? Per una somma di ragioni che mi sembrano semplici e comprensibili. Provo a citarne due.

La prima. Le contraddizioni, le incertezze, le cose dette e non dette, i dubbi sono tali e tanti che solo un dibattimento potrà consentire l'accertamento delle vere responsabilità di ciò che è successo a Genova un anno quattro mesi e undici giorni fa. Oscurare tutto ciò non può non apparire inadeguato. C'è una esigenza di verità su Genova che si è fatta strada nella coscienza di una parte grande del paese e non può essere delusa. C'è anche sofferenza per un eccesso di disinvoltura (vogliamo chiamarla così?) che ha caratterizzato esponenti di primo piano del governo. Ricordiamo la sentenza emessa dal vicepresidente del Consiglio la sera stessa del 20 luglio scorso, qualche ora dopo aver lasciato le sedi operative dell'ordine pubblico a Genova insieme a colleghi del suo partito, quasi a voler dettare la linea. Ricordiamo le ammissioni sull'ordine di sparare rilasciate scendendo la scaletta di un aereo, mesi dopo, dall'ex ministro degli Interni.

Ricordiamo anche i lavori di una commissione parlamentare di indagine che ha discusso all'oscuro di notizie, di testimonianze, che non ha potuto o voluto avvalersi di tutta la documentazione che è stata raccolta. Ricordiamo che in Senato la richiesta di quaranta parlamentari di promuovere una vera commissione di inchiesta attende di poter essere valutata e discussa.

L'esigenza di un dibattimento non risponde a nessun desiderio di vendetta da parte nostra. Nessuna condanna, pesante o lieve, ci restituirebbe Carlo. Ma il valore insopprimibile della verità sta al di sopra del dolore, serve a tutti, serve al paese.

La seconda. Perugia e Assisi, Roma, Genova 2002, Firenze, Cosenza, Napoli, Torino hanno dimostrato che si deve e si può andare oltre Genova 2001; che la maturità del movimento, la sua qualità, la quantità dei consensi, la contaminazione a vasti settori della società civile impongono alle forze dello Stato il rispetto dei diritti costituzionali. Ma andare oltre non può tradursi in un tranquillizzante e meschino voltare pagina. Carlo è stato ucciso. Come lo sono stati in passato tanti ragazzi come lui, ai quali non è stata resa giustizia. Anche, o proprio, perché si è creduto di poter voltare pagina.

Ecco l'esigenza della memoria. Troppo in fretta si dimentica, in un modo incerto di guardare avanti non sempre opportuno e giustificato. Eppure vediamo che quando, anche da molto in alto, scendono messaggi su una storia che non ci divide più, subito, dal basso, molto in basso, direi dal fondo del pozzo, si gracchia alla soppressione della celebrazione della data più limpida nella storia del paese.

La memoria la terremo viva, come monito e come speranza. Finché avremo fiato ed energia non verremo meno a questo impegno.